Brevemondo

Usa-Iran, Starmer e Colombia

Le tregue in Iran e in Libano sono in pericolo, le dimissioni da premier di Keir Starmer e la vittoria di Abelardo de la Espriella

Benvenuti su Brevemondo.

Tregue fragili

Se negli ultimi quattro mesi, talvolta, vi siete sentiti come Bill Murray in Groundhog Day, il “giorno della marmotta”, che nel film si ripete esattamente uguale ogni volta, siete scusati. Perché se nella scorsa settimana, con l’avvio dei colloqui in Svizzera tra gli Stati Uniti e l’Iran, con tanto di presenza del vicepresidente James David Vance, sembrava si potesse arrivare alla conclusione del conflitto - al di là di vincitori e vinti - negli ultimi giorni la tregua è nuovamente in bilico. L’Iran, infatti, ha colpito una petroliera con bandiera panamense che stava attraversando lo stretto di Hormuz, “colpevole” di non aver seguito il percorso stabilito da Teheran per il passaggio. A quel punto, oltre ad aver fatto nuovamente schizzare in alto il prezzo del petrolio, si è innescata la risposta statunitense, mirata contro quattro siti militari iraniani tra lo stretto e l’isola di Qeshm. “Una violazione idiota” della tregua, l’ha definita il presidente Donald Trump.

E lo scambio di fuoco non si è concluso qui. I Guardiani della rivoluzione hanno infatti rivendicato con una certa soddisfazione di aver colpito delle infrastrutture statunitensi tra Kuwait e Bahrein, riportando così il conflitto al di fuori dei confini iraniani. Così, da tre giorni a questa parte, si parla assai meno della tregua - se ancora esiste - e si è tornati ai reportage relativi ai vari attacchi dall’una e dall’altra parte. Come quello, per esempio, realizzato dal CentCom - ovvero, uno dei comandi operativi dell’esercito statunitense - che nella notte tra ieri e oggi ha colpito altri dieci siti militari di Teheran.

Un F-16 statunitense [X Account]

Paradossalmente, tutto questo avviene mentre a Washington Libano e Israele hanno firmato un nuovo accordo quadro per porre fine alle ostilità nella zona meridionale del Paese dei cedri. La situazione libanese, almeno fino a qualche giorno fa, sembrava essere quella che potenzialmente avrebbe potuto far saltare la tregua tra Iran e Stati Uniti. Al momento, a farla saltare ci stanno pensando in autonomia Teheran e Washington. Risolto almeno un problema? Non si direbbe: l’intesa raggiunta e facilitata dal segretario di Stato Marco Rubio non sembra tener conto della situazione sul campo. Perché, come spiegato dallo stesso Rubio, l’accordo mira a ripristinare la sovranità del Libano, disarmare Hezbollah e riportare Israele ai propri confini. Propositi che non fanno i conti proprio con il Partito di Dio, che ha immediatamente rigettato l’accordo e alimentato le proteste che hanno attraversato Beirut nelle ore immediatamente successive alla firma. Del resto, Israele ha garantito che resterà nel sud del Libano fino al disarmo completo di Hezbollah: chi dovrebbe farlo e come, non si sa.

Starmer si è dimesso

Alla fine, dopo una lunga agonia politica, il premier britannico Keir Starmer ha annunciato le dimissioni. A dirla tutta, ci ha pensato prima Trump, su Truth, a farlo per lui. “Ha fallito clamorosamente su due importanti questioni”, ha scritto il presidente degli Stati Uniti; “immigrazione ed energia”. Quindi, 24 ore dopo, è stato lo stesso Starmer a porre fine al suo mandato da primo ministro. In realtà, com’è noto, nel Regno Unito chi come Starmer è premier e leader di uno dei due principali schieramenti - laburisti o conservatori - lascia di fatto la carica di partito; sarà poi la maggioranza - in questo caso laburista - a scegliere un nuovo leader e, quindi, un nuovo premier. I prossimi passaggi, infatti, sono tutti in mano al Partito Laburista, che dovrà raccogliere le candidature interne entro metà luglio e darsi una nuova guida entro settembre, quando si riunirà il parlamento britannico.

Fino a quel momento, Starmer resterà in carica come primo ministro, pur con tutte le limitazioni che questa transizione gli impone. L’ennesima, per il Regno Unito, che dopo la Brexit, ormai dieci anni fa, ha visto alternarsi a Downing Street ben sei premier. Da David Cameron, che volle il referendum sull’uscita dall’Unione Europea - sperando di vincerlo - a Theresa May, passando per Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak, tutti all’interno del Partito Conservatore. Quindi, appunto, Starmer, leader dei laburisti che hanno ampiamente vinto le elezioni del 2024.

Keir Starmer [X Account]

Adesso, in rampa di lancio, c’è l’ex sindaco di Manchester Andy Burnham. Che, appunto, ha innanzitutto dovuto farsi eleggere alla Camera per poter prendere il posto di Starmer. Diversamente, non avrebbe potuto essere nominato dai laburisti come nuovo leader e la sua corsa a Downing Street sarebbe già finita. Burnham - conosciuto in patria come King of the North, proprio perché già primo cittadino di Manchester e per la sua grande fama nell’area nord-occidentale del Regno Unito - è considerato come la possibile alternativa al crescente sostegno per il Reform Uk Party, il partito di estrema destra di Nigel Farage. E, caratteristica abbastanza inconsueta per un politico inglese - non britannico - è cattolico.

Un altro trumpiano in America Latina

Al ballottaggio delle elezioni presidenziali in Colombia ha vinto, per poco più di 200mila voti, Abelardo Gabriel de la Espriella, soprannominato “La tigre” e a capo del partito Defensores de la Patria, fondato nel 2024 con l’intento proprio di sostenerlo verso la presidenza. Obiettivo raggiunto: battuto l’avversario Ivan Cepeda, senatore dell’area progressista, de la Espriella è l’ennesimo capo di Stato latinoamericano sostenuto da Donald Trump. Con lui, infatti, sono in carica anche Javier Milei in Argentina, Daniel Noboa in Ecuador, Rodrigo Paz in Bolivia, José Antonio Kast in Cile e Santiago Peña in Paraguay. A questi, poi, si possono aggiungere anche quelli dell’America centrale: El Salvador, Honduras, Costa Rica e Panama.

De la Espriella ha senz’altro ricevuto l’endorsement di Trump in quanto politico di rottura, anti-establishment e dallo stile inequivocabilmente simile a quello, per esempio, di Milei. Ma, in ogni caso, appariva tra i principali candidati alla vittoria ancor prima del sostegno ricevuto dalla Casa Bianca. De la Espriella, infatti, non è un incidente della storia, come ci potrebbe far comodo bollarlo. Del resto, la sequela di capi di Stato a lui simili lo dimostra. Al contrario, è il risultato sia del maggior interesse statunitense nel subcontinente, divenuto fondamentale nel volersi assicurare la primazia nell’emisfero occidentale, sia nei fallimenti economici che si sono susseguiti nel corso dei decenni e che molte delle popolazioni dell’America Latina hanno imputato alla sinistra.

Abelardo de la Espriella [X Account]

E, ancora, c’è il tema della sicurezza, che non può essere trascurato: il crescente potere dei gruppi dei narcotrafficanti in alcuni di questi Paesi ha scatenato una reazione fortemente repressiva, che personaggi come de la Espriella riescono a incarnare al meglio. A febbraio, per esempio, aveva assicurato che nei primi 90 giorni del suo mandato avrebbe richiesto il sostegno degli Stati Uniti per bombardare i siti di produzione della cocaina. Adesso che è effettivamente in carica, non resta che aspettare le prime azioni da presidente.

Il pezzo della settimana

“Disastrosamente inefficace”. Così è stato definito il mandato di Keir Starmer da Ian Leslie, autore britannico che ha fornito la sua opinione al New York Times. Elencando quegli errori che, a suo avviso, hanno portato alle dimissioni e al cambio di guardia al vertice del Partito Laburista. Si legge qui.

La canzone della settimana

Avendo iniziato con “il giorno della marmotta”, in onore del film, non possiamo che chiudere con Sonny e Cher.