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Attualità domenica 29 gennaio 2023 ore 18:20

Le baby gang non sono un gioco, parla la criminologa

Affrontiamo il fenomeno attraverso l'analisi degli aspetti che portano a delinquere e delle conseguenze legate alla detenzione e al reinserimento



FIRENZE — La criminalità minorile è in aumento ed il fenomeno non risparmia la Toscana dove a lanciare l'allarme è stata la procuratrice generale facente funzioni della Corte d'Appello di Firenze, Luciana Piras, aprendo l'anno giudiziario 2023 e presentando i dati della relazione sull'attività delle procure della Toscana.

Il termine "baby gang" è entrato nel gergo giornalistico e nel parlare comune ma di baby c'è solo l'età perché quello che accade ai giovani una volta individuati è tutto tranne che un gioco.
Per analizzare il fenomeno da un punto di vista psicologico e criminologico abbiamo chiesto aiuto a Wilma Ciocci, criminologa esperta di sociologia in ambito penitenziario e nota per avere seguito il caso del cosiddetto Mostro di Firenze attraverso la vicenda processuale che ha coinvolto Pietro Pacciani.

Il quadro che traccia la dottoressa Ciocci che nei penitenziari laziali come Rebibbia ha seguito da vicino le dinamiche detentive e progetti di reinserimento, ha l'aspetto di un equilibrio precario e suona un campanello di allarme che le famiglie ed i giovani non possono ignorare.

Possiamo disegnare una cornice nella quale inserire la delinquenza minorile?

"Il sistema penale minorile va rivisto, pensiamo a quello che è successo un mese fa al Beccaria ma anche poche ore fa ci sono stare rivolte. In carcere le bady gang continuano a fare tutto ciò che facevano fuori. Le pene devono tendere a rieducare la persona, ma il nostro sistema purtroppo è fallimentare".

Cosa è racchiuso nel termine "baby gang"?

"Dietro le baby gang si nasconde tanto disagio, soprattutto familiare. Le bande giovanili hanno alle loro origini ragioni psicologiche e sociali dettate dal fisiologico ribellismo adolescenziale, il rifiuto del mondo degli adulti e dei loro valori. Fra i vari tipi di bande ne esistono alcune in cui il comportamento associativo risulta soprattutto motivato dal carattere di conflittualità con la società".

I giovani sono consapevoli delle conseguenze della loro "affiliazione"?

"Non si spende abbastanza per la prevenzione. Della prevenzione dovrebbe fare parte anche la spiegazione di cosa accade al ragazzo dopo l'arresto. Il minore perde i contatti con la famiglia, viene catapultato in una struttura chiusa, costretto a dividere la cella con sconosciuti e con regole nuove da imparare. Ha poche ore di colloquio con la famiglia ed anche poche chiamate a casa. Tra l'altro a differenza di un ambito scolastico dove si creano rapporti, negli istituti minorili non ci sono direttori fissi ma direttori facenti funzioni".

Un meccanismo complesso che non interessa all'opinione pubblica?

"Quando parliamo di carcere parliamo di luoghi conosciuti a pochi, di clima di pregiudizi culturali e soprattutto di solitudine. Il carcere per definizione è un luogo di pena, un territorio ostile che espone la popolazione detenuta ad una inevitabile aumento delle difficoltà, espone a variabili aggressive. Governarlo è un sistema complesso dovuto alla tipologia dei detenuti minorenni. Non tutti hanno gli stessi problemi, non tutti presentano la stessa pericolosità e non tutti sono adatti al reinserimento allo stesso modo. Abbiamo a che fare con problemi di multiculturalità, di valori. Le difficoltà per chi opera dentro le mura sono incredibili".

Ma cosa può accadere a chi arriva in carcere partendo da una situazione di disagio?

"Il minore può presentare una psicopatologia classica preesistente o svilupparla in carcere, come una psicopatologia reattiva alla detenzione o psicopatologia della detenzione. In carcere c'è un flusso di persone che accedono intossicate o con un trascorso di abuso di sostanze. In carcere c'è un continuo tentativo di assicurarsi farmaci che possono fare da sostituti delle sostanze o alleviare le pene ed i detenuti spingono per avere prescrizioni di ipnotici. Altro fenomeno drammatico è l'autolesionismo che può essere dovuto anche ad un disturbo di adattamento oppure può essere usato come risposta a situazioni stressanti".

Il minore esce dal carcere adulto, a quel punto cosa lo aspetta?

"Non potrà vivere un vero reintegro nella società se non potrà reinserirsi dopo la scarcerazione nel tessuto produttivo e se non verrà riaccolto nella rete sociale sana del Paese. Nel percorso di recupero è dunque fondamentale il mantenimento di uno stato di benessere psicofisico. L'Organizzazione mondiale della Sanità ha più volte segnalato come la salute mentale sia troppo trascurata, sebbene sia un tema di assoluta priorità in quanto si coniuga con uno dei fondamentali diritti della persona".

Quando si parla di baby gang si punta il dito sulla famiglia e sulla scuola

"Le famiglie non prendono alla leggera il fenomeno perché è sempre una sconfitta quando un figlio minore finisce in carcere. C'è correlazione tra famiglia e delinquenza perché la famiglia è il primo e più importante incontro tra individuo e sociale. La famiglia è il primo terreno di comunicazione normativa ed opera come agenzia di controllo sociale del comportamento, principale nucleo di affettività di appoggio e gratificazione. Poi c'è la scuola che rappresenta il primo impatto con la società e le sue norme, dove si mette alla prova la capacità di adattamento sociale mediante il confronto con gli altri attraverso la capacità di affermarsi nella continua comparazione di merito. Infine l'aumento della delinquenza non sarà attribuibile solo ai mass media, ma Mass media a contenuto amorale violento e criminoso esprimono i disvalori insiti in questa società. Consideriamo che non tutti i destinatari di una stessa comunicazione hanno lo stesso livello di assorbimento: quanto più una persona è immatura e suggestionabile, maggiore sarà l'acritica accettazione del messaggio fino al punto di tradurlo in comportamento"

Come invertire il fenomeno della criminalità giovanile?

"La criminalità, come altre forme di devianza, coinvolge in modo particolare i più giovani. La delittuosità è pertanto nel suo complesso un fenomeno statisticamente prevalente nelle classi più giovani e di età media. L'incompleta maturazione della personalità, l'inesperienza della vita, la minore accortezza nello sfuggire all'identificazione, oltre a molteplici fattori psicologici e sociali rendono i minori desiderosi di essere partecipi delle attività illecite. Il conseguimento della maturità psicologica, invece, una maggiore consapevolezza delle conseguenze negative della delinquenza e la deterrenza favorirebbero, in termini statistici, l'allontanamento dalla criminalità".


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