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domenica 16 giugno 2019

Attualità venerdì 24 maggio 2019 ore 09:33

La grande arte contemporanea di Ghizzano - FOTO

Foto di: Andrea Testi

Nel borgo del comune di Peccioli le opere permanenti realizzate da Alicja Kwade, David Tremlett e Patrick Tuttofuoco, a cura di Antonella Soldaini



PECCIOLI — Il borgo di Ghizzano si impreziosisce con le opere permanenti realizzate appositamente per questa location da Alicja Kwade, David Tremlett e Patrick Tuttofuoco, un evento a cura di Antonella Soldaini, e frutto della collaborazione tra Comune di Peccioli, Fondazione Peccioli per l'Arte e Belvedere Spa.

Tutto ebbe inizio alla fine degli anni Novanta su impulso del sindaco Renzo Macelloni, iniziatore, insieme alla comunità che rappresenta, di una tenace attività incentrata sull'arte contemporanea che ha aperto il territorio a interventi specifici coinvolgendo artisti e curatori. In continuità con questo percorso, oggi sono stati interpellati Alicja Kwade (nata in Polonia nel 1979, vive e lavora a Berlino), David Tremlett (nato in Inghilterra nel 1945, vive e lavora a Londra) e Patrick Tuttofuoco (nato in Italia nel 1974, vive e lavora a Milano) per concepire dei lavori specifici per Ghizzano.

"ll Comune di Peccioli non è nuovo alla promozione di interventi artistici avendone portati a termine diversi a partire dal 1991 – ha spiegato Macelloni –. Possiamo però dire che questo è il più impegnativo tra quelli realizzati fino ad ora. E’ una nuova tappa nell'ambito di quella relazione che abbiamo intrapreso con l'arte contemporanea che per questa occasione si rafforza ancora di più. Si tratta di una iniziativa importante per i cittadini ed è una grande opportunità al fine di arricchire il nostro territorio che si trova al centro della Toscana più autentica. In questo caso abbiamo deciso di concentrarci su una frazione di 350 abitanti, coinvolgendo l’intera cittadinanza in un percorso che l’ha vista partecipe in un progetto portato avanti da tre artisti di livello internazionale come Alicja Kwade, David Tremlett e Patrick Tuttofuoco".

"Si è trattato di un processo durato un anno e mezzo - ha aggiunto il primo cittadino -, sviluppato insieme alla curatrice Antonella Soldaini, e che ci ha portato a riunire i cittadini di Ghizzano per condividere questo percorso tramite un'assemblea pubblica. Un passaggio decisivo e indispensabile affinché ci fosse il consenso da parte della comunità che in questo modo ha fatto proprie queste opere, offrendo loro un contenitore accogliente e divenendo in un certo senso co-generatrice della loro presenza".

Circondato dalla campagna toscana, che rimane visibile da ogni punto di osservazione del paese, Ghizzano si sviluppa su tre direttrici principali. Il suo tessuto sociale e urbanistico è caratterizzato da una grande villa nobiliare con diversi edifici adiacenti e un raffinato giardino all’italiana, insieme ad alcune piccole chiese, una recente costruzione adibita a ospitare una comunità di recupero e un centro per anziani e infine una piccola biblioteca che diventa punto di ritrovo per assemblee e riunioni.

La selezione degli artisti è stata determinata da una precisa metodologia curatoriale. Si tratta di tre personalità diverse tra loro per generazione e per la modalità di intervento, accomunate però da una particolare sensibilità e attenzione verso il delicato tema dell’opera pubblica. Per questo i tre artisti hanno realizzato diversi sopralluoghi e partecipato a più incontri con il Sindaco Macelloni, lo staff curatoriale (Antonella Soldaini, curatore e Marcella Ferrari, Project Manager), gli abitanti di Ghizzano, l’Assessore Anna Dainelli, gli architetti, ingegneri e le maestranze del luogo (Arch. Simona Mannucci e Ing. Giuseppe Rossi) che hanno contribuito alla messa in opera dei lavori.

Le opere

Alicja Kwade, SolidSky

Quando Alicja Kwade arriva a Ghizzano, il suo desiderio è di segnare il territorio in maniera incisiva rispettando al tempo stesso chi ci vive. L’artista ha la possibilità di realizzare il primo lavoro permanente in Italia dove è conosciuta grazie ad alcune mostre e per la sua presenza alla Biennale di Venezia nel 2017. L’opera prescelta è la scultura SolidSky realizzata con una pietra (Azul Macaubas) proveniente dal Sud America e che si caratterizza per delle venature azzurre che virano in alcuni punti al blu.

L’opera è composta da due elementi: un grande blocco cubico scavato al suo interno e una sfera dalla superficie perfettamente liscia. Il blocco di pietra mostra i segni dell’imperfezione della materia, volutamente lasciati visibili dall’artista. Il grande vuoto al centro permette di intuire l'origine da cui ha preso vita la sfera che, per la sua perfezione di forma e di compiutezza, si contrappone visivamente all'aspetto non finito del blocco. Dislocate a distanza una dall’altra, queste due presenze scultoree sono idealmente legate tra loro e acquistano pieno significato solo quando le si mette in relazione.

I lavori di Alicja Kwade, di cui il più recente è ParaPivot, una grande scultura sulla terrazza del Metropolitan Museum of Art di New York, giocano spesso con la nostra percezione e con la nostra immaginazione, invitandoci a ripensare il nostro modo di guardare la realtà. SolidSky, così come suggerisce il titolo della scultura, rimanda al cielo, all’universo e alle sfere celesti. Quasi come se una mano invisibile avesse scagliato dall'alto un pianeta, casualmente finito sulla Terra, il lavoro costituisce una presenza misteriosa e nello stesso tempo accattivante. Si tratta di un’opera che, sebbene presenti misure e pesi ragguardevoli, rimane profondamente anti-monumentale in quanto non intimorisce ma anzi attrae e invita al contatto.

La scultura agisce nello spazio creando più dimensioni e allargando i confini della realtà osservabile. La sfera in pietra naturale, Azul Macaubas, richiama l’idea dell’esistenza di mondi paralleli e di multiversi, oggetto di ipotesi e dissertazioni fin dall’antichità. Sembra essere caduta sulla Terra da un’altra dimensione. Lo stesso materiale lapideo, con le sue stratificazioni formate nel corso di diversi milioni di anni, ci permette di determinare la sua età e agisce quindi come una sorta di scala temporale.” (Alicja Kwade)

David Tremlett, Via di Mezzo

L’intervento di David Tremlett per Ghizzano è nato durante una passeggiata che l’artista ha effettuato per le vie del paese. Una di queste in particolare, la Via di Mezzo, per il carattere anonimo che la contraddistingue rispetto alla bellezza del paesaggio da cui è circondata, attira la sua attenzione. È una prima sensazione ma facendo leva su quella, l’artista, che ha già realizzato un imponente lavoro in zona (presso la discarica di Legoli, 2018), sviluppa un progetto che prevede una serie di wall drawings da effettuare sulle facciate delle case. Dall'osservazione delle morbide colline che circondano il paese si determina la scelta dei colori, marrone e verde. Una strategia che renderà il passaggio dalla dimensione naturale a quella urbana meno netto e che legherà maggiormente Ghizzano al territorio circostante.

Così come è successo in passato per altri lavori all’aperto anche a Ghizzano l’artista inglese (che ha portato a termine alcuni importanti interventi a Londra presso la Tate Britain nel 2011 e al Bloomberg London Building nel 2017) ha utilizzato per i wall drawings (realizzati insieme ad un team coordinato da Ferruccio Dotta) dei colori acrilici destinati a resistere nel tempo. Sullo sfondo monocromatico di ogni singola facciata, ogni serramento è stato evidenziato da brevi linee verticali e orizzontali che creano dei contrappunti visivi e che sorreggono la struttura compositiva.

Partito negli anni Settanta da un lessico minimal, nel corso della sua carriera, Tremlett ha rafforzato il suo interesse per il colore fino a farlo diventare essenziale, anche grazie alla conoscenza dei grandi maestri italiani, come Giotto, Piero della Francesca e Mantegna. Grazie a loro percepisce la potenzialità espressiva del mezzo pittorico applicato sulla parete e la sua forte carica seduttiva. L'“apertura” di Tremlett verso questa direzione diventa ancora più sorprendente e frutto di un bisogno profondo e vitale. I suoi interventi sono caratterizzati da una vera esplosione di superfici colorate, strutture policromatiche che modulano in maniera dinamica lo spazio.

"Per quanto mi riguarda - quindi analizzando la situazione con l'ottica di un artista - era importante che si riuscisse ad avere la percezione della strada come un'unica unità, un'unica strada, dall'inizio alla fine. Per questo l'uso di un solo colore per ogni lato della strada avrebbe garantito la sensazione di una sequenza, dal chiaro allo scuro e viceversa.
Ho deciso di utilizzare per un lato della strada il verde (per le superfici della maggior parte della case), anche se non è il colore tipico con cui sono dipinti i muri delle case, perché mi piaceva l'idea di portare un po' del paesaggio circostante all'interno della strada. Per quanto riguarda l'altro lato, dove ci sono meno case su cui poter intervenire per via della presenza di larghe pozioni di muri realizzati con i mattoni, ho deciso di utilizzare il marrone come colore predominante. Il mutare dal chiaro allo scuro della tonalità di colore può essere interpretato in diversi modi ma servirà soprattutto a rafforzare questa sensazione del ‘passaggio attraverso’ e a meglio percepire la bellezza della Via di Mezzo.
" (David Tremlett)

Patrick Tuttofuoco, Elevatio corpus

Come a puntellare con la sua presenza il paese, Tuttofuoco ha realizzato per Ghizzano tre lavori con un unico titolo, Elevatio corpus, disposti in alcuni punti nevralgici. Le sculture si riferiscono a un ciclo di affreschi di Benozzo Gozzoli che in queste zone è stato attivo in un momento particolare della sua vita. I fatti risalgono al 1479 quando la peste costrinse l’artista che stava lavorando a Pisa, a trasferirsi con tutta la famiglia a Legoli, a pochi chilometri da Ghizzano, dove esegue la decorazione di un tabernacolo. Da alcuni dettagli dei personaggi raffigurati da Benozzo - San Sebastiano, San Michele e San Giovanni - Tuttofuoco trae spunto per le sue sculture realizzate con materiali diversi come marmo, neon e ferro.

L’operazione di Tuttofuoco, che ha realizzato una grande installazione nello spazio di 3.000 mq dell'OGR (Officine Grandi Riparazioni) a Torino nel 2017 e che per questa occasione si è avvalso della collaborazione di un team di ingegneri ed esperti (Ing. Massimo d'Amelio e Massimiliano Buvoli) è incentrata sulla rilettura dell'opera pittorica di un grande artista rinascimentale il cui codice linguistico viene stravolto e rimaneggiato in ottica postmodern così da arrivare a una nuova realtà scultorea che si nutre della dimensione del passato. Usufruendo della citazione e creando un dialogo serrato con gli affreschi di Legoli, l’artista è arrivato a elaborare una serie di sorprendenti e articolate soluzioni formali dalla presenza imponente e frutto di una ricerca artistica dinamica e profondamente contemporanea.

Elevatio corpus viene tradotto letteralmente come corpo portante. Un corpo che è sia architettonico (strutturale) che anatomico (umano). Corpo portante che sottintende quindi la presenza di qualcos’altro che viene sostenuto e trasportato, qualcosa in grado di trascendere la materia, lo spazio e il tempo. I temi principali di questa ricerca si muovono intorno all’idea di immortalità, affrontata con differenti approcci: da un lato riflessioni più vicine alla tecnologia e alla scienza (Intelligenza artificiale, rapporto uomo-macchina, androidi) dall’altro una visione più spirituale in relazione al passaggio del tempo. Il desiderio innato dell’uomo di rappresentare se stesso nel tentativo di rendersi immortale ci permette di inserire una differente nozione di tempo, una linea temporale che tende all’infinito, capace di relazionarsi senza sforzo con antichissime istanze e visioni proiettate verso un futuro lontano. In questo dualismo costante tra scienza e spirito, passato e futuro, il corpo in grado di risolvere e trascendere i limiti è quello dell’arte. È l’opera d’arte l’elemento capace di proiettarsi aldilà di tutto e comprendendo tutto, che libera l’uomo dalla dipendenza dalla materia, dallo spazio e dal tempo. Le mani rappresentano il legame dell’uomo con l’universo materiale determinando un preciso momento nello spazio e nel tempo che ci permette di agire materializzando pensieri che vivono ben aldilà di quell’unico istante.” (Patrick Tuttofuoco)



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