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Dentro una piccola pietra i segreti dell'Universo

Due pratesi hanno studiato Hypatia, massa composta da carbonio e con una struttura ricca di diamante: arriverebbe dagli albori del Sistema Solare

Marco Morelli (primo a sinistra) e Luca Bindi (primo a destra)

Una piccola pietra scura di origine extraterreste, ritrovata nel deserto egiziano, potrebbe conservare delle tracce di materiali che risalgo agli albori del Sistema Solare o, addirittura, a un periodo precedente alla sua formazione.

Una storia incredibile quella dietro a Hypatia, com'è stata denominata la pietra in onore della matematica, astronoma e filosofa greca a capo della scuola neoplatonica di Alessandria. E che è stata oggetto di un articolo scritto dai pratesi Luca Bindi dell'Università di Firenze e presidente del consiglio scientifico della Fondazione Parsec e Marco Morelli, membro dle Museo italiano di Scienze planetarie.

Il contributo, pubblicato su Space Science Reviews, una delle riviste scientifiche più prestigiose a livello internazionale, descrive la storia di questo piccolo campione proveniente dalle profondità dello spazio e fornisce un quadro completo dei risultati delle analisi condotte su di esso negli ultimi vent’anni.

Hypatia, infatti, ha caratteristiche difficili da ricondurre ai gruppi di meteoriti conosciute: è composta prevalentemente da carbonio, è quasi priva di silicati, ovvero i minerali più abbondanti nella crosta terrestre, e presenta una struttura ricca di diamante.

Sommando questi dettagli, l’interpretazione proposta è che Hypatia si sia formata dall’aggregazione di polveri eterogenee, in larga parte di origine interstellare, nelle prime fasi del Sistema Solare. Successivi impatti tra corpi solidi protoplanetari in formazione avrebbero trasformato parte del carbonio in diamante, senza cancellare del tutto le differenze conservate al suo interno.

Il caso di Hypatia suggerisce che i materiali da cui si è formato il Sistema Solare fossero assai diversi rispetto a quanto è possibile ricavare dallo studio delle meteoriti arrivate fino a noi. Aggregati ricchi di carbonio e fragili potrebbero essere stati più diffusi in passato, ma proprio la loro fragilità sarebbe alla base della minore possibilità di conservarsi.