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Giovedì 15 Ottobre 2026

VI PRESENTO I MIEI... — il Blog di Dino Fiumalbi

Dino Fiumalbi

Dino Fiumalbi è nato e vive a Pontedera, dove ha svolto diversi mestieri, fra i quali l’insegnante. Nel 2018 ha pubblicato una ricerca sulla città e su un pontaderese, frequente commensale di Napoleone all’Elba : - Giuseppe Balbiani, 1767-1851 Da Pont’ad Era a Napoleone e ritorno a Pontedera, Tagete, Pontedera, 2018. Ha pubblicato quattro libri di narrativa, esauriti in stampa ma presenti in Bibliolandia, la rete provinciale delle biblioteche pisane: - La neve e il Vermentino, Carmignani, Cascina, 2015 - Noi umani cerchiamo quadrature, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2019. - Le Donne, il Diavolo e il Destino, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2021 - Il Marmo, le Mani, la Musica, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2023 È molto affezionato ai suoi personaggi, silenti consiglieri della sua famiglia di carta. Per questa ragione ha deciso di presentarli nel blog, fra storie e metastorie.

Samuel

di Dino Fiumalbi - Giovedì 15 Ottobre 2026 ore 07:30

Per descrivere il personaggio Samuel, lascio la parola all’ultimo racconto del libro Noi umani cerchiamo quadrature, Pontedera Bandecchi & Vivaldi, 2019

SAMUEL

Charlestown, ultimi anni del ‘700.

Il giovane Samuel non si poteva certo definire un alunno modello. Piuttosto svogliato e pigro, aveva una certa passione per il disegno, ma assisteva passivamente alle lezioni di miss Marple, una attempata maestra della buona società di Boston. Il fanciullo trovava l’insegnante piuttosto prolissa, quanto i suoi genitori, se non di più.

Papà Jedidiah e mamma Elisabeth erano perfettamente armonizzati intorno all’abuso verbale. Parlavano molto di tutto insistendo costantemente sull’allungamento delle frasi; i periodi non finivano mai e i momenti di silenzio in casa erano una rarità. A tutta questa verbosità, associavano un tasso di indecisione fuori dai valori medi. Se per ogni punto interrogativo usato in casa avessero guadagnato un dollaro, sarebbero stati milionari.

Così, fin da piccolo, Samuel prese a odiare le indecisioni, le circonlocuzioni, i prolungamenti dei discorsi e le sospensioni interrogative che fioccavano in famiglia. Adorava invece le espressioni decise di un anziano barbone, spesso alticcio, stanziato in osservazione del mondo, sulle panchine dei giardinetti. Il vecchio Amos sentenziava su tutto, coniando frasi brevi e lapidarie, ordinate in sequenze, separate da pause più o meno lunghe. Sembrava quasi che recitasse un rosario, non ripetitivo, scorrendo una corona fatta di grani di due misure diverse. Samuel non capiva un granché dei contenuti, ma era affascinato dal ritmo, quasi un ticchettio, con cui Amos salmodiava. Si sentiva come liberato dalla ridondanza da sempre respirata a casa e che, adesso, doveva inalare anche a scuola. Percepiva il barbone come un vecchio saggio, ricco della capacità di sintesi e di chiarezza.

Apparentemente privo di un qualunque titolo di studio, Amos sfoggiava un pensiero lineare che usava, non solo nei fulminanti calcoli mentali, ma anche nel linguaggio verbale. Si esprimeva con chiarezza e sempre in modo strettamente sequenziale. Un esperto di narrativa avrebbe detto che nel suo raccontare la fabula e l’intreccio coincidevano alla perfezione. Non conosceva il dubbio e non usava il punto interrogativo; in compenso il punto fermo, quello che si mette alla fine delle frasi, suonava come uno STOP imperioso.

Samuel sarebbe stato ad ascoltarlo per ore, ma i suoi genitori non erano troppo contenti di questa frequentazione:

“Samuel, forse … non dovresti, cioè, stare troppo con Amos, … che ne dici maman, non sembra, forse, anche a te …” diceva, senza asserire, il padre.

A scuola intanto Samuel procedeva pacifico nei primi rudimenti della lingua scritta e letta, cercando di agganciarli alle conoscenze pregresse di quella parlata. Ricordava abbastanza bene le associazioni fra grafemi e fonemi e leggeva ormai spedito, ma senza una vera e propria passione. Immagazzinava passivamente anche i nuovi simboli di interpunzione: non si emozionò per la virgola, che pareva fatta apposta per allungare il brodo verbale; detestò i due punti con il loro pesante apparato di virgolette; si tranquillizzò con il punto fermo, un argine alle esondazioni verbali; inorridì per l’orrendo verme del punto interrogativo, attorcigliato su se stesso, che toglieva le certezze acquisite e lo riportava al clima di dubbio familiare; trovò simpatica la lineetta orizzontale, ma senza capire bene il perché.

Finalmente nel solito e classico bel mattino di primavera, fu illuminato!

No, non dal raggio di sole filtrato dalle imposte, non dal visino angelico della sua compagna di banco. Ebbe un’illuminazione Zen. Miss Marple aveva presentato il punto esclamativo e nell’occasione aveva bloccato di colpo la sua lungaggine verbale, per sottolinearne la funzione.

Per Samuel fu la scoperta più bella della sua pur ancor breve carriera scolastica. Si innamorò a prima vista di quell’asta snella, che sormontava senza soppesare il piccolo punto sottostante; non la tortuosità di quel subdolo serpentello interrogativo, che poneva problemi, senza poi contribuire a risolverli, anzi quasi godendo in segreto delle incertezze che provocava.

Il punto esclamativo invece, asseriva, tranquillizzava, chiudeva le questioni e offriva la distensione di un punto di arrivo, non una incertezza di partenza.

Gli venne spontaneo associare i segni alle persone: il punto esclamativo era ovviamente riconoscibile in Amos, il punto interrogativo invece rappresentava bene i suoi genitori, Miss Marple e il collega di suo padre, quel Pastore Brown con le sue insinuazioni subdole intorno alla integrità morale del gregge a lui affidato da Dio. Non osò, per paura di blasfemia, associare un segno di interpunzione a Quest’Ultimo.

Il punto esclamativo, per Samuel, rappresentava al tempo stesso la semplicità e la chiarezza, era tranquillo e, quando arrivava lui, le cose erano risolte. Aveva un fascino, diremmo oggi, minimalista: un punto e una sbarretta. “Saranno mica parenti del punto e del segmento” si chiedeva Samuel, dato che proprio in quei giorni avevano incominciato a disegnare le prime figure geometriche sotto la guida della simpatica Mrs. Lane. A Samuel piaceva perché, al contrario di Miss Marple, pareva avesse il dono della sintesi verbale.

Nei giorni successivi manifestò nella scrittura il suo nuovo amore, infilandolo alla fine di ogni frase, sostituendolo di fatto al punto semplice e qualche volta anche alle virgole. Solo la grande pazienza dell’insegnante lo ricondusse a un uso più morigerato del suo oggetto del desiderio. Poi le delucidazioni sulla funzione enfatica del segno lo istruirono per l’uso giornaliero, ma non lo convinsero. Lui, come tanti innamorati non compresi dal mondo, decise di tener segreto il suo amore.

Ci giocava nei suoi quaderni personali, lo modificava nella disposizione, ma non nella sostanza, era affascinato dalla sua semplicità, dalla essenzialità. Combinava i due semplici elementi in varie posizioni, in varie sequenze, constatandone i numerosi accostamenti possibili, ai quali prese a dare significati, costruendo frasi segrete. In questo modo andava maturando la convinzione che anche le cose più complicate, si possono rappresentare con buone combinazioni di elementi semplici.

Fece a se stesso una solenne promessa:

“Quando sarò grande, darò gloria universale a quella asticella e a quel punto, li dovranno usare tutti, se vorranno comunicare fra loro, li farò diventare la base di una nuova lingua, di un nuovo alfabeto! Parola di Samuel Morse!”

(Nel primo messaggio inviato con il nuovo codice, del 24 maggio 1844, "WHAT HATH GOD WROUGHT!" (Cosa Dio creò!), Morse inserì proprio il punto esclamativo.)

Dino Fiumalbi

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