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Brevemondo Domenica 01 Marzo 2026 ore 06:30

Stati Uniti e Israele contro l'Iran

Ventiquattro ore di bombardamenti e attacchi in Medio Oriente, la morte dell'ayatollah Khamenei e il futuro di Teheran appeso a un filo



. — Benvenuti su Brevemondo. Questa edizione sarà interamente dedicata a quanto accaduto, nelle ultime 24 ore, in Iran.

A distanza di meno di un anno, Stati Uniti e Israele sono tornati a bombardare l’Iran. A giugno 2025, gli attacchi furono mirati contro le strutture militari e, soprattutto, nucleari. Nelle ultime ore, invece, l’offensiva è su larga scala e non è specificamente rivolta a neutralizzare l’arsenale missilistico o gli impianti di arricchimento dell’uranio. C’è anche quello, naturalmente. Ma l’intento - riuscito - è quello di decapitare la linea di comando della Repubblica islamica. Tant’è che, dopo ore di limbo, Stati Uniti, Israele e Iran hanno confermato la morte dell’ayatollah Khamenei, ovvero, la guida suprema della teocrazia iraniana. Con lui, sono morti anche altri funzionari di alto rango: il capo di Stato maggiore delle forze armate, Abdolrahim Mousavi; il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh; il consigliere per la Sicurezza di Khamenei, Ali Shamkhani; e, infine, il comandante in capo dei pasdaran, Mohammad Pakpour.

L’attacco è cominciato nella giornata di ieri, sabato 28 febbraio. Alle prime esplosioni verificatesi a Teheran è seguito l’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. In circa otto minuti, questi ha confermato l’operazione militare, delineandone i contorni, chiaramente diversi da quelli dello scorso giugno. Sono tre le cose principali da tenere a mente. Innanzitutto, il naufragio dei negoziati sul nucleare: Trump ha spiegato che gli Stati Uniti hanno “cercato ripetutamente di arrivare a un accordo”, ma che l’Iran è stato piuttosto elusivo. In seconda battuta, visto che per Washington era fondamentale cancellare il programma nucleare iraniano, è stata lanciata l’operazione Epic Fury, dichiaratamente preventiva contro le possibili minacce rivolte agli Stati Uniti. Infine - ed è qui che sta il cambiamento rispetto alla scorsa estate - Trump si è rivolto direttamente al popolo iraniano: “prendete il potere”, ha detto, “perché questa potrebbe essere, probabilmente, la vostra unica occasione per molte generazioni”.

L'ayatollah Khamanei di fronte agli iraniani [X Account]

Le operazioni che puntano al cambiamento di regime sono un tema alquanto delicato negli Stati Uniti, viste le esperienze del passato: solo per citare le più famose, si va dal caso del Vietnam tra anni Sessanta e Settanta a quello dell’Iraq nel 2003. Lo stesso Trump, durante tutta la sua carriera politica, ma anche quando era soltanto un imprenditore, ha sempre duramente criticato questo approccio della politica estera statunitense. Eppure, stavolta, ha pubblicamente dichiarato come l’obiettivo dell’operazione in Iran sia proprio quello di garantire la “libertà” alla popolazione e che, a un certo punto, qualcuno dovrà pur chiamarlo per chiedergli chi vorrebbe al posto dell’ayatollah. Già a gennaio, comunque, quando l’intervento militare restava un’ipotesi probabile, ma non certa, Trump aveva confessato come fosse arrivato il tempo di “cercare una nuova classe dirigente per l’Iran”.

Senz’altro, a favorire questo cambio di approccio da parte di Trump, è stato anche l’altro protagonista degli attacchi, ovvero Israele. Il premier Benjamin Netanyahu è assolutamente favorevole alla defenestrazione dell’ayatollah e allo smantellamento della Repubblica islamica, vista come minaccia imminente alla propria sicurezza. Del resto, oltre alla vicinanza geografica, Teheran è il centro gravitazionale di quell’Asse della Resistenza contro cui Netanyahu stesso ha detto di combattere nella “guerra dei sette fronti”: da Hamas e il Jihad islamico palestinese tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, a Hezbollah in Libano, passando per gli Houthi in Yemen e le milizie sostenute da Teheran in Siria e Iraq. Per Israele, in realtà, l’obiettivo era da perseguire già a giugno 2025, con l’operazione Rising Lion. All’epoca, fu Netanyahu a rivolgersi direttamente alla popolazione iraniana, invitandola a ribellarsi contro la teocrazia. Con la nuova operazione, denominata Roaring Lion, si resta nell’ambito simbolico della prima, con il riferimento al leone, simbolo della monarchia dei Pahlavi, dinastia regnante prima della rivoluzione islamica del 1979 e storicamente vicina alle sensibilità occidentali e israeliane.

Il presidente Donald Trump durante l'operazione Epic Fury [X Account]

Prima di prendere in considerazione i possibili sviluppi, occorre prendere in esame anche la risposta iraniana. Dopo momenti di smarrimento, dovuto anche alla perdita improvvisa di buona parte della catena di comando, Teheran ha risposto con una raffica di missili che ha interessato non solo Israele, ma anche contro le basi statunitensi nel Medio Oriente, dislocate tra Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait. Internamente, invece, mentre c’è chi ha festeggiato per la morte dell’ayatollah Khamenei, ci sono state anche manifestazioni a sostegno del regime e contro Stati Uniti e Israele.

Capire che cosa accadrà in Iran nel prossimo futuro è complicato. Lo scenario è, almeno in parte, diverso da quello venezuelano: in quel caso, l’operazione di cattura di Nicolás Maduro si è rivelata essere chirurgica e il passaggio di testimone con la vice, Delcy Rodríguez, piuttosto lineare. In Iran, senza l’invio di truppe a terra e con i soli attacchi aerei, pare impossibile innescare la caduta del regime e, in seguito, l’installazione di un nuovo governo amico. Per questo, c’è da tener conto della possibilità che, se la teocrazia dovesse davvero crollare - e non è scontato -, a prendere sempre più potere sia l’apparto tecnico-militare dei pasdaran. Soprattutto se gli Stati Uniti e l’Iran dovessero continuare nei bombardamenti per giorni, magari causando anche vittime civili. Ciò potrebbe alimentare la rabbia della popolazione, più incline a stringersi attorno ai propri leader.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu [X Account]

Per oggi è tutto. La prossima settimana potrebbe consegnarci qualche certezza in più. 


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