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Fuga dall'Iran, Nato e Colombia

Trump pensa a come andarsene dal Medio Oriente, la furia contro gli alleati della Nato e l'inchiesta contro il presidente colombiano

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Una via di fuga dall’Iran

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta considerando di porre fine all’assalto contro l’Iran. Nonostante nei giorni scorsi abbia affermato di essere pronto a “obliterare” le centrali elettriche iraniane se lo stretto di Hormuz non dovesse essere riaperto al traffico commerciale, sul proprio social - dove spesso si esprime assai più liberamente che durante le interviste o le conferenze stampa - ha spiegato come gli obiettivi dell’intervento siano ormai quasi raggiunti. E che, per questo, la sua amministrazione sta pensando di “ridurre gradualmente i nostri ingenti sforzi militari in Medio Oriente”. Secondo Trump, infatti, il conflitto iniziato lo scorso 28 febbraio avrebbe completamente azzerato la capacità missilistica di Teheran, distrutto l’industria militare ed evitato che la Repubblica Islamica arrivasse all’arma nucleare. Obiettivi che, in realtà, non sono pienamente stati realizzati e che, soprattutto, differiscono da quello che era stato fissato all’inizio dell’intervento, ovvero la fine del regime degli ayatollah.

Del resto, rovesciare la teocrazia e l’intero apparato tecnico-militare che governano l’Iran dal 1979 si è dimostrata essere un’operazione particolarmente complessa. Al di là delle uccisioni mirate di alcuni dei principali esponenti del regime - negli ultimi giorni, per esempio, Ali Larijani, capo del Consiglio di Sicurezza nazionale - a oggi non s’intravedono cedimenti significativi che fanno pensare a un crollo del regime e a una presa di potere da parte del popolo iraniano, come aveva suggerito lo stesso Trump ormai quasi un mese fa. Senz’altro questo ha agevolato un cambio di strategia o, quantomeno, di narrazione. Tanto che lo stesso Trump ha criticato Israele per l’attacco sferrato contro le infrastrutture energetiche iraniane: una mossa che avrebbe potuto innescare l’ennesima escalation e reso ancor più difficile l’uscita di scena di Washington.

Folla a Teheran con le immagini di Larijani [X Account]

Che, si badi bene, al momento non è vicina. Ciononostante, l’amministrazione di Trump deve fare i conti con gli effetti collaterali della guerra che mettono a rischio la sua popolarità nell’anno delle elezioni di medio termine. A cominciare dal prezzo della benzina negli Stati Uniti stessi, arrivato a 4 dollari al gallone. Su questo versante, il governo ha deciso di ricorrere ad alcune misure - come, per esempio, il ricorso alle riserve di petrolio - per abbassarne il costo. E ancora, vanno considerate le ripercussioni sulla sua base elettorale. Secondo un sondaggio di Politico, nel frastagliato movimento Make America Great Again la maggioranza dei sostenitori di Trump continua ad appoggiarlo; ma se la guerra dovesse durare troppo a lungo o dovesse causare sempre più vittime tra i militari statunitensi, le cose cambierebbero eccome. Per questo a Trump conviene accorciare i tempi: serve, però, una via di fuga.

Quei codardi della Nato

Che Trump sia insofferente nei confronti della Nato non è certo una scoperta di questa settimana. Già durante il suo primo mandato da presidente, infatti, non aveva taciuto le sue convinzioni: i Paesi della Nato godono di una protezione militare pagata quasi interamente dagli Stati Uniti, che spendono un sacco di soldi a fronte di alleati che, al contrario, si permettono di non pagare. Un concetto ribadito spesso, senza giri di parole. “Diamo loro tutto ciò che vogliono e loro non ci aiutano”, disse nel 2019, spiegando chiaramente quale fosse il suo obiettivo: “voglio che l’Europa paghi”. Ed ecco che, a distanza di sette anni, il dilemma della Nato si è riproposto, stavolta in termini molto più pratici.

Nella guerra in Iran, infatti, i Paesi della Nato non sono stati coinvolti, se non indirettamente come la Turchia, che ha respinto alcune offensive missilistiche. Ciò nonostante lo stesso Trump abbia esplicitamente richiesto agli alleati di partecipare alle operazioni militari che avrebbero dovuto liberare lo stretto di Hormuz. Un appello caduto nel vuoto. Così, il presidente degli Stati Uniti è tornato alla carica, sferrando colpi a destra e a manca all’Alleanza atlantica. “Si lamentano del prezzo del petrolio, ma non vogliono aiutarci ad aprire lo stretto Hormuz con una semplice manovra militare”, ha scritto su Truth. “CODARDI, ce lo RICORDEREMO!”.

Il segretario della Nato Mark Rutte e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump [X Account]

La risposta data da parte di alcuni dei Paesi chiamati in causa da Trump - in primis Regno Unito, Francia, Germania e Italia, ma anche altri - è stata quella di coalizzarsi per “contribuire agli sforzi per garantire il passaggio sicuro attraverso lo stretto”. Ciò non secondo le richieste degli Stati Uniti, bensì attraverso le Nazioni Unite, l’organismo garante anche del principio internazionale della libertà di navigazione. Per rendere il concetto ancora più chiaro, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha affermato che la guerra in Iran non è una guerra della Germania o dell’Europa. Un coro unanime, condiviso anche altrove nel continente.

Venezuela bis?

Come accaduto per l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, anche il numero uno della Colombia, Gustavo Petro, è stato messo sotto indagine negli Stati Uniti per i suoi possibili legami con il narcotraffico. A occuparsi dell’inchiesta è il Dipartimento di Giustizia e la Drug Enforcement Administration - la famosa Dea per chi ha seguito Breaking Bad - che stanno approfondendo alcuni presunti scenari che coinvolgerebbero direttamente il presidente colombiano. Tra questi, gli ipotetici rapporti con il cartello messicano di Sinaloa e i legami con alcuni narcotrafficanti che avrebbero finanziato la sua campagna elettorale. Per questi motivi, la Dea ha bollato lo stesso Petro come priority target delle indagini.

Al momento, le indagini sono ancora in una fase preliminare e, formalmente, l’amministrazione di Donald Trump non ha niente a che vedere con esse, tant’è che non ha commentato in alcun modo. Da parte dello stesso Petro, invece, è arrivata immediatamente una smentita: “nella mia vita non ho mai parlato con un narcotrafficante”, ha spiegato su X; al contrario, il presidente colombiano ha detto di aver dedicato dieci anni della sua vita a “denunciare i legami tra i più grandi narcotrafficanti e i politici”.

Il presidente della Colombia Gustavo Petro [X Account]

A oggi è difficile immaginare che anche in Colombia avvenga quanto già accaduto in Venezuela. Ovvero, il rapimento di un capo di Stato affinché questi possa essere trasferito sul territorio degli Stati Uniti per avviare un processo. Quel che è certo è che Petro, in carica dal 2022, non è il miglior amico di Trump. Qualche giorno prima dell’intervento in Venezuela, il presidente statunitense aveva lanciato un avvertimento a Petro, invitandolo a - usando una forma elegante - “guardarsi le spalle”. Come per Maduro, l’accusa di Trump riguardava la presunta connivenza con il narcotraffico che si dirigeva verso gli Stati Uniti. Fatto sta che a febbraio scorso i due si sono incontrati alla Casa Bianca per un vertice che aveva dato riscontri positivi dopo settimane di attriti. Adesso, le indagini statunitensi rischiano di peggiorare nuovamente le cose.

Il pezzo della settimana

Uno dei temi più ricorrenti di queste ultime due settimane è quello dello scollamento - se non dello strappo - tra Trump e la base Maga. Da Tucker Carlson a Megyn Kelly, alcune personalità più in vista di quella comunità hanno criticato duramente il presidente degli Stati Uniti. Ma si tratta di un contrasto che resta in superficie o che scende in profondità? Su The Free Press, Gabe Fleisher pensa che sia vera la prima. Gli americani che hanno scelto Trump continuano a seguirlo, nonostante tutto. Si legge qui.

La canzone della settimana

Uscirsene dal pantano iraniano non sarà semplice per gli Stati Uniti, né senza conseguenze. Hit the road, Jack, and don’t you come back no more.