L’INTERVISTA DELLA DOMENICA

Mia Diop, "La politica si fidi di più dei giovani"

La vicepresidente della Toscana a quasi un anno dalla sua nomina: "Porto nelle istituzioni lo sguardo di una generazione che vuole partecipare"

La vicepresidente della Toscana Mia Diop

Classe 2002, livornese e la più giovane di sempre a ricoprire la carica di vicepresidente della Toscana. Si tratta di Mia Bintou Diop, che ormai da poco meno di un anno è la numero due del presidente Eugenio Giani. E che, proprio per questo, ha scelto di portare ai più alti livelli della politica regionale il tema dell'essere giovani: non mere "figurine" da collezionare, ma persone in carne e ossa che hanno bisogni concreti e che non chiedono vetrine, ma autentica partecipazione.

Vicepresidente, lei è la più giovane a ricoprire questo ruolo nella storia della nostra Regione. A quasi un anno dalla nomina, che bilancio fa del suo lavoro? Sente una maggior responsabilità vista l'età?

Questi primi mesi mi hanno insegnato ancora di più quanto un ruolo come questo non si abita con le dichiarazioni, ma entrando nei territori, confrontandosi con amministratori, associazioni, scuole, realtà sociali e traducendo le idee in lavoro concreto. La responsabilità la sento molto, anche perché quando sei giovane e spesso anche donna ti viene chiesto di dimostrare il doppio, ma continuo a non vivere l’età come un limite: la considero una prospettiva.

Porto dentro le istituzioni lo sguardo di una generazione che vive sulla propria pelle precarietà, crisi abitativa, ansia climatica e bisogno di partecipazione. Il bilancio che faccio oggi è soprattutto di metodo: costruire relazioni, aprire spazi di confronto, provare a rendere le istituzioni più vicine e accessibili. La credibilità, poi, si conquista nel tempo, con il lavoro quotidiano.

Poco dopo la sua nomina, come purtroppo è avvenuto anche di recente ad altre giovani candidate, ci sono stati episodi di insulti razzisti e discriminatori. Come si reagisce di fronte a situazioni simili?

Continuo a rispondere con il lavoro, non con l’odio. La cosa che più mi crea dispiacere è che episodi come questo non colpiscono solo me, ma l’idea che una giovane donna con background migratorio possa ricoprire ruoli di responsabilità.

È proprio per questo che credo la politica debba alzare il livello del confronto pubblico, non scendere nel fango, e contrastare ogni forma di razzismo, sessismo e discriminazione. Allo stesso tempo, sento e continuo a sentire una forte solidarietà da parte di quell’Italia aperta e consapevole di quanto la società stia cambiando. Ed è a un’Italia sempre più così che dobbiamo ambire.

Tra le sue deleghe ce n'è una che, mai come oggi, è attuale: come si costruisce la pace a partire dall'ambito regionale?

La pace non è solo un orizzonte geopolitico: è un lavoro quotidiano fatto di educazione, relazioni, cooperazione e comunità. E oggi, mentre nel mondo cresce una tendenza bellica sempre più forte, credo sia fondamentale dare voce e forza a tutte quelle energie che vogliono costruire una prospettiva diversa, fondata sul dialogo, sui diritti e sulla convivenza.

Per questo come Regione Toscana consideriamo l’educazione alla pace una priorità del nostro programma di governo e la sosteniamo anche attraverso il Fondo Sociale Europeo, andando in controtendenza rispetto a ciò che accade nel mondo. Abbiamo destinato un milione di euro del Fse a progetti nelle scuole, diventando la prima Regione in Italia a utilizzare queste risorse per l’educazione alla pace: i progetti coinvolgono circa 700 classi e 15mila studenti. Stiamo inoltre per avviare gli Stati Generali della Pace, un percorso aperto e partecipativo che coinvolgerà istituzioni, scuole, università e cittadinanza, perché la pace non nasce solo dalle decisioni internazionali, ma cresce ogni giorno nelle comunità e nella conoscenza condivisa.

Abbiamo aderito alla campagna di Emergency #R1PUD1A, per riaffermare con forza il valore dell’articolo 11 della Costituzione e il ripudio della guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali. E raccontiamo esperienze come Rondine Cittadella della Pace, dove giovani provenienti da Paesi segnati dai conflitti imparano a restare nella relazione anche dentro le differenze. Luoghi che dimostrano che un’altra strada è possibile, ma va praticata ogni giorno.

Beni comuni, cittadinanza attiva e partecipazione: tra le sue deleghe c'è anche una forte attenzione al protagonismo dei cittadini. Come si incentiva?

La partecipazione funziona quando le persone sentono che la propria voce conta davvero e non bastano percorsi simbolici o occasionali, ma servono strumenti stabili di confronto e co-progettazione. Incentivare il protagonismo dei cittadini significa creare spazi dove istituzioni, associazioni e comunità possano costruire insieme le risposte ai bisogni dei territori.

Per questo stiamo lavorando all’avvio di due percorsi partecipativi, come strumento di ascolto e lettura dello stato dell’arte su queste deleghe, perché nulla si costruisce dall’alto ma attraverso il dialogo e l’ascolto. L’obiettivo è anche quello di incentivare i Comuni ad adottare i regolamenti sui beni comuni e a utilizzare con più continuità lo strumento della partecipazione nelle diverse politiche locali. La sfida è proprio questa: trasformare la partecipazione da principio astratto a pratica quotidiana di governo, capace di generare fiducia perché costruita insieme alle persone.

C'è un risultato ottenuto in questi primi mesi del suo mandato che sente di rivendicare con un certo orgoglio? E qual è un altro che spera di ottenere presto?

Più che rivendicare un singolo risultato, sono orgogliosa del lavoro avviato su alcuni temi che considero fondamentali come la promozione della cultura della legalità, il sostegno al riutilizzo sociale dei beni confiscati e i percorsi di educazione alla pace e alla partecipazione. Sul tema della legalità, continuiamo a supportare i Comuni nel recupero e nel riutilizzo sociale dei beni confiscati, che restano uno degli strumenti più concreti per trasformare spazi sottratti alla criminalità in luoghi di comunità. In parallelo abbiamo investito oltre 600mila euro per progetti nelle scuole, partecipazione dei giovani ai campi antimafia, formazione per amministratori e funzionari pubblici, sostegno alla memoria delle vittime delle stragi e rilancio del Centro di documentazione "Cultura della Legalità Democratica".

Ma lo stesso approccio lo stiamo portando anche sulle altre deleghe: dalla partecipazione agli Stati Generali della Pace, fino ai percorsi di educazione alla pace nelle scuole. Siamo solo all’inizio del mandato, ma l’idea è quella di rafforzare questi strumenti e renderli sempre più accessibili ai territori, perché legalità, pace e partecipazione sono parti della stessa idea di società. Nei prossimi mesi vorrei proprio consolidare questo lavoro, soprattutto sul coinvolgimento delle comunità e dei giovani, perché è lì che queste politiche diventano davvero efficaci.

Essendo di Livorno, lei rappresenta anche la "voce" della Toscana costiera. Quali sono le istanze di quell'area che porta con sé in Regione?

La Toscana costiera porta con sé grandi potenzialità ma anche questioni molto concrete: il lavoro, la riconversione industriale, il futuro dei porti, la transizione energetica, la necessità di creare opportunità per i giovani e contrastare le disuguaglianze territoriali.

Livorno mi ha insegnato una politica molto concreta, fatta di comunità, di confronto diretto e di attenzione ai bisogni reali delle persone. Porto con me l’idea che le istituzioni debbano essere presenti soprattutto dove le fragilità sociali ed economiche rischiano di diventare marginalità. La Toscana cresce davvero se nessun territorio resta indietro.

In chiusura: crede che la sua nomina e il suo lavoro nei prossimi anni possano essere un punto di svolta per un maggior coinvolgimento di una classe dirigente più giovane?

Me lo auguro, ma penso che il punto non sia semplicemente avere più giovani nelle istituzioni. La vera sfida è permettere a una nuova generazione di partecipare davvero alle decisioni e di portare dentro la politica le proprie esperienze, competenze e priorità. Per troppo tempo ai giovani è stato chiesto di aspettare il proprio turno, io credo invece che la politica debba aprirsi, fidarsi di più e creare spazio per energie nuove.

Se la mia esperienza può contribuire anche solo in parte a rendere più naturale vedere ragazze e ragazzi in ruoli di responsabilità, allora avrà avuto un significato che va oltre la mia storia personale.