L’INTERVISTA DELLA DOMENICA

Solidarietà e connessioni, il Terzo settore punta sui giovani

Intervista a Paccosi, dal 2020 alla guida di Cersvot: "Ho incontrato centinaia di organizzazioni, il nostro compito è aiutarle a cogliere opportunità"

Aiutare il terzo settore a non restare solo è la sfida che, quotidianamente, in giro per la Toscana, sta portando avanti Luigi Paccosi, dal 2020 presidente di Cesvot, ovvero il Centro Servizi Volontariato Toscana. Una realtà che coordina 11 delegazioni territoriali in tutta la regione e supporta le organizzazioni di volontariato e promozione sociale toscane nella formazione, nella consulenza e nell’accompagnamento alla riforma del Terzo Settore"Una riforma - ha detto Paccosi - che ha ridisegnato le regole del gioco, dove entrano finalmente in vigore anche le agevolazioni fiscali. Ma le regole da sole non bastano". 

Questo in corso è il suo secondo mandato da presidente di Cesvot: quali sono le nuove sfide in vista?

Il primo mandato mi ha insegnato ad ascoltare. Ho girato la Toscana, ho incontrato centinaia di organizzazioni, ho capito dove ci sono fragilità e dove ci sono forze straordinarie da valorizzare. Il secondo mandato è il momento di tradurre quella comprensione in scelte concrete. Le organizzazioni hanno bisogno di qualcuno che stia loro vicino in questa transizione, che le aiuti a cogliere le opportunità senza perdere l’identità. Questo è il nostro compito come Cesvot: non uno sportello burocratico, ma un punto di riferimento culturale e formativo per il volontariato toscano.

Com’è cambiato il terzo settore in questi anni?

Ci sono due immagini che convivono. La prima è quella della vitalità: negli ultimi otto anni sono nati in Toscana 1.300 nuovi enti del terzo settore. I beneficiari delle attività superano il milione di persone. Per la prima volta le volontarie sono più dei volontari: rappresentano il 52% del totale. Sono segnali che questo mondo non si è fermato, che sa rinnovarsi anche nei momenti difficili. La seconda immagine è quella della fatica. La burocrazia ha pesato sulle spalle di organizzazioni che spesso non hanno né uno staff dedicato né le competenze per gestirla. La digitalizzazione è rimasta indietro. E poi c’è il tema del ricambio generazionale: circa la metà dei volontari toscani ha più di 55 anni, e questo ci dice che dobbiamo lavorare con urgenza per aprire le porte alle nuove generazioni. Quello che ho visto in questi anni è un terzo settore più grande, più riconosciuto, ma spesso anche più incerto di sé. Il nostro lavoro è aiutarlo a ritrovare la certezza del proprio valore.

Paccosi con Padre Paolo Benanti

In una società sempre più frammentata, quali sono le criticità più urgenti?

La prima, senza dubbio, è la solitudine. Non parlo solo degli anziani, anche se per loro la solitudine è ormai riconosciuta come una vera emergenza sanitaria, ma di una solitudine più diffusa, che attraversa i giovani, le famiglie, chi vive lontano dai centri. Il volontariato è spesso l’unico presidio rimasto in certi territori. Ed è un peso che non può essere portato senza risorse e senza riconoscimento. La seconda criticità è il ricambio generazionale. Nell’area Empolese il 68,8% degli enti percepisce un calo nel numero dei volontari, un valore più alto rispetto alle altre delegazioni toscane. Il 29,6% dichiara di non riuscire a garantire il passaggio generazionale. E il 24,7% segnala difficoltà a fidelizzare i volontari, il dato più alto registrato in tutta la regione. Questo ci dice che il problema non è solo trovare nuove persone: è creare le condizioni perché restino. La terza criticità è quella che mi preoccupa di più sul lungo periodo: molte organizzazioni non sanno più con chiarezza chi sono e dove vogliono andare. Nell’area Empolese quasi il 40% degli enti non riesce a valutare se la propria cultura organizzativa sia adeguata alle sfide di oggi. Quando un’organizzazione perde il senso di sé, fatica a trasmettere entusiasmo e a coinvolgere.

Quali soluzioni per risolverle?

Sulla solitudine la risposta è semplice da dire, difficile da fare: investire nella prossimità. Non possiamo permetterci di perdere le sedi, i centri di aggregazione, i luoghi fisici dove le persone si incontrano. Il digitale non sostituisce la presenza. Sul ricambio generazionale dobbiamo essere onesti con noi stessi: il modello dell’affiancamento al volontario senior, per quanto prezioso, da solo non basta più. Nell’area Empolese il 53,8% degli enti ha adottato strategie attive per coinvolgere nuovi volontari nel 2024, un segnale positivo, ma dobbiamo andare oltre. I giovani vogliono esperienze significative, flessibili, che si integrino con le loro vite. Non possiamo chiedere a un venticinquenne lo stesso impegno che chiedevamo trent’anni fa. Dobbiamo reinventare le forme della partecipazione. Sulla fatica identitaria, la soluzione che vedo è il confronto: le organizzazioni che si aprono a reti eterogenee, che collaborano con soggetti diversi da loro, sono quelle che reggono meglio. Costruire connessioni è già una risposta.

Convegno Leggere il cambiamento

Quali sono i temi dei progetti vincitori del bando «Siete presente. Giovani e associazionismo» nell’area empolese? E quante risorse avete messo in campo?

Questo bando nasce da una lettura onesta di un problema reale: i giovani non si riconoscono nelle forme tradizionali del volontariato, ma non è perché non vogliano impegnarsi. È perché spesso non trovano porte aperte al loro modo di farlo. Quest’anno a livello regionale abbiamo ricevuto 272 progetti, ne abbiamo finanziati 106 per quasi 500mila euro complessivi, risorse messe insieme da Regione Toscana, tramite Giovanisì, dal Dipartimento per le Politiche Giovanili e dalle 11 Fondazioni bancarie toscane. Affrontano temi diversi, ma con un filo comune: giovani che non vogliono guardare il mondo da fuori. Vogliono cambiarlo, partendo dalla loro comunità. Bastava chiamarli.

Anche nel volontariato si registrano problemi di ricambio generazionale. Come si affronta?

Sì, e non ha senso nasconderlo. Nella Delegazione di Empoli i giovani fino a 29 anni rappresentano il 18% dei volontari. Non è una percentuale disprezzabile, ma va coltivata con attenzione e con intelligenza. Il problema non è solo attrarre i giovani: è trattenerli. Il 24,7% degli enti empolesi segnala difficoltà a fidelizzare i volontari, il valore più alto in tutta la Toscana. Questo ci dice che qualcosa si rompe dopo l’ingresso: l’accoglienza non è adeguata, le aspettative non si incontrano, il riconoscimento manca. I giovani cercano esperienze che abbiano senso, che lascino un segno. Non chiedono di essere trattati come adulti in miniatura che devono imparare le regole del gioco: chiedono di essere protagonisti. Le organizzazioni che hanno capito questo e che hanno avuto il coraggio di cedere spazio, responsabilità, voce, sono quelle che oggi hanno la lista d’attesa per fare il volontario.

Paccosi con Riccardo Bonacina e Padre Bernardo

L’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro in tanti ambiti. Può entrare anche nel terzo settore?

Deve entrarci. E non sto parlando di fantascienza: parlo di strumenti già disponibili che potrebbero liberare ore preziose ai volontari, che oggi le passano a compilare moduli, rendicontare progetti, gestire comunicazioni. Ma i dati ci dicono che siamo ancora lontani. C’è un lavoro enorme da fare sul fronte della formazione e della consapevolezza. Detto questo, ho una preoccupazione che considero fondata: l’intelligenza artificiale usata male può produrre danni, dalla violazione della privacy alla standardizzazione di risposte che invece devono essere umane e personalizzate. Il terzo settore lavora con le persone più fragili: non possiamo permetterci errori. Cesvot sta già lavorando su questo fronte, perché vogliamo che i nostri enti abbiano gli strumenti per usare queste tecnologie bene, non solo in fretta.

Di fronte alla corsa al riarmo, la Cei propone un servizio civile obbligatorio come alternativa alla leva. Una proposta percorribile?

Non la chiamo provocazione. La chiamo una domanda seria, che merita una risposta altrettanto seria. Il servizio civile ha già dimostrato di saper formare cittadini. Molti dei volontari che oggi reggono le associazioni toscane hanno iniziato proprio con quell’esperienza: un anno che ha aperto una porta e non l’ha più richiusa. Se quell’esperienza diventasse universale, un passaggio che ogni giovane italiano compie, indipendentemente dalla propria estrazione, l’effetto sulla coesione sociale potrebbe essere straordinario. Proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno. Certo, ci sono nodi da sciogliere: le risorse, la qualità dell’esperienza, la capacità del sistema di reggere numeri molto più grandi senza trasformare tutto in un adempimento vuoto. Un servizio civile obbligatorio di facciata sarebbe peggio di niente. Ma l’idea di fondo mi convince: che ogni giovane debba fare almeno una volta nella vita un’esperienza di servizio alla comunità. Non come obbligo militare. Come atto di cura verso il Paese in cui vive. Mi sembra una risposta molto più italiana, e molto più umana, di qualsiasi corsa al riarmo.