Benvenuti su Brevemondo. Cominciamo.
Il piano semiserio degli Stati Uniti per l’Iran
Nel tentativo di allontanarsi il prima possibile dal pantano iraniano, ipotesi che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato a prendere in seria considerazione già da una settimana, Washington avrebbe inviato a Teheran un piano di 15 punti per raggiungere un cessate il fuoco. Si tratta della prima prova per terminare davvero il conflitto iniziato ormai più di un mese fa. Del resto, il prolungamento delle ostilità sembra essere favorevole soltanto all’Iran: il docente John J. Mearsheimer - uno dei più famosi analisti statunitensi - ha sintetizzato la situazione degli Stati Uniti in Medio Oriente in modo molto efficace. “We’re screwed!”, ovvero “siamo fregati”. Non c’è modo, ha spiegato, che Israele e Stati Uniti possano vincere questa guerra. Soprattutto se i tempi continuano a dilatarsi. Anzi: ne trarrebbe giovamento soltanto l’Iran.
Ma che cosa c’è tra i 15 punti del piano per il cessate il fuoco? A quanto pare, richieste non troppo dissimili da quelle del negoziato che è miseramente fallito poco prima dell’inizio del conflitto. Al di là dei cinque giorni di astensione dagli attacchi contro gli impianti energetici di Teheran - diventati poi dieci - che Trump ha annunciato proprio in occasione dell’avvio dei negoziati, gli Stati Uniti chiedono di fatto il completo smantellamento delle capacità nucleari dell’Iran. A ciò si aggiunge la consegna di tutto il materiale arricchito all’Agenzia internazionale per l’energia atomica e il taglio ai finanziamenti per gli attori del cosiddetto Asse della resistenza, ovvero Hezbollah, Huthi, Hamas e Movimento per il Jihad islamico in Palestina. In tutta risposta, l’Iran ha respinto il piano e, attraverso alcuni ufficiali, ha fatto capire di non voler essere “ingannato di nuovo” dopo i tentativi dei negoziati sul nucleare. Dal canto suo, Trump ha invitato l’Iran a “comportarsi seriamente” per i nuovi negoziati, prima “che sia troppo tardi”.
A oggi è complicato sapere se dei negoziati stanno davvero avvenendo. Quel che è noto è che, al momento, i Paesi più attivi sul versante diplomatico sono tre: Pakistan, Egitto e Turchia, i cui ministri degli Esteri si incontreranno a Islamabad per capire come procedere verso la de-escalation. All’incontro ci sarà anche il rappresentante dell’Arabia Saudita, che per la verità, nei giorni scorsi, sembra essersi mossa per incentivare gli Stati Uniti a continuare nel conflitto. Riad, piuttosto vicina a Israele, avversa da tempo il regime iraniano. Lo stesso Mohammed bin Salman avrebbe fatto sapere a Trump come la guerra in corso sia “un’occasione storica per rimodellare il Medio Oriente”.
Si litiga per l’Ucraina
Scambio di battute piuttosto acceso tra il segretario di Stato Marco Rubio e l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Kaja Kallas, durante il vertice del G7. Secondo la ricostruzione di Axios, quest’ultima avrebbe chiesto a Rubio quando gli Stati Uniti avranno intenzione di porsi duramente nei confronti del presidente russo Vladimir Putin sull’Ucraina. Nel dettaglio, Kallas, dopo che Rubio avrebbe riferito come la pazienza di Washington stia terminando, ha chiesto proprio al segretario di Stato quanto ancora ci vorrà per farla finire del tutto. A quel punto, Rubio l’avrebbe invitata a prendere il posto degli Stati Uniti. “If you think you can do it better, go ahead”, avrebbe detto. Un battibecco che arriva in una settimana piuttosto delicata sul fronte ucraino, visto quanto affermato dal presidente Volodymyr Zelensky.
Questi, infatti, ha spiegato come gli Stati Uniti avrebbero subordinato le proprie garanzie di sicurezza per Kiev una volta terminato il conflitto al ritiro dell’esercito ucraino dal Donbass. Ciò permetterebbe l’avanzata delle forze armate di Mosca e, di fatto, la cessione del territorio alla Russia. Questo è uno dei passaggi previsto anche dal piano in 28 punti che gli Stati Uniti avevano presentato sia all’Ucraina, sia alla Russia ormai a novembre dello scorso anno. Mentre nell’ultimo mese si è combattuto continuamente in Iran, infatti, la guerra in Ucraina è proseguita, ma l’esercito russo non ha ottenuto sostanziali risultati, restando fermo attorno la linea militare. Anzi, nei giorni scorsi, Kiev ha ottenuto dei successi lungo il fronte, tornando in possesso di alcuni territori.
In tutto questo, mentre Washington sembra distratta dal conflitto in Medio Oriente, secondo Zelensky neppure i Paesi europei starebbero contribuendo granché, nonostante le rimostranze di Kallas. Per il presidente ucraino, infatti, l’Europa starebbe facendo poco per mettere pressione sulla Russia: tra le “colpe” c’è anche quella di non aver saputo arginare il veto dell’Ungheria sul prestito di 90 miliardi verso Kiev, annunciato ormai da settimane. All’interno della stessa Unione Europea, il blocco deciso da Budapest ha surriscaldato gli animi: il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito la decisione del premier Viktor Orbán come “un evidente atto di slealtà”, mentre il presidente del Consiglio europeo António Costa ha bollato le istanze ungheresi come “ricatti”. Alla radice del veto dell’Ungheria, infatti, c’è la questione dell’oleodotto dell’Amicizia, che rifornisce il Paese del petrolio russo e che è stato messo fuorigioco da un’incursione militare ucraina.
La questione cubana
“Cuba is next, by the way. But pretend I didn’t say that, please”. Così si è espresso Trump durante un forum di investitori che si è tenuto a Miami, mentre stava spiegando come il movimento Maga, in realtà, non è affatto scontento della guerra in Iran. “Cuba è la prossima”: un messaggio chiaro, da capire quanto sostenuto da fatti concreti, ma che riaccende la discussione sul futuro dell’isola caraibica che, da settimane, sta vivendo una profonda crisi socioeconomica. Da tempo la situazione cubana non è delle più floride, ma poco dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, gli Stati Uniti hanno imposto un embargo pressoché totale sulle importazioni di petrolio nell’isola. Ciò, naturalmente, ha acuito le criticità della già fragile economia cubana.
Le schermaglie tra Stati Uniti e Cuba ricordano molto quelle che hanno anticipato l’operazione militare in Venezuela. Prima Trump ha detto, con una certa nonchalance, che avrà “l’onore di prendersi Cuba”, e poi di farne “ciò che voglio”. Quindi, nelle settimane scorse, l’amministrazione statunitense avrebbe fatto sapere al governo cubano che, per migliorare i rapporti, l’attuale presidente Miguel Díaz-Canel si sarebbe dovuto fare da parte. Quest’ultimo, comunque, ha rassicurato sul fatto che tra Washington e L’Avana c’è un dialogo aperto: addirittura, ai negoziati starebbe prendendo parte anche Raul Castro, fratello novantacinquenne di Fidel e presidente cubano per dieci anni tra 2008 e 2018.
Nel frattempo, com’è accaduto per la Striscia di Gaza, si è registrato un movimento spontaneo per portare aiuti a Cuba via mare. Nello specifico, sono state consegnate 20 tonnellate di aiuti. Contestualmente si è anche creato un piccolo caso: due imbarcazioni messicane che facevano parte della spedizione sono rimaste disperse per alcuni giorni, tanto che anche la Marina Militare messicana si è messa sulle loro tracce. Alla fine, fortunatamente, sono state entrambe rintracciate.
Il pezzo della settimana
C’è speranza che il negoziato tra Washington e Teheran - se esiste davvero - vada in porto? Secondo George Beebe di Foreign Policy, un piccolo margine esiste. Il compromesso può essere raggiunto, se solo dalla Casa Bianca accettano di dover convivere con alcuni problemi che non possono essere risolti in breve tempo. Si legge qui.
La canzone della settimana
Il possibile intervento statunitense a Cuba non può che rievocare la crisi missilistica del 1962, quando per un paio di settimane l’isola sembrava destinata a essere il luogo d’inizio della Terza guerra mondiale. Di cui l’anno successivo, cantò Bob Dylan.