La Toscana del presepe non abita nelle città d'arte. Il suo cuore sta nella media valle del Serchio e nelle colline sopra Lucca, tra paesi come Coreglia Antelminelli e Bagni di Lucca, dove per generazioni un mestiere ingegnoso ha trasformato il gesso in statuine e le statuine in un passaporto per il mondo. I protagonisti di quella storia si chiamavano figurinai, e la loro vicenda, poco nota fuori dai confini della Lucchesia, spiega perché ancora oggi una fetta dei presepi che entrano nelle case di mezzo mondo parli toscano.
La loro è una storia di emigrazione prima ancora che di artigianato. Dalle valli lucchesi, dove la terra dava poco, i figurinai partivano con la merce sulle spalle per venderla dove c'era chi poteva comprarla, e in questo modo hanno fatto conoscere l'arte della figura sacra in gesso a un pubblico che non l'aveva mai vista.
Il mestiere del gesso nelle valli del Serchio
Il punto di partenza è la materia prima. Il gesso era povero, leggero e facile da colare negli stampi: caratteristiche che lo rendevano perfetto per una produzione domestica, replicabile in serie e trasportabile a piedi. Nei laboratori familiari della valle si preparavano le forme, si colavano le figure, si rifinivano e si dipingevano, con un repertorio che andava dalle statuine del presepe ai santi, fino ai busti di personaggi celebri e alle figure di animali che incontravano il gusto dei compratori stranieri.
Attorno a quel mestiere si è costruita un'organizzazione vera e propria. Le partenze avvenivano in compagnie, gruppi guidati da un capo che conosceva le rotte e i mercati, reclutava i giovani nei paesi e coordinava vendite e guadagni. La struttura per compagnie spiega la capillarità del fenomeno: i figurinai non emigravano alla cieca, ma dentro reti collaudate che tramandavano contatti, itinerari e tecniche di vendita di generazione in generazione.
Il mestiere aveva inoltre una doppia natura, artigiana e commerciale insieme: lo stesso uomo che colava e ritoccava le figure doveva saperle vendere in una lingua straniera, adattando il repertorio ai gusti del mercato in cui si trovava, e questa flessibilità è stata la vera chiave della fortuna del sistema.
Le rotte: dall'Europa alle Americhe con le ceste in spalla
Le direttrici di viaggio raccontano l'ambizione del mestiere. Nel corso dell'Ottocento i venditori di figure lucchesi risultano presenti nelle principali città europee, dalla Francia all'Inghilterra fino alla Germania e alla Russia, e con le grandi ondate migratorie la rete si estende oltre oceano, verso le Americhe. La merce viaggiava in ceste e cassette, la vendita avveniva per strada o porta a porta, e il mestiere itinerante si trasformava spesso in stanzialità: molti figurinai aprirono all'estero laboratori e botteghe, diventando piccoli imprenditori della figura di gesso.
Il viaggio ha lasciato tracce nei due sensi. All'estero i lucchesi hanno portato un'iconografia, quella del presepe italiano, che ha contribuito a radicare la tradizione presepiale presso comunità che la conoscevano poco, e nelle città dove si stabilirono le loro botteghe la figura sacra di gesso divenne un oggetto familiare anche per chi non aveva origini italiane.
In valle, nel frattempo, sono tornati capitali, competenze commerciali e una vocazione all'export che il territorio non ha più perso. La storia dei figurinai anticipa, in scala artigianale, un modello che il made in Italy avrebbe replicato un secolo dopo: produzione radicata in un distretto, vendita sui mercati internazionali.
Coreglia Antelminelli e la memoria di un'epopea
La custodia di questa vicenda ha oggi un indirizzo preciso. A Coreglia Antelminelli, uno dei paesi simbolo dell'emigrazione artigiana, il Museo civico della figurina di gesso e dell'emigrazione raccoglie statuine, stampi, documenti e fotografie che ricostruiscono il mestiere e le sue rotte. L'istituzione, nata nel 1975, ha celebrato nel 2025 il traguardo del mezzo secolo, ricordato con un convegno i cui atti sono stati raccolti in volume: un segnale di quanto il territorio consideri quella storia parte viva della propria identità, e non un capitolo chiuso.
La memoria, del resto, ha anche una funzione pratica. Il museo documenta tecniche di formatura e pittura che sono le stesse da cui discende la produzione presepiale toscana di oggi, e per le scuole della valle rappresenta un ponte tra la storia dell'emigrazione e i mestieri che nel frattempo sono diventati industria. Chi lo visita capisce che il presepe toscano non nasce nei cataloghi, ma in una cultura di valle fatta di stampi, colori e viaggi.
Dalla figurina di gesso alla manifattura di oggi
L'eredità dei figurinai non si è fermata alle bacheche di un museo. Una delle eredi dirette di quella stagione è Fontanini, storica azienda del luccheseche deve la sua nascita a Emanuele Fontanini.
Già nel 1893 portava l'arte della figurina in alcune città europee, e nel 1908 aprì la propria bottega a Bagni di Lucca, spostando la produzione dal gesso alla cartapesta con figure oscillanti e soldatini. I figli Mario e Aldo trasformarono quel laboratorio in una fabbrica di figurine entro il 1936, e da lì partirono le prime spedizioni verso gli Stati Uniti, lungo le stesse direttrici che i venditori con la cesta in spalla avevano aperto un secolo prima. La famiglia è oggi alla quarta generazione e la decorazione resta affidata alla mano degli artigiani, pezzo per pezzo.
Il cerchio, così, si chiude dove si era aperto. La valle che esportava figure di gesso esporta oggi presepi artigianali riconosciuti a livello internazionale, e la Toscana può rivendicare un primato che pochi le attribuirebbero: aver insegnato al mondo, partendo da una manciata di paesi sull'Appennino, l'arte di portare il presepe in casa.