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Usa-Iran, Cina-Russia e Canada

L'Iran tra accordo possibile e minacce concrete, Putin ha incontrato Xi Jinping a Pechino e in Alberta si terrà un referendum per l'indipendenza

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Iran, parte due

Quando sembrava ormai a un passo l’accordo tra Iran e Stati Uniti, tanto che nei giorni scorsi si è parlato con insistenza di un’intesa quasi raggiunta tra Teheran e Washington, il conflitto in Medio Oriente si è ritrovato per 24 ore al punto di partenza. Tra venerdì e sabato, infatti, sembrava di essere tornati alla fine di febbraio, quando Stati Uniti e Israele diedero inizio alle operazioni militari. Il presidente Donald Trump, infatti, avrebbe valutato un intervento massiccio insieme al segretario per la Difesa Pete Hegseth e agli altri consiglieri per la sicurezza nazionale. Nel dettaglio, gli Stati Uniti avrebbero preso in considerazione di colpire tre obiettivi: gli impianti energetici, il sito nucleare sotterraneo di Isfahan - già attaccato a giugno dello scorso anno - e i siti missilistici.

Stavolta, però, lo stratagemma del presidente statunitense di arrivare a un millimetro dal punto di rottura per ottenere un accordo più favorevole potrebbe essere andato in porto. Ciò perché, mentre si ragionava di un possibile intervento militare, i mediatori di Teheran sono rimasti in contatto con il Pakistan, ormai gran cerimoniere dei negoziati tra Iran e Stati Uniti; allo stesso modo, anche i Paesi del Golfo, ovvero Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita, hanno chiesto a Washington di non continuare con gli attacchi. Così, nella tarda serata di ieri, Iran e Stati Uniti dovrebbero essere arrivati a un punto di svolta: secondo il portavoce del ministro degli Esteri iraniano, Teheran e Washington potrebbero siglare un memorandum che permetterebbe di affrontare il nocciolo della questione - il programma nucleare - in un secondo momento.

Donald Trump [Account X]

In tutto questo, c’è da registrare anche un lento scivolamento di Israele ai margini della vicenda. Se, inizialmente, il premier Benjamin Netanyahu e il suo entourage militare sono stati in prima linea, spesso dando l’impressione di aver trascinato gli Stati Uniti con sé, da qualche settimana Israele è tagliato fuori da ogni discussione tra Washington e Teheran. Non solo: mentre Stati Uniti e Iran cercavano di arrivare a un accordo durante la tregua, Trump ha in qualche modo imposto anche quella nel sud del Libano, dove l’esercito israeliano stava conducendo un’operazione parallela contro Hezbollah. Un cambio deciso, dettato evidentemente dalla necessità per Washington di gestire autonomamente la faccenda, che continua a insidiare non poco la sua postura internazionale e che, anche in ambito interno, non è certo passata in secondo piano. Tant’è che anche nei giorni scorsi ci sarebbe stata una telefonata “litigiosa” tra Trump e Netanyahu, con il primo che, a domande dei giornalisti proprio sul fatto, ha risposto che il premier israeliano “è una brava persona” e che “farà tutto quello che gli chiederò”.

Anche Putin a Pechino

Dopo la visita del presidente Trump, anche il suo omologo russo Vladimir Putin si è recato in Cina, accolto da Xi Jinping. Entrambi hanno riaffermato l’amicizia “senza limiti” tra Cina e Russia, il rapporto stretto ormai nel 2022 quando Mosca si apprestava ad attaccare l’Ucraina. Va riconosciuta una certa lungimiranza, visto che da quel momento i legami tra Cina e Russia si sono rafforzati notevolmente, non fosse altro che Pechino è diventata l’acquirente di riferimento per Mosca, che si è vista chiudere i rubinetti dai principali importatori in Europa. Dall’inizio della guerra in Ucraina, la Cina è di gran lunga il maggior compratore del petrolio russo, per un valore di circa 240 miliardi di euro.

Anche in questo caso, però, occorre mettere da parte l’aspetto puramente economico e quello personale. Xi Jinping e Putin vengono descritti spesso e volentieri come migliori amici: basti pensare che i due, dal 2012, si sono incontrati una quarantina di volte. Naturalmente, se vi sono senz’altro dei punti di contatto tra Cina e Russia, ve ne sono anche altri più critici. Tanto Pechino quanto Mosca, per esempio, hanno condiviso e continuano a condividere la necessità di ridisegnare l’assetto globale, dando loro maggiori margini di manovra nei confronti dell’avversario comune: gli Stati Uniti. Per questo, Xi Jinping e Putin hanno ribadito l’obiettivo di voler costruire un “mondo multipolare” e “un nuovo tipo di relazioni internazionali”.

Xi Jinping e Putin [X Account]

Quel che è stato fatto notare meno dalle nostre parti sono, appunto, le divergenze. La Cina, rispetto alla Russia, è sicuramente più inserita nei contesti economici e finanziari globali e ha tutto da perdere dall’instabilità. Per questo, nonostante Pechino abbia spesso appoggiato Mosca anche sul caso ucraino e nel confronto con gli Stati Uniti, essa è fortemente interessata a non arrivare mai allo strappo vero e proprio. Lo si è visto anche durante la visita di Trump: la Repubblica popolare, almeno per il momento, preferisce una coabitazione con gli Stati Uniti, non uno scontro frontale. A questo occorre aggiungere anche come la Cina stia cercando di indebolire anche il principale perno dell’amicizia con la Russia, ovvero l’importazione di petrolio, attraverso una maggiore diversificazione energetica. Con l’obiettivo di non restare impigliata in una dipendenza troppo profonda verso il Cremlino.

Un referendum sull’Alberta

Il prossimo ottobre, nello Stato dell’Alberta, in Canada, si terrà un referendum per l’indipendenza. Lo ha annunciato la premier Danielle Smith, che è a capo del governo dello Stato, dichiarando però come lei stessa voterà contro e, dunque, per rimanere all’interno del Canada. Il voto è stato indetto a seguito di una petizione popolare che ha raccolto oltre trecentomila firme del comitato “Stay Free Alberta”, che promuove l’indipendenza dello Stato; contestualmente, però, sono state raccolte anche quattrocentomila firme affinché l’Alberta rimanga nel Canada. In realtà, va chiarito, il quesito referendario non sarà semplicemente tra stay o leave: la scelta, invece, sarà tra restare una provincia canadese e avviare il processo formale che dovrà, in futuro, portare a un altro referendum, stavolta vincolante, sull’indipendenza.

Il movimento indipendentista dell’Alberta, nel corso degli anni, ha senz’altro aumentato la propria base, pur apparendo - secondo i sondaggi - ancora non maggioritario. Esistono più organizzazioni che perseguono questo obiettivo, ma la principale è il cosiddetto Alberta Prosperity Project, guidato da Mitch Sylvestre. Tra i motivi che alimentano il separatismo dell’Alberta c’è quello economico: secondo i promotori, le politiche canadesi, in particolari quelle ambientali, minano la produzione di petrolio nello Stato. Che ne è particolarmente ricco: secondo le statistiche, infatti, l’Alberta ha una riserva di greggio che è inferiore al mondo soltanto a Venezuela, Arabia Saudita e Iran.

Mitch Sylvestre [X Account]

Per molti è proprio quest’ultimo dettaglio ad aver spinto in passato l’amministrazione statunitense di Donald Trump a incentivare il separatismo dell’Alberta. Secondo il Financial Times, a gennaio scorso, alcuni esponenti dell’Alberta Prosperity Project sono stati ospiti della Casa Bianca, che ha comunque ridimensionato l’incontro definendolo “di routine”. È evidente come un simile vertice, al contrario, alimenti la narrazione trumpiana che, nei mesi scorsi, ha coinvolto anche il Canada: per settimane, del resto, ha fatto riferimento alla possibilità che il Paese diventasse il cinquantunesimo degli Stati Uniti.

Il pezzo della settimana

La guerra in Iran, che potrebbe riaccendersi, sta diventando sgradita anche ai repubblicani. I senatori del partito, saldamente in mano di Trump, hanno votato affinché il conflitto venga fermato. Un cortocircuito non da poco, che potrebbe verificarsi nuovamente alla Camera nei prossimi giorni. Cosa potrebbe accadere? Ne hanno scritto Connor O’Brien e Leo Shane su Politico. Si legge qui.

La canzone della settimana

Stati Uniti e Canada in passato hanno litigato anche in musica. In molti conoscono la storia di Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd, canzone che esalta lo stile di vita degli Stati Uniti meridionali in risposta al canadese Neil Young. Meno conosciuta è la miccia di quel litigio: Southern Man, dello stesso Young, vista come critica a quel territorio etichettato come Dixieland, l’ex Confederazione americana.