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Corte Suprema contro Trump
Sembra uno di quei casi diventati famosi grazie alle serie televisive o all’uso giornalistico e politico che ne viene fatto nel dibattito pubblico - per esempio, Roe contro Wade - ma Corte Suprema contro Trump è la realtà di questa settimana. I giudici del massimo organo della giustizia statunitense, infatti, hanno stabilito con una maggioranza di sei voti contro tre - in totale i membri sono nove - che i dazi imposti da Donald Trump sono illegittimi. Dunque, devono essere ritirati. Conoscendo il presidente degli Stati Uniti, possiamo ben immaginare la sportività con cui ha preso la notizia: ha detto di “vergognarsi” per i giudici che hanno preso questa decisione e che è mancato loro il “coraggio di fare la cosa giusta”.
Le questioni che si aprono a seguito della sentenza non sono poche. Cerchiamo di esporne un paio. Innanzitutto, che cosa succede ai dazi imposti da Trump e che cosa ne sarà dei trattati stipulati con altri Paesi, proprio per regolare le tariffe. Perché da quando sono in vigore, i dazi hanno portato a Washington circa 130 miliardi di dollari: che fine faranno? I giudici della Corte Suprema non lo hanno spiegato e, così, a “farne le spese” saranno i loro colleghi dei tribunali locali, che verosimilmente saranno subissati da ricorsi. Anche per quanto riguarda invece gli accordi siglati tra Stati Uniti e altri Paesi - come, per esempio, per l’Unione Europea dopo l’intesa siglata nel golf club di Trump in Scozia - la Corte Suprema non ha fornito indicazioni. Quel che è certo è che, quantomeno sulle basi giuridiche utilizzate finora, gli accordi sono di fatto congelati; o meglio, le controparti possono comunque applicare i loro dazi, mentre non possono farlo gli Stati Uniti. Trump, in tutta risposta, ha prima annunciato l’applicazione di una nuova tariffa del 10% valida a livello globale, sfruttando un altro istituto giuridico a disposizione del presidente e che ha durata temporanea per un massimo di 150 giorni; successivamente, ha alzato il tiro al 15%.
Seconda questione, che riguarda assai poco chi vive fuori dagli Stati Uniti. La Corte Suprema è un organo dove i giudici vengono nominati a vita dal presidente, con il benestare del Senato. Attualmente, tra i nove componenti, c’è una maggioranza di sei membri conservatori, tre scelti da George W. Bush e altrettanti proprio da Trump, ovvero Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. È evidente come per il presidente sia un brutto colpo essere “sconfitto” su uno dei temi portanti della sua amministrazione anche da giudici che, per la maggior parte, sono del suo stesso orientamento. E se per Kavanaugh, che si è opposto alla decisione, sono arrivate lodi sperticate - “un genio” dalle “grandi capacità” - è andata sicuramente meno bene a Coney Barrett e Gorsuch, che hanno approvato l’annullamento dei dazi: “un imbarazzo per le loro famiglie”. In punta di fioretto.
La lunga, estenuante vicenda iraniana
In uno degli ultimi invii di Brevemondo abbiamo parlato della trattativa sul programma nucleare iraniano. Da quel momento, le cose hanno preso una piega che potrebbe portare alla riedizione degli attacchi statunitensi di giugno dello scorso anno. Innanzitutto, attorno all’Iran si sta registrando un deciso aumento delle forze militari di Washington: oltre alla portaerei più grande del mondo, la USS Gerald Ford, che è stata spostata dal Mar Cinese Meridionale, si sono moltiplicati gli aerei E-3, ovvero velivoli militari AWACS, cioè del Sistema aviotrasportato di allarme e controllo. In generale, secondo gli analisti di intelligence, nella regione sono stati schierati più di 120 aerei: si tratterebbe del dispiegamento più numeroso di mezzi militari statunitensi dalla guerra in Iraq del 2003.
A contribuire alla teoria dell’attacco imminente da parte di Washington ci sono le parole di Trump. Che, va detto, ha minacciato spesso l’offensiva, senza poi dar seguito alle intenzioni, come accaduto qualche settimana fa durante le manifestazioni represse nel sangue dal governo degli ayatollah. Stavolta, comunque, il presidente degli Stati Uniti ha detto che deciderà cosa fare nei prossimi “dieci giorni”. Ovvero, continuare con la diplomazia - che formalmente sta proseguendo con i dialoghi in Oman tra le due delegazioni - oppure passare alle maniere forti. In questo ultimo caso, come riportato da Axios, alcuni ufficiali statunitensi e israeliani hanno parlato di un attacco diverso da quello di giugno, in quanto durerebbe settimane; resta comunque in piedi la possibilità che venga lanciato un attacco circoscritto, per incentivare una conclusione rapida dei negoziati.
Al nocciolo della questione, infatti, resta il programma nucleare di Teheran e il suo stato di avanzamento, anche se il ministro degli Esteri iraniano, nei giorni scorsi, ha affermato che gli Stati Uniti non hanno richiesto di fermare il processo di arricchimento dell’uranio. Al di là di questo, però, quel che sembra davvero ostacolare un’intesa è la volontà di Washington di inserire negli accordi anche le capacità missilistiche dell’Iran; questione che, vista la distanza tra i due Paesi, interessa da vicino Israele che pare stia aspettando ormai da giorni il via libera da parte degli Stati Uniti per colpire il sistema balistico iraniano.
Una mappa francese per la Cambogia
Da luglio 2025 la disputa lungo i confini tra Cambogia e Thailandia si è riaccesa. Pur trattandosi di una situazione che si trascina ormai da decenni, da quel momento la tensione tra i due Paesi è tornata altissima. A dicembre, grazie alla mediazione statunitense - avevano fatto scalpore, in estate, le immagini dei monaci cambogiani che imploravano Trump di ripristinare la pace - sembrava essere stata raggiunta una tregua. Poco dopo, però, sono ripresi gli scontri, che si concentrano nella regione settentrionale della Cambogia, una vasta area dove appunto si trovano numerosi tempi.
Un conflitto armato a giorni alterni, che si è trascinato fino a oggi e che, nei giorni scorsi, ha aggiunto un ulteriore capitolo, tirando in ballo l’ex potenza coloniale dell’Indocina: la Francia. Il governo di Phnom Penh, infatti, ha chiesto a quello di Parigi di fornire le carte geografiche che stabiliscono i confini ritenuti legittimi dalla stessa Cambogia e che risalgono, appunto, al periodo coloniale. L’attenzione è rivolta in particolare all’area di Preah Vihear, tempio indù che viene reclamato dall’una e dall’altra parte e che le mappe francesi assegnano alla Cambogia. La Thailandia, però, ritiene che le carte siano illegittime e che l’area sia sotto la propria sovranità.
Ciò ha portato a due pronunciamenti: prima della Corte internazionale di giustizia, nel 1962, che ha assegnato il tempio alla Cambogia; poi, nel 2013, quando i giudici stabilirono che anche il territorio circostante fosse di Phnom Penh. Una doppia sentenza che, però, non ha fatto desistere il governo di Bangkok, tant’è che il conflitto, più o meno latente, continua ancora. E questo potrebbe essere anche il primo ambito d’intervento del Board of Peace, il club esclusivo messo in piedi da Trump: il primo ministro cambogiano, Hun Manet, dopo aver affermato che il suo Paese aderirà all’organismo, ha spiegato come proprio il Board of Peace potrebbe “avere un ruolo” nella risoluzione della disputa.
Il pezzo della settimana
Perché Trump vorrebbe attaccare l’Iran? Un attacco chirurgico, per velocizzare i negoziati, rischia di far deflagrare un conflitto su larga scala. Un sentiero stretto per il presidente degli Stati Uniti, con lo spettro di replicare lo scenario iracheno, che ha sempre e pubblicamente criticato. Su Avvenire, ne parla Riccardo Radaelli. Si legge qui.
La canzone della settimana
Restiamo in attesa di capire se, mesi e mesi dopo, se Washington replicherà l’operazione Midnight Hammer, che prese di mira i siti missilistici e nucleari dell’Iran. We're just waiting for the hammer to fall.