Un'imprenditrice di nazionalità cinese operante nel tessile è stata arrestata a Prato dopo che un blitz all'interno del suo laboratorio ha fatto scoprire 10 lavoratori irregolari, suoi connazionali fra 20 e 60 anni illegalmente presenti in Italia. Deve rispondere dell'assunzione di personale senza permesso di soggiorno e di sfruttamento lavorativo. L'impresa è stata sequestrata.
L'accesso all'azienda da parte dei carabinieri ha portato ad appurare che gli operai erano alloggiati in un dormitorio di pertinenza della stessa in condizioni che una nota della procura di Prato, siglata dal procuratore Luca Tescaroli, definisce "degradanti".
Gli investigatori - carabinieri del nucleo tutela del lavoro di Roma, del nucleo ispettorato del lavoro di Perugia e del comando provinciale pratese - si sono portati al laboratorio di sera.
I macchinari erano in piena funzione, malgrado il portone fosse chiuso. Le riprese con bodycam hanno mostrato la titolare ordinare di nascondersi. Solo dopo ha aperto il portone. All'interno, i militari hanno trovato la donna e tre lavoratori assunti, mentre gli altri 10 si erano effettivamente nascosti in più punti del capannone.
14 ore al giorno, paghe da fame
I lavoratori, è emerso dalle indagini, erano sottoposti a turni 8-22 con una pausa di soli 30 minuti per pasto. La retribuzione, priva di coperture di tutela, era di 800-900 euro al mese con pagamento per metà in contanti e a cottimo: 60 centesimi per pezzo cucito.
Visite mediche: niente. Formazione: nessuna. I lavoratori illegali in Italia venivano ospitati in un appartamento, mentre i passaporti originali sono stati rinvenuti alcuni in valigie nascoste in laboratorio sotto a un cumulo di stoffe, un altro nel locale-dormitorio.
E' poi risultato che dai macchinari, per velocizzare la produzione, erano stati rimossi i dispositivo di sicurezza. Violazioni a cascata, insomma, che hanno portato all'arresto dell'imprenditrice. Lo sfruttamento è aggravato dallo stato di necessità dei lavoratori.