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Ma in Iran si tratta o no?
Giunti ormai a febbraio, diversi giorni dopo l’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla massive Armada che si stava dirigendo verso l’Iran, pare proprio che la strada scelta da Washington, per il momento, sia quella del negoziato. Un attacco contro Teheran, oggi, appare meno probabile di giorni fa. Anche perché, proprio in questi giorni, in Oman si sono tenuti dei colloqui informali tra le delegazioni dei due Paesi, mediate proprio dal governo del sultano al-Said, rappresentato dal ministro degli Esteri Badr al-Busaidi. L’incontro, da quanto appreso, avrebbe avuto come scopo quello di far riprendere il dialogo tra Washington e Iran dopo gli attacchi dello scorso giugno e, ovviamente, in riferimento al programma nucleare iraniano.
Non è ancora chiaro, però, quale sia la linea dell’amministrazione Trump, che pare però orientata a richiedere concessioni significative a Teheran. Come spiegato dal segretario di Stato Marco Rubio, infatti, oltre all’accordo sul programma nucleare, gli Stati Uniti vogliono inserire nei negoziati l’impiego di missili balistici e il sostegno fornito al cosiddetto Asse della Resistenza, ovvero le formazioni militari appoggiate da Teheran quali Hezbollah in Libano, Hamas e il Movimento per il jihad islamico nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, gli Huthi in Yemen e le Forze di mobilitazione popolare in Iraq.
Attualmente, come mostrano le immagini satellitari, l’Iran è impegnato nella ricostruzione e nella riparazione dei siti missilistici che erano stati colpiti da Israele e Stati Uniti nella passata estate, mentre il programma nucleare sembra procedere in maniera più lenta dopo i bombardamenti americani. Dunque, Teheran starebbe procedendo con lo sviluppo dell’atomo, che già in passato più volte l’ayatollah Khamenei ha definito imprescindibile per l’indipendenza del Paese, sia essa energetica o militare. Un dato che, dagli Stati Uniti, viene valutato in maniera estremamente negativa. Lo stesso Trump, alla vigilia dei primi colloqui in Oman, ha spiegato che se l’Iran dovesse riprendere il proprio programma nucleare, gli Stati Uniti lo farebbero ripartire nuovamente da zero. Il tutto, nota a margine, mentre è scaduto il New Start, il trattato tra Washington e Mosca per il controllo della proliferazione nucleare: i due Paesi, comunque, sembrerebbero intenzionati a dialogare per arrivare a un’intesa di massima.
Le grandi purghe di Xi
Nei giorni scorsi, due alti ufficiali dell’esercito cinese sono stati rimossi dal ruolo: si tratta del generale Zhang Youxia e del generale Liu Zhengli. Questa, tutto sommato, è l’unica certezza sulla notizia. Perché penetrare nel cuore pulsante del regime di Xi Jinping è praticamente impossibile, pure a testate lievemente più autorevoli di Brevemondo come il New York Times, che si è trovato in difficoltà a spiegare i veri motivi dietro all’accantonamento dei due militari. La ragione più verosimile è che il presidente cinese tema di perdere il controllo del Paese, che non sta affrontando una congiuntura economica favorevole.
Resta vero, comunque, che negli anni in cui Xi Jinping è stato presidente, le cariche militari sono costantemente sottoposte a un ricambio. Volontario o meno. Sempre sul New York Times è stato evidenziato, infatti, come dal 2023 nella Commissione militare centrale - ovvero, l’organismo “sdoppiato” che vale tanto per il Partito comunista, quanto per lo Stato e che dirige le forze armate - siano stati rimossi cinque comandanti su sei, per espulsione o per l’avvio di un processo giudiziario. Vale la pena ricordare che a presiedere la Commissione militare centrale, dal 2012, è proprio Xi Jinping.
L’obiettivo di quest’ultimo, dunque, sarebbe quello di accentrare ulteriormente il potere su se stesso, sostituendo i vertici militari con figure di suo gradimento, che possono essere cacciate ogni qualvolta sia necessario. Ciò, però, va a discapito anche dello stesso regime di Xi: la rimozione di ufficiali di lungo corso - come, appunto, Zhang Youxia - rischia di rallentare lo sviluppo dell’esercito cinese su cui il presidente ha scommesso molto. Soprattutto in vista del 2027, quando Pechino avrebbe stabilito, secondo fonti di intelligence, di dare l’assalto a Taiwan. E ancora, in termini diplomatici: lo stesso Zhang Youxia, per gli Stati Uniti, rappresentava uno dei principali interlocutori per mantenere vivo il dialogo con Pechino. Senza di lui, il tema taiwanese, potrebbe diventare ancor più problematico.
L’attacco al vicecapo dell’intelligence russa
Il generale russo Vladimir Alekseyev, numero due della Direzione generale per le informazioni militari, ovvero l’intelligence del Cremlino, è rimasto gravemente ferito in un assalto avvenuto, a quanto pare, mentre si trovava nella sua abitazione. Pare che qualcuno gli abbia sparato alle spalle. Alekseyev è uno tra i gli “uomini ombra” dei negoziati che stanno andando avanti ad Abu Dhabi tra Ucraina e Russia: nella sua carriera militare, ha avuto un ruolo fondamentale in Siria, guidando il contingente di Mosca, mentre dal 2022 si è occupato della creazione di una forza armata privata da affiancare all’esercito regolare. Inoltre, è stato uno dei principali artefici della Wagner: quando Evgenij Prigozhin cercò di marciare verso Mosca, fu tra coloro che cercò di dissuaderlo.
Naturalmente, il governo russo ha immediatamente accusato l’Ucraina di essere responsabile dell’attacco contro Alekseyev. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, tra i molti, ha affermato come ci sia Kiev dietro l’operazione e che sia un tentativo di far saltare i negoziati di pace. Non che i colloqui, prima dell’attentato, stessero andando alla grande: in questa settimana, le delegazioni di Mosca e Kiev si sono nuovamente incontrate, con la partecipazione di quella statunitense, ma senza particolari risultati. Continua a tenere banco la questione territoriale, sulla quale difficilmente si raggiungerà un accordo senza cambiamenti significativi sul campo di battaglia.
A complicare ulteriormente i colloqui, poi, sono i continui attacchi portati avanti dalla Russia. Se nella scorsa settimana, per un paio di giorni, Mosca aveva accettato di sospendere i bombardamenti viste le temperature rigidissime in Ucraina, nelle ultime ore non ha esitato a colpire alcuni siti energetici. Stando a quanto affermato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, l’attacco è stato compiuto con l’uso di 400 droni e 40 missili di vario tipo. Ciò ha ovviamente causato problemi sull’approvvigionamento, indispensabile a fronte di temperature ben sotto lo zero.
Il pezzo della settimana
Su questa piattaforma, Substack, c’è un blog che di fatto riporta le notizie e i commenti più rilevanti del Quotidiano del Popolo, il giornale ufficiale della Repubblica popolare cinese. In una recente pubblicazione, è stata l’analisi fatta dal quotidiano proprio sulle purghe di Xi, beatificate come necessarie per “rimuovere la carne marcia affinché ne nasca di nuova”. Una lettura molto interessante, che dà un punto di vista - quello cinese - che raramente - e paradossalmente - viene preso in considerazione. Si legge qui.
La canzone della settimana
Senza il New Start, pur con l’impegno di Russia e Stati Uniti di arrivare a un nuovo accordo, non c’è un limite - almeno, formale - alla proliferazione delle armi nucleari. Un terribile scenario già raccontato dai Pink Floyd.