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La novella dello stento
La guerra in Medio Oriente non è finita neppure questa settimana: risum teneatis, amici? Quella di oggi e domani, lunedì 27 aprile, dovevano essere giornate decisive, con il nuovo incontro tra le delegazioni statunitense e iraniana, ma - a quanto pare - niente di tutto questo avverrà. Ieri, infatti, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha spiegato di aver cancellato il viaggio in Pakistan del genero Jared Kushner e del suo inviato speciale Steve Witkoff perché “non si sa chi comanda in Iran”. La decisione di Trump sarebbe dettata dal fatto che il ministro degli Esteri di Teheran, Seyed Abbas Araghchi, aveva già lasciato il Pakistan prima dell’arrivo della delegazione di Washington, accusata di non fare sul serio sul piano diplomatico. Del resto, il presidente statunitense ha detto di avere in mano “tutte le carte”, forte anche della presenza di oltre 50mila militari in Medio Oriente.
Cosa accadrà adesso? Senz’altro l’accordo definitivo per porre fine al conflitto non è dietro l’angolo. Basti vedere il tweet della giornalista Caitlin Doornbos, inviata all’estero per il New York Post, che ha mostrato su X il messaggio ricevuto proprio da Trump: Come home!!! Tradotto: non si deciderà granché nei prossimi giorni, puoi pure tornare a casa. Certo è che il presidente statunitense ha deciso di sospendere gli attacchi fino a quando non si terranno i nuovi colloqui. Dall’altra parte, però, non sembra esserci grande fretta: Araghchi, di fatto tra i maggiori esponenti della leadership politica iraniana al momento, dopo il Pakistan ha fatto visita all’Oman e, pare, successivamente dovrebbe recarsi anche in Russia, almeno secondo Xinhua, l’agenzia di stampa cinese. Di cui, visto l’oggetto - l’Iran - possiamo fidarci.
Nel Libano meridionale, invece, il cessate-il-fuoco che sarebbe scaduto domani è stato prolungato di altre tre settimane. Così ha detto Trump al termine di un incontro avvenuto alla Casa Bianca con gli ambasciatori di Israele e proprio del Libano. Va detto che, anche nei giorni successivi al “primo” cessate-il-fuoco, c’erano stati comunque degli attacchi, uno dei quali ha causato la morte di due militari francesi in forza alla missione d’interposizione delle Nazioni Unite. Non solo: lo stesso esercito israeliano, un paio di giorni fa, ha confermato di aver eliminato sei esponenti di Hezbollah. Anche su questo versante, dunque, la fine delle ostilità non appare certo vicina.
“A silly conference in Europe”
Il segretario della Difesa statunitense Pete Hegseth ha detto che, per il momento, i Paesi europei non stanno facendo chissà che cosa per dare una soluzione al problema dello stretto di Hormuz. “Si sono riuniti per parlare di un possibile dialogo su che cosa fare quando, alla fine, tutto sarà finito”, ha ironizzato Hegseth. “Questi non sono sforzi concreti”, ha poi sentenziato. Non solo, perché lo stesso Hegseth ha definito “silly conference”, un “incontro sciocco”, quello che si è tenuto a Parigi senza la partecipazione degli Stati Uniti e dedicato proprio allo stretto. Per il quale i principali Paesi europei hanno convenuto di dover dar vita a una missione multinazionale che dovrebbe garantire il libero transito e tutelare il traffico commerciale.
A oggi, infatti, lo stretto di Hormuz è ancora sottoposto al blocco navale degli Stati Uniti, che hanno anche sequestrato tre petroliere iraniane, che nei giorni precedenti si trovavano nelle vicinanze dello Sri Lanka, della Malesia e dell’India. Dal canto suo, Teheran ha disposto la chiusura dello stretto e, a sua volta, ha preso il possesso di due imbarcazioni lasciando Hormuz, mentre ha aperto il fuoco contro una terza. Di recente, Trump ha poi ordinato alla Marina Militare statunitense di distruggere ogni nave appartenente all’Iran, rivendicando il pieno controllo dello stretto.
Quel che è certo è che, come ha detto anche Hegseth, i Paesi europei continuano a pagare notevolmente la situazione di stallo attorno a Hormuz. Tant’è che il tema - soprattutto legato alla crisi energetica che ne discende - è stato discusso in maniera approfondita in un vertice dell’Unione Europea che si è tenuto a Cipro. Ma, come accade spesso nella storia dell’Unione, non è stata trovata una strategia comune: da una parte c’è chi, come anche la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, chiede di allentare i termini del Patto di stabilità per gli investimenti energetici; dall’altra, invece, lo schieramento dei cosiddetti “Paesi frugali”, come la Germania, che hanno respinto l’ipotesi, bocciando completamente l’idea di un nuovo debito comune sullo stile del Next Generation Eu in periodo Covid. Per il momento, almeno da parte del nostro Paese, c’è stata la messa a disposizione di quattro navi cacciamine nello stretto di Hormuz, con l’obiettivo di “liberare” le rotte marittime dalle bombe piazzate dall’Iran.
Marasma maliano
In Mali, tra i più vasti Paesi dell’Africa occidentale e snodo tra Maghreb e regione subsahariana, nelle ultime ore sono stati registrati diversi attacchi armati, in particolare nella capitale Bamako. Protagonisti sarebbero alcuni gruppi che farebbero riferimento ad Al-Qaeda, ma anche altri collegati invece a movimenti insurrezionalisti su base etnica, come quello del Fronte di liberazione Azawad, che mira all’indipendenza della regione settentrionale, popolata dai tuareg. Secondo gli esperti, si tratterebbe di una doppia offensiva come non se ne vedevano dal 2021, anno in cui i militari guidati dall’allora vicepresidente Assimi Goïta presero il potere con un colpo di Stato.
I tuareg e i jihadisti avrebbero lavorato per un vero e proprio coordinamento tra le rispettive offensive. I primi, nel nord del Paese, hanno rivendicato la conquista di Kidal, città da poco meno di 30mila abitanti nel deserto. I secondi, che fanno riferimento invece al gruppo Jamaʿat Nusrat al-Islām wa-l muslimīn, ovvero il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani nato nel 2017 durante un ennesimo conflitto in Mali, hanno preso di mira la capitale e Kati, una città non distante da Bamako dove si trova il quartier generale dell’esercito regolare.
Il coordinamento tra i due gruppi pare essere stato facilitato anche dagli avvenimenti che hanno riguardato il Paese negli ultimi anni. Nel 2022, infatti, a seguito del golpe che ha permesso a Goïta di rafforzare il proprio potere, si è notevolmente ridotto l’impegno francese contro le operazioni dei jihadisti in Mali, cui ha cercato di controbilanciare l’impegno della Wagner, la compagnia militare privata russa che, a lungo, ha avuto un ruolo di rilievo anche nell’invasione dell’Ucraina. Un tentativo, però, non pienamente riuscito, nonostante le promesse di investimenti e di incrementare gli aiuti militari per il governo di Bamako da parte del Cremlino. Neppure la costituzione di un battaglione speciale che si occupa degli affari africani da parte del Ministero della Difesa russo ha permesso di anticipare e contrastare le mosse dei tuareg e dei jihadisti. Riportando il Paese nel bel mezzo del caos.
Il pezzo della settimana
29 leader europei si sono riuniti a Cipro per parlare dell’unico che non c’era. Ovvero Trump, la cui ombra sembra stagliarsi sempre più con forza sull’intero continente, senza che nessuno dei Paesi europei riesca davvero a sfuggire alla sua tela. L’unica cosa che sembra unire questi ultimi, ha scritto Jacopo Barigazzi su Politico, sono proprio le decisioni del presidente statunitense, nel bene o nel male. Ma su come agire in risposta c’è tutt’altro che sintonia. Si legge qui.
La canzone della settimana
Ripartire da capo, rimettersi al lavoro e riprovarci. Resta soltanto questo a Stati Uniti e Iran per far finire davvero la guerra. Un suggerimento glielo dà anche Nat King Cole: pick yourself up, take a deep breath, dust yourself off and start all over again.