Brevemondo Domenica 21 Giugno 2026 ore 06:30
Usa-Iran, Perù e Ucraina-Russia

Il Libano mette a rischio il memorandum tra Stati Uniti e Iran, le intricate elezioni in Perù e il maxi attacco ucraino contro Mosca
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Un’altra pace di Versailles
Qualcuno sicuramente ricorderà che il 28 giugno 1919, quindi 107 anni fa, a Versailles, nella sala degli specchi, venne firmato uno dei trattati di pace che mise fine alla Prima guerra mondiale. Dopo oltre un secolo, anche la firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran - lungi da noi voler paragonare questo conflitto alla Grande guerra - è stata di fatto posta dal presidente Donald Trump a Versailles. Più simbolica che altro, a dirla tutta, perché il documento era già stato firmato elettronicamente nello scorso fine settimana, come tra l’altro era stato anticipato anche dallo scorso invio di Brevemondo.
Al di là delle formalità - poco chiare pure queste, va detto: era stata organizzata una firma a Ginevra in un resort di proprietà qatariota non lontano da Zurigo, ma è saltata e poi è stata “recuperata” con l’incontro previsto tra l’inviato statunitense Steve Witkoff e una delegazione iraniana - ciò che conta davvero è il contenuto del memorandum. E anche su questo pare non esserci grande chiarezza. Al momento quel che è certo è che l’accordo costituisce una sorta di intesa preliminare, che sospende le ostilità e dà avvio a un periodo di 60 giorni durante i quali si terranno appunto degli incontri negoziali dedicati in buona parte al programma nucleare iraniano. Inoltre, nei quattordici punti resi pubblici da Washington è previsto di aprire definitivamente lo stretto di Hormuz, con la fine del blocco statunitense, di stanziare un supposto fondo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran e di sospendere le sanzioni contro Teheran. Contestualmente, è comunque sottoscritto anche l’impegno dell’Iran a rinunciare all’arma atomica.
Com’era avvenuto peraltro nei giorni scorsi, attualmente ciò che potrebbe mettere a repentaglio i negoziati dei prossimi due mesi è la situazione in Libano. Anche se nel conflitto sono infatti coinvolti Israele ed Hezbollah, formazione paramilitare sostenuta da Teheran, il Libano rientra a pieno titolo nel memorandum, comparendo da subito al primo dei quattordici punti. L’intesa infatti dispone “la conclusione immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano”. E nonostante gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo avessero annunciato come Israele ed Hezbollah avessero raggiunto un accordo per un cessate-il-fuoco, gli scontri sono proseguiti anche successivamente. A ciò si aggiunge quanto affermato poi da membri di spicco del governo e dallo stesso premier Benjamin Netanyahu sulle intenzioni israeliane di non ritirarsi dal Libano. Atteggiamento che mette fortemente a rischio la tenuta del memorandum: ieri, per esempio, l’Iran ha annunciato di aver richiuso lo stretto di Hormuz proprio per gli attacchi israeliani. Ciò contribuisce anche a raffreddare i rapporti tra Stati Uniti e Israele: il vicepresidente James Vance, nei giorni scorsi, si è lanciato in un’inedita minaccia verso Tel Aviv, spiegando quanto possa essere pericoloso attaccare “l’unico alleato potente rimasto in tutto il mondo”. La similitudine con la firma di Versailles del 1919, allora, non è soltanto logistica: oggi come allora, il rischio è che l’accordo possa essere più un armistizio, che una pace autentica. Cos’è accaduto vent’anni dopo, purtroppo, lo sappiamo bene.
Le infinite elezioni peruviane
In Perù si è andati al ballottaggio per le elezioni presidenziali lo scorso 7 giugno. A due settimane di distanza, non si sa ancora chi è il nuovo capo di Stato. Pare ormai vicinissima alla proclamazione Keiko Fujimori, già parlamentare tra il 2006 e il 2011 e primera dama tra il 1994 e il 2000, quando presidente del Perù era il padre Alberto, che aveva divorziato dalla moglie Susana. A una manciata di voti, staccato, si trova Roberto Sánchez, leader del partito di sinistra Juntos por el Perú. Nelle ore immediatamente successive al 7 giugno, si è capito che lo spoglio sarebbe stato molto lento proprio a causa delle pochissime migliaia di preferenze che separano i due candidati. Decisiva, per questo, la diaspora elettorale, ovvero i 112 seggi sparsi in giro per il mondo per i cittadini peruviani che si trovano all’estero e che costituiscono il 4,4% del totale degli elettori.
E, come spesso accade in queste circostanze, tracciare una linea ben marcata tra vincitori e sconfitti è complicatissimo. Sánchez, per esempio, ha chiesto a Fujimori di effettuare un riconteggio delle schede, denunciando alcune irregolarità soprattutto sui voti provenienti dall’estero. Ipotesi scartata da Fujimori, visto che quest’ultima è particolarmente avvantaggiata proprio dagli elettori che risiedono fuori dal Perù. Così, alla fine, Sánchez ha organizzato proprio nelle ultime ore una manifestazione che egli stesso ha definito “per la difesa della democrazia” e per protestare contro le irregolarità del voto. Alla protesta, che si è svolta nella capitale, Lima, hanno partecipato migliaia e migliaia di persone.
Nel frattempo, nonostante lo spoglio debba essere ancora terminato - pur essendo in fase molto avanzata - Fujimori pare essere ormai sicura di aver ottenuto la presidenza. Per il Perù non si tratterebbe certo di un’elezione come le altre: la più alta carica dello Stato sarebbe così occupata dalla figlia di Alberto Fujimori, membro della nutrita comunità giapponese in Perù e probabilmente il presidente della Repubblica peruviana più noto all’estero. In carica dal 1990 al 2000, Fujimori è riconosciuto per aver esercitato dittatorialmente il suo incarico. Salito al potere dopo un sorprendente successo elettorale, attuò politiche economiche radicalmente neoliberiste - conosciute come Fujishock - e inasprì la lotta al movimento Sendero Luminoso, che cercava di instaurare un regime maoista nel Paese. Nel 1992, un fallito colpo di Stato militare gli consentì di irrigidire ulteriormente il suo potere: con quello che viene definito autogolpe, Fujimori sciolse il Parlamento, instaurò un “Governo di emergenza nazionale” e riscrisse la Costituzione. Fuggito in Giappone nel 2000, Fujimori è stato poi arrestato in Cile ed estradato in Perù: alla fine, è stato condannato per crimini contro l’umanità.
Droni ucraini sulla Russia
Nei giorni scorsi l’Ucraina ha mosso uno degli attacchi più massicci contro la Russia, lanciando un’offensiva con centinaia di droni che sono riusciti a colpire una raffineria a Mosca. Ciò ha causato momenti di vero panico nella capitale russa, con diversi feriti e con i quattro aeroporti cittadini che sono rimasti chiusi per diverse ore. Un intervento militare che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito “giusto” come risposta all’attacco di qualche giorno precedente mosso dalla Russia contro Kiev, in cui sono morte undici persone ed è stata danneggiata la cattedrale della Dormizione della Madre di Dio, risalente all’undicesimo secolo.
Non solo: Zelensky ha anche invitato il presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukašenko, a rimuovere i ripetitori che si trovano nel territorio del suo Paese e che servono ai droni russi per attaccare l’Ucraina. “Se non lo fa lui, lo faremo noi”, ha aggiunto. Sorprendentemente, lo stesso Lukašenko ha affermato come l’Ucraina non debba preoccuparsi della Bielorussia e che, anzi, si doveva scusare con Zelensky per alcuni commenti del passato. Non solo: il presidente bielorusso, storicamente vicino a Vladimir Putin e dipendente dalla Russia, ha detto in un’intervista ad al-Arabiya di augurarsi che la guerra in Ucraina finisca presto e che il coinvolgimento di Minsk nel conflitto sarebbe assurdo.
Un atteggiamento che denota, come ormai appare da alcune settimane, una presa assai minore del Cremlino sul conflitto. Al di là degli attacchi, che continuano, dalla parata per il 9 maggio in tono minore Putin appare sempre meno disposto a esporsi sulla guerra. E le conseguenze dell’attacco ucraino non fanno che complicare le cose: sui social sono circolati numerosi video della raffineria in fiamme, alimentando lo scontento di molti russi, che si sentono insicuri anche a fronte dei propri sistemi difensivi. Al momento, la Russia ha promesso di rispondere con una grande rappresaglia, mentre Trump, durante il G7 in Francia, ha spiegato che, archiviato il conflitto in Iran - più o meno - tornerà a concentrarsi su quello in Ucraina.
Il pezzo della settimana
Le critiche non certo banali di Vance a Israele hanno riacceso il tema della tenuta dell’alleanza tra Washington e Tel Aviv. Negli ultimi mesi, anche con le telefonate piuttosto accese tra Trump e Netanyahu, se n’è discusso molto. Adesso, la Cnn ha messo in fila tutti gli scontri e ha ipotizzato come le parole del vicepresidente potrebbero essere il vero punto di rottura. Si legge qui.
La canzone della settimana
Tra le continue aperture e chiusure dello stretto di Hormuz, ci immaginiamo chi si trova a bordo delle imbarcazioni che fanno i conti con blocco e controblocco navale. Aspettando, prima o poi, di passare.
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