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giovedì 18 luglio 2019

Attualità martedì 25 giugno 2019 ore 18:15

Da abito a rifiuto, la moda può essere virtuosa

L'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana invita a riflettere sulla filiera che potrebbe giovare dell'economia circolare



FIRENZE — Una economia circolare per la moda in Toscana. A sviluppare una riflessione sulla gestione del settore è l'Arpat Toscana che analizza un rapporto stilato nel Regno Unito traendone elementi di paragone con il territorio. Il settore moda tiene alto il nome della Toscana nel mondo e dai capi di vestiario agli accessori più o meno griffati, senza dimenticare il comparto della pelletteria, ha contribuito nel corso degli ultimi anni a tenere in corsa la regione durante le gravi crisi economiche che hanno messo in ginocchio tante attività produttive in tutta Italia. Ci sono i presupposti per poter rendere la filiera ambientalmente sostenibile?

L'agenzia regionale analizza un report sulla sovraproduzione e sovraconsumo di abbigliamento nel Regno Unito presentato dalla House of Commons che fotografa "le cattive abitudini proprie della maggiore parte dei paesi industrializzati dell'Occidente, ma non solo, e che purtroppo determinano costi ambientali non più sostenibili".  Il rapporto mette in evidenza l'acquisto dei capi di abbigliamento per persona, e il modo in cui questi vengono prodotti, usati ed infine gettati.

Arpat sottolinea che "le emissioni prodotte dal tessile-moda contribuiscono al cambiamento climatico, il consumo di acqua è altissimo, per produrre un kg di cotone sono necessari da 10.000 a 20.000 litri di acqua, a cui si aggiunge quella utilizzata per la tintura, il finissaggio e il lavaggio, inoltre il comparto tessile, entro il 2030, sfrutterà 115 milioni di ettari in più di terreno per coltivare fibre necessarie alla produzione di tessuti, con una conseguente perdita di biodiversità, e per finire 300.000 tonnellate di vestiti dismessi, ogni anno, finiscono in discarica o sono destinati all'incenerimento".

Manca una economia circolare che possa dare una seconda vita ai prodotti? Per anni ed ancora oggi il settore del Vintage ha contribuito a salvaguardare intere collezioni di abbigliamento creando dei veri e propri must ancora oggi ricercati sui mercati internazionali. Ma non tutti i capi hanno le caratteristiche per poter diventare leggendari e passare di mano oppure entrare nelle grandi collezioni degli appassionati di moda. 

"Gli abiti - spiegano i tecnici dell'Agenzia - se sottoposti a processi di riciclo, si trasformano in prodotti per l'isolamento o in materassi e meno dell'1% viene impiegato in processi di riciclo volti a realizzare nuovi capi di abbigliamento. Il riciclo di qualità infatti è ancora un problema perché spesso le fibre vengono danneggiate, da lunghe divengono corte o cortissime, rendendole difficilmente utilizzabili. E' necessario agire e introdurre misure in grado di favorire una transizione verso la sostenibilità".

Nel rapporto si fa cenno ad alcuni consigli utili per invertire la rotta che Arpat fa propri e rilancia, tra questi "l'adozione di  incentivi economici alle imprese che convertono la loro produzione e si rendono più sostenibili, una tassazione favorevole per tutti coloro che producono capi di moda a basso impatto ambientale, una tassazione sfavorevole per chi usa plastiche vergini, responsabilità del produttore, ipotizzando che le imprese del settore moda destinino un penny per ciascun indumento prodotto per la gestione del suo fine vita, una normativa che vieta di destinare all'incenerimento o alla discarica gli stock di capi di abbigliamento o accessori-moda che rimangono invenduti".



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