La sosta di Brevemondo s’interrompe per l’attacco lanciato dagli Stati Uniti contro il Venezuela nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, durante il quale sono state colpite diverse basi militari tra la capitale Caracas e altre località negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Fatto assai rilevante, l’operazione ha permesso a Washington di catturare e il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores. L’annuncio è stato dato dal presidente Donald Trump sul suo social, mentre successivamente sono state diffuse anche le foto di Maduro in manette, attorniato da alcuni militari statunitensi.
L’attacco non è arrivato dal nulla e non è la conseguenza della tanto discussa National Security Strategy, il documento approvato poco meno di un mese fa e che tratteggia i principali indirizzi di politica estera dell’amministrazione trumpiana. In esso, infatti, era stato introdotto il cosiddetto “corollario Trump” alla dottrina Monroe, a tutela degli interessi di sicurezza degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale e, in particolar modo, in America Latina. Al contrario, pur non essendone estraneo, l’offensiva è arrivata al culmine di un lungo confronto nei mesi scorsi, durante i quali il Pentagono ha condotto diversi interventi volti, formalmente, a combattere il narcotraffico che dal Venezuela raggiunge gli Stati Uniti. Addirittura, le prime mosse in questo senso risalgono a gennaio 2025: un anno fa.
L’intensificazione delle operazioni si è registrata soltanto dall’estate, con il dispiegamento di migliaia e migliaia di soldati e, a novembre, lo spostamento della più grande portaerei statunitense nel Mar dei Caraibi, la USS Gerald Ford. Quindi, da dicembre, l’ipotesi di un intervento diretto sul territorio venezuelano ha cominciato a prendere corpo, tra sequestri delle petroliere di Caracas - la cui economia nazionale dipende in larga parte dai proventi della vendita del greggio - e le minacce di Trump rivolte direttamente a Maduro, cui ha suggerito di fare una mossa “intelligente” e abbandonare il potere autonomamente.
Alla fine, si è arrivati alle scorse 48 ore. Con un blitz vero e proprio, i soldati statunitensi sono riusciti a colpire infrastrutture fondamentali per l’esercito venezuelano e, al contempo, a mettere in manette il presidente Maduro, scortato fuori dal Paese con la prospettiva di dover affrontare un processo per traffico di droga, istituito dalla giustizia statunitense. Da un lato, Trump, nella conferenza stampa organizzata dopo l’attacco, ha spiegato come Washington gestirà il Venezuela fino a quando sarà pronto un avvicendamento al potere e che non è affatto esclusa la possibilità che gli Stati Uniti inviino truppe boots on the ground, direttamente sul territorio venezuelano. Non solo: il presidente americano ha anche assicurato che le compagnie petrolifere statunitensi investiranno miliardi di dollari per “sistemare le infrastrutture messe male” del Venezuela. Dall’altro, nonostante la cattura di Maduro, ciò che è rimasto del regime non se n’è andato con lui: il ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez, dopo l’attacco, ha invocato la riscossa del popolo venezuelano e dell’esercito per combattere contro gli Stati Uniti e difendere l’eredità del presidente.
Capire cosa accadrà nell’immediato futuro non è semplice. Resta da valutare la capacità del regime di sopravvivere a lungo senza Maduro, così come l’effettiva volontà degli Stati Uniti di esercitare ulteriore pressione, che verosimilmente porterebbe al disfacimento completo degli apparati venezuelani. Quel che è certo è che Washington si è imbarcata in una missione - l’ennesima - che drenerà diverse energie, ma che al contempo ribadisce l’impostazione trumpiana: l’intervento statunitense nel mondo, con lui, si limita agli scenari dove sono in gioco gli interessi nazionali.