Da ormai oltre 6 mesi ricopre, per la prima volta nella storia della Regione Toscana, il ruolo di sottosegretario alla Presidenza. Come vive questo incarico? Quali sono le sue principali responsabilità?
Lo vivo innanzitutto restando comunque nella carica di consigliere regionale. È una grande responsabilità verso il territorio che mi ha eletto, la provincia di Pistoia, ma anche verso tutta la Toscana. In realtà il mio lavoro è molto cambiato nel ruolo, meno nello spirito: da sette anni tanti sindaci, associazioni, imprese e cittadini erano abituati a chiamarmi per risolvere problemi o trovare risposte. Oggi continuo a farlo "più di prima", accanto al presidente Giani, con cui lavoro ogni giorno fianco a fianco.
Il presidente scherzando dice che sono un po’ il "libero" della squadra di pallavolo: quello che prova a tenere insieme il gioco e a coprire gli spazi dove serve. Seguo insieme a lui deleghe molto importanti che fanno capo alla Presidenza: bilancio, organizzazione e personale della Regione, rapporti con gli enti locali, fondi europei, protezione civile, difesa del suolo, energia, sport, relazioni internazionali e politiche giovanili con il progetto GiovaniSì. Ma il cuore del mio lavoro resta semplice: esserci, ascoltare e dare risposte concrete.
A Ottobre scorso si è misurato anche con il voto durante le elezioni regionali, raccogliendo oltre 14mila preferenze. Come si costruisce un consenso simile?
Credo che tante persone avessero voglia di voltare pagina. Nel centrosinistra pistoiese, soprattutto tanti giovani, sentivano il bisogno di rompere vecchie logiche correntizie e dare spazio a una nuova generazione politica, autonoma e indipendente. La mia candidatura è nata così: non a tavolino, ma da ragazzi e ragazze che hanno chiesto rappresentanza e rinnovamento vero. E forse questo desiderio è arrivato anche a tanti adulti e anziani, che volevano vedere facce nuove ma soprattutto un modo diverso di vivere la politica.
Io non avevo mai lavorato per candidarmi. In questi anni ho cercato semplicemente di fare bene il mio lavoro da portavoce, con massimo impegno per tutta la Toscana e per ogni comune, senza distinguere territori di provenienza o meno. Per questo quel risultato mi ha sorpreso profondamente, soprattutto dopo settimane molto dure di odio social e razzismo per le mie origini albanesi. Il giorno dopo l’elezione dissi una frase che sento ancora vera: con quel voto è stato come se Pistoia mi avesse accolto una seconda volta.
Il suo lavoro in Regione in realtà è cominciato già nel 2019 e fino al 2025 come portavoce del presidente. Che effetto fa lavorare in Regione da giovanissimo? Come si trova un giovane nella Pubblica Amministrazione?
In realtà la prima volta che sono entrato in Regione era il 2014, da eletto e poi presidente del Parlamento regionale degli studenti. E da allora mi accompagna una sensazione che conosco bene: essere sottovalutato. Quando sei giovane, spesso entri in una stanza e pensano che tu abbia meno da dire, meno esperienza, meno strumenti. Per tanti ragazzi questo diventa frustrazione. Col tempo ho provato a trasformarlo in un vantaggio. Essere sottovalutato ti dà una libertà particolare: puoi lavorare in silenzio, imparare, costruire competenze e poi sorprendere con i risultati.
Io sono cresciuto dentro queste istituzioni e oggi questo mi dà una conoscenza molto profonda della macchina pubblica. Mi capita spesso, pur essendo il più giovane al tavolo, di essere quello che spiega come si fanno certe cose. Perché alla fine contano le competenze, lo studio, la preparazione. Non ci si improvvisa. Certo, non è semplice, ma credo che la Pubblica Amministrazione abbia bisogno di giovani che portino innovazione, energia e nuovi linguaggi. E che dimostrino, con il lavoro quotidiano, che l’età può essere un limite solo se smetti di studiare e di metterti in gioco.
L’attenzione verso i giovani è uno dei tratti peculiari del suo impegno pubblico. Quant’è difficile non scadere nel mero “giovanilismo” per costruire concretamente qualcosa per i più giovani?
È difficilissimo, perché parlare di giovani è facile. Molto più difficile è dare loro strumenti concreti per essere liberi. Per me occuparsi di giovani significa una cosa semplice: permettere a un giovane di non dover rinunciare ai propri sogni per mancanza di opportunità. Casa, lavoro, formazione, salute mentale: lì si misura la credibilità della politica, non negli slogan
Tra i principali strumenti della Regione, in quest’ambito, c’è GiovaniSì. Che cosa prevede e quanti sono i giovani che, nel corso degli anni, hanno potuto usufruirne?
GiovaniSì ha funzionato perché non ha trattato i giovani come uno slogan elettorale. Ha messo soldi, strumenti e opportunità concrete su studio, lavoro, impresa, casa, formazione e partecipazione. Dal 2011 a oggi ha coinvolto oltre 740mila giovani toscani, con più di 2 miliardi di euro investiti.
Ma il punto vero non sono i numeri. È che tanti ragazzi, grazie a quelle opportunità, hanno capito che il proprio futuro non era già scritto in partenza dal conto in banca della famiglia o dal posto in cui erano nati. E quando una politica pubblica riesce a fare questo, allora non stai facendo "politiche giovanili". Stai dando libertà.