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Venezuela, Groenlandia e proteste in Iran

Chi gestisce il Venezuela dopo la cattura del presidente Maduro, la Groenlandia torna di moda e le grandi manifestazioni contro il regime in Iran

Bentornati su Brevemondo. Cominciamo.

Cosa succede dopo Maduro?

La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, avvenuta ormai più di una settimana fa al culmine di un’operazione militare in notturna a Caracas, apre diversi scenari per il Paese latinoamericano. Tutti abbastanza incerti: da chi gestirà davvero il potere - la vice di Maduro, Delcy Rodríguez, o Washington? - a come saranno sfruttare le enormi risorse petrolifere venezuelane, passando per il ruolo di quei Paesi che, a lungo, hanno sostenuto il governo di Maduro, come la Cina, la Russia e l’Iran.

Il primo punto è quello relativo alla gestione del Venezuela. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in un’intervista ha detto che la “supervisione” di Washington sul Paese potrebbe durare anche “anni”. E proprio in quest’ottica pare essersi anche adeguato il tono della vicepresidente, nominata capo dello Stato ad interim in supplenza di Maduro, Delcy Rodríguez. Anche se in un primo momento ha adottato una retorica più aggressiva, col passare dei giorni Rodríguez ha preferito essere più conciliante con gli Stati Uniti, spiegando per esempio come un suo obiettivo sia quello di mantenere “relazioni internazionali equilibrate e rispettose”. Del resto, nonostante sia una delle fedelissime di Maduro e abbia fatto parte del movimento chavista sin dagli inizi, Rodríguez si è conquistata negli anni una fama da “tecnocrate”, in grado di gestire il settore petrolifero, di cui si è occupata anche come ministra del Petrolio. La sensazione è che, più di María Corina Machado, la premio Nobel e rappresentante dell’opposizione, l’attuale capo di Stato ad interim possa essere l’anello di congiunzione tra il Venezuela e gli interessi statunitensi.

Per quanto riguarda i principali sostenitori esteri di Maduro, l’uscita di scena di quest’ultimo complica non poco i loro piani. Tra le prime richieste di Trump, infatti, c’è stata quella di tagliare i ponti con gli investitori petroliferi di Cina, Russia, Iran e Cuba. E se per Mosca e Teheran la questione venezuelana non è una priorità, essendo rispettivamente impegnate nel conflitto in Ucraina e nel far fronte alle proteste di piazza (di cui parliamo più avanti), per Pechino e L’Avana la cattura di Maduro è un duro colpo. La Cina ha immediatamente condannato l’operazione militare statunitense, preoccupata sia di aver perso un alleato nel subcontinente latinoamericano, sia della possibilità di perdere una grande fetta di importazioni di greggio, che arrivano proprio da Caracas. Un problema particolarmente rilevante a Cuba, subissata dalle sanzioni internazionali e che nel Venezuela aveva un importante partner commerciale. La sopravvivenza del regime cubano, dopo la fine di quello di Maduro, non è scontata.


Quella della Groenlandia non era una sparata di Trump

L’intenzione annunciata da Trump, mesi e mesi fa, di voler annettere la Groenlandia agli Stati Uniti non era semplicemente una boutade. Dopo aver rimosso dal potere Maduro, infatti, il tema del controllo dell’isola è tornato alla ribalta, con il presidente americano che ha ribadito l’importanza della Groenlandia per la sicurezza nazionale statunitense. Il vicepresidente James Vance, nei giorni scorsi, ha specificato inoltre, per chi ancora non lo avesse capito, che quanto affermato da Trump sulla Groenlandia è da prendere “seriamente”. Non è uno scherzo, appunto.

Per far sì che l’isola possa passare sotto controllo di Washington, alla Casa Bianca le stanno studiando tutte. La portavoce di Trump, Karoline Leavitt, ha affermato come anche l’opzione militare sia sempre una delle opzioni a disposizione del presidente degli Stati Uniti. Nelle ultime ore, invece, pare che la soluzione sia quella di procedere all’acquisto, o quantomeno provare a farlo. La Groenlandia, com’è noto, è un territorio appartenente alla Danimarca, che però gode di un ampio autogoverno, tant’è che al contrario di Copenaghen non fa parte dell’Unione Europea, poiché così venne deciso con un referendum nel 1982. E, com’è noto, per gli Stati Uniti acquisire un territorio non è una novità: oltre a Louisiana e Alaska, l’ultima compravendita risale al 1917, quando Washington pagò per le Isole Vergini, che appartenevano proprio alla Danimarca.

Se sul Venezuela i governi europei hanno perlopiù nicchiato, sulla questione groenlandese c’è stata maggiore animosità. Il presidente francese Emmanuel Macron, prima della presa di posizione comune, ha bollato le ambizioni di Trump come “nuovo colonialismo” e “imperialismo”. Quindi, insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al cancelliere tedesco Friedrich Merz, e ai primi ministri Donald Tusk della Polonia, Pedro Sánchez della Spagna, Keir Starmer del Regno Unito e Mette Frederiksen della Danimarca, è stata adottata una dichiarazione comune che rimarca l’appartenenza della Groenlandia alla Nato e come la difesa comune dell’isola artica debba essere garantita nel rispetto dei “principi della Carta delle Nazioni Unite, incluse sovranità, integrità territoriale e inviolabilità dei confini”.


Grandi manifestazioni in Iran

Vanno avanti ormai da un paio di settimane delle partecipate proteste in Iran, non limitate soltanto alla capitale Teheran, ma diffuse su buona parte del territorio nazionale, con il coinvolgimento di una cinquantina di città in oltre venti province. Fare una cronaca fedele delle manifestazioni è complicato, sia per la copertura mediatica che viene ostacolata dal regime, sia per il blocco di internet, deciso dalle autorità iraniane proprio a seguito dell’inasprirsi delle proteste. Pare accertato, comunque, che durante gli scontri tra manifestanti e forze governative siano rimaste uccise oltre quaranta persone, mentre gli arresti sono stati più di duemila.

Cominciata come una protesta per la fragile economia nazionale, rapidamente le manifestazioni si sono indirizzate contro il regime degli ayatollah, notevolmente indebolito dagli attacchi israeliani dello scorso giugno. Non solo, perché a differenza di altre proteste, queste sembrano investire il sistema politico iraniano in toto, comprese le frange moderate del presidente della Repubblica Masoud Pezeshkian.

A rendere la situazione ancor più incandescente sono le minacce di Trump al regime di Teheran: a più riprese, infatti, il presidente statunitense ha affermato che se dovessero essere nuovamente aggrediti i manifestanti, Washington potrebbe anche decidere di intervenire militarmente. Una presa di posizione che garantisce all’Iran un utile strumento retorico: l’ayatollah Khamenei, guida religiosa del Paese, ha infatti già accusato Stati Uniti e Israele di aver orchestrato le proteste nel tentativo di rovesciare la Repubblica islamica. Inoltre, ha Khamenei ha definito Trump come “un arrogante” che, a sua volta, “sarà rovesciato”.


Il pezzo della settimana

Ciclicamente, quando in Iran si verificano grandi proteste di piazza come quelle di questi giorni, viene tirato in ballo la monarchia dello shah di Persia. Ovvero, la dinastia dei regnanti che governavano a Teheran prima della Rivoluzione islamica del 1979, che portò al potere l’ayatollah Khomeini. Oggi, l’erede è Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, ultimo shah a regnare. Anche stavolta, Pahlavi è stato indicato più volte come il possibile nuovo volto dell’Iran, se il regime degli ayatollah dovesse cadere. La Bbc ha dedicato a lui e alla sua vita da residente nei suburbs di Washington un pezzo di approfondimento. Si legge qui.


La canzone della settimana

Tra Venezuela, Groenlandia e dichiarazioni del segretario di Stato americano Marco Rubio - “questo è il nostro emisfero” - sembra che gli Stati Uniti stiano cercando di razionalizzare il proprio dispiegamento nel mondo, puntellando i confini. Occidente di qua, resto del mondo - Russia, Cina - di là. C’è chi ha parlato di “nuova guerra fredda”, ma così non è. Ci prendiamo volentieri, però, una canzone che stava bene all’epoca e, forse, sta bene anche adesso.