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mercoledì 26 giugno 2019

Attualità martedì 22 maggio 2018 ore 17:10

Conte fu l'avvocato di Sofia, la bimba-farfalla

I funerali di Sofia De Barros

Il giurista proposto come premier da M5S e Lega si battè perchè la piccola, gravemente ammalata, potesse proseguire in un ospedale la terapia Stamina



FIRENZE — Il giorno dopo che Luigi di Maio e Matteo Salvini hanno proposto al presidente della Repubblica Mattarella il nome del docente dell'Università di Firenze Giuseppe Conte come premier del nuovo governo M5S-Lega, è emerso alla ribalta delle cronache che Conte, nel 2013, fu per alcuni mesi il legale pro bono della famiglia di Sofia De Barros, una bambina ammalata di una rara patologia, la leucodistrofia metacromatica, deceduta del dicembre scorso e diventata il simbolo della lotta per le cure con le cellule staminali.

In particolare Conte cominciò a seguire il caso di Sofia nel periodo in cui i genitori, residenti a Livorno, lottavano affinchè la bambina potesse proseguire presso un ospedale pubblico le cure previste dal protocollo Stamina, intraprese dalla piccola con risultati, a detta del padre e della madre, positivi. Il trattamento terapeutico fu più volte interrotto a causa delle inchieste della magistratura sulla Stamina Foundation di Davide Vannoni e perchè contestato dal Ministero della salute e dall'Aifa, l'agenzia italiana del farmaco.

"Riuscimmo a contattare il professor Conte attraverso un amico comune e lui dimostrò una grande sensibilità alla causa di Sofia perchè non volle nulla in cambio, lo fece pro bono - ha raccontato all'Ansa la mamma di Sofia, Caterina Ceccuti - Conte prese in mano il caso di Sofia per alcuni mesi quando avevamo già perso la causa a Firenze e cercavamo l'accesso alle cure compassionevoli dell'Istituto di Brescia attraverso il tribunale di Livorno. Il professore accettò per il fatto che la cura era regolarmente somministrata da un ospedale pubblico e perchè c'erano le basi per la continuità terapeutica, la bambina aveva già iniziato la terapia".

"Il professor Conte ci ha accompagnato fino al momento in cui il tribunale di Livorno ha concesso il proseguimento delle cure per Sofia anche alla luce dell'allora legge Balduzzi che garantiva la continuità terapeutica a chi aveva già iniziato le terapie - ha precisato Caterina Ceccuti - Conte quindi ci ha accompagnato in un percorso durato solo alcuni mesi. Ora, quando si parla del metodo Stamina, qualcuno piazza la foto di Sofia come se fosse il baluardo delle cure negative e dei santoni mentre si dimentica che quella terapia faceva parte di un protocollo ospedaliero".

Sofia De Barros è morta nella notte fra il 30 e il 31 dicembre 2017. Aveva sette anni. Il suo corpo riposa nel cimitero delle Porte Sante, accanto alla basilica di San Miniato. I genitori sono impegnati da tempo nell'associazione Voa Voa-Gli amici di Sofia che fornisce sostegno alle famiglie colpite da malattie rare o da patologie orfane di cure. "Giuseppe Conte non è fra i firmatari del comitato Voa Voa che avevamo creato con l'idea di trasformarlo nell'attuale associazione - ha tenuto a precisare il padre di Sofia, Guido De Barros, di fronte al tentativo di alcune forze politiche di associare il nome del giurista alla fondazione Stamina - Voa Voa si occupa di malattie neurodegenerative infantili e ha come intento quello di aiutare famiglie come la nostra, non ha niente a che fare con Stamina e in nessuna parte sostiene il metodo Stamina". 

Anche Davide Vannoni, l'ideatore del metodo Stamina che nel 2015 ha patteggiato un anno e dieci mesi al termine di un processo in cui era accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, alla somministrazione di farmaci guasti e all'esercizio abusivo della professione medica, ha confermato di non aver mai incontrato Giuseppe Conte.

"Non ho mai conosciuto Giuseppe Conte e non ci ho nemmeno mai parlato direttamente - ha dichiarato Vannoni alla trasmissione di Rai Radio 1 Un giorno da pecora - Conte è uno dei mille avvocati che hanno sostenuto altrettante richieste di pazienti che cercavano di ottenere le cure Stamina presso l'ospedale di Brescia".



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