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lunedì 11 dicembre 2017

PAROLE IN VIAGGIO — il Blog di Tito Barbini

Tito Barbini

In primo piano per decenni, nella politica italiana, all’improvviso non ne senti parlare più. Chiedi e nessuno sa darti notizie. Poi scopri che ha fatto una cosa che molti vorrebbero fare, ma sognano soltanto: dare lo stop alla vita di sempre e partire. Tito Barbini, classe 1945, sindaco di Cortona a 24 anni, poi presidente della Provincia di Arezzo, infine per 15 anni assessore regionale prima all’Urbanistica e poi all’Agricoltura, amico personale di Francois Mitterand. Si mette dietro le spalle tutto questo e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio uno zaino. Da allora attraversa confini remoti e racconta i suoi viaggi e i suoi incontri nei libri. E’ ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi. Più di dieci libri, non solo geografia fisica, paesaggi e luoghi, ma geografia della mente. In Patagonia o nel Tibet, un mondo altro, fatto di dolori, speranze, delusioni. Nel 2016 è uscito il libro "Quell’idea che ci era sembrata così bella - Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio"

Un nuovo inizio

di Tito Barbini - sabato 15 aprile 2017 ore 08:00

Insomma, in tutti questi anni dovevamo farci carico non solo della mutazione identitaria che, dobbiamo dirlo, ancora oggi non ci è molto chiara, ma anche riaprire, partendo da una profonda onestà intellettuale il cantiere delle riflessioni, critiche e autocritiche. Quel cantiere è sempre aperto. Io stesso ne sono un disordinato e confuso esempio.

Intanto, l’edificio di una sinistra in sintonia con le sfide della contemporaneità è tutt’altro che costruito. Forse è lontano anche dall’avere trovato il suo architetto e il suo progetto. Anche se qualcosa di nuovo si sta affacciando.

Adesso, che ho lasciato il PD, cerco di rileggere la densa stagione cui l’orgogliosa battaglia di Renzi e dei democratici, con i suoi successi e le sue sconfitte, sempre più interna alle logiche e alle regole della costruzione di un partito del leader , ha lasciato il passo a una profonda incertezza. Un viaggio, non solo mio, dentro le incertezze di tanti militanti che, oggi, militanti democratici non sono più, ma che non sanno cosa sono diventati anche se sentono di appartenere alla grande famiglia della sinistra.
Mai come adesso la sinistra è stata così minoritaria, nel Paese, dopo aver perso anche la capacità di ricerca dell’egemonia culturale. Sono in atto cambiamenti profondi, fino a ieri impensabili, direi addirittura antropologici, roba da far impallidire perfino le straordinarie intuizioni di Pasolini.

Al centro di tutto c’è la crisi della democrazia moderna e il nuovo rapporto tra l’economia e la società. 

L’immobilismo delle sinistre europee di fronte a processi che si potevano mettere in conto, quali l’internazionalizzazione dei sistemi d’impresa, la dislocazione dei capitali, la riconfigurazione dei mercati, la precarizzazione del lavoro, che hanno messo alla prova i sistemi di tutela delle organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori. Per non parlare dell’onda migratoria dal Sud del mondo, di questo nostro Mediterraneo che è insieme speranza e bara di milioni di vite. Anche questo prevedibile, certo. Ma come faremo fronte a tutto questo? Inseguendo il populismo viscerale di tanta destra?

In Italia, dalla fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, la crisi acclarata e definitiva della forma-partito e la sostituzione della lingua perduta della politica con le tecniche della comunicazione non hanno certo cancellato la necessità di inventare da capo i luoghi, più culturali che politici, di formazione di un “comune sentire” e di un comune linguaggio, senza i quali resta solo il conformismo delle classi vincenti.
Ma soprattutto non c’è sinistra che possa permettersi di guardare al futuro senza ricostruire i valori e le ragioni di un nuovo “umanesimo”. Nuove culture dei diritti e dei doveri, nuova idea della cittadinanza. Nuovi orizzonti ideali che, come insegna proprio la storia del vecchio PCI, sappiano diventare pratica di lotta politica quotidiana, legame concreto tra politica e popolo. Proprio questo progressivo slittamento verso l’ideologia neoliberista, questa incapacità di ammettere che abbiamo sbagliato non solo prima, ma anche oggi, seppure in modo diverso, questa ostinazione a non volersi fermare per cambiare finalmente strada mi ha portato a uscire dal PD ed è quello che sta progressivamente allontanando una parte di cittadini dalla politica.

E tutto questo contribuisce anche a scavare un fossato sempre più profondo tra persone che hanno militato insieme. Penso spesso a questi ultimi anni. Cerco di ricordare qual è il momento in cui ci siamo persi definitivamente: ci dev’essere stato un luogo, un’occasione, una possibilità per tornare ancora indietro. Quell'occasione forse è stata l'Assemblea Nazionale del PD dove si è consumata la rottura. Non è stato probabilmente un taglio secco, ma tanti piccoli passi ci hanno spinto fino al ciglio del burrone. Ognuno di quei passi, al momento, c'era sembrato irrilevante, pensavamo di poter tornare indietro. Invece, il burrone ci ha inghiottiti. 

Ecco perché ancora oggi faccio fatica a capire perché Orlando non abbia annunciato in quella sede la sua volontà di presentarsi al congresso. Prima e non dopo la scissione. Sarebbe stato più autorevole e credibile come alternativa a Renzi.
Voglio ancora chiedermi se c’è nella sinistra italiana, che ancora è tanta parte della società, qualcosa che possa accendere la “passione politica”, non come esaltazione renziana (si dice cosi?) o come lotteria con premio garantito, ma come abito mentale e modo di vita, individuale e collettivo, che contraddice l’ordine e il disordine delle cose esistenti. Ecco, penso che "Art. Uno - democratici e progressisti" possa essere un nuovo inizio. Aperto e inclusivo, mai nostalgico.

Tito Barbini

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