Dare a Cesare quel che è di Cesare
di - Martedì 20 Ottobre 2026 ore 08:00

Una sentenza tanto famosa quanto (anche volutamente?) equivocata: “Dai a Cesare quel che è di Cesare”.
Da ignorante teologo. Qual è il significato? Il ricorrente fraintendimento interpretativo fa tanto tanto comodo al potere politico.
È ovvio che mi avranno preceduto in diversi che non conosco ma è grave che sia finita per prevalere nell’uso comune una lettura che tradisce la verità del messaggio.
Gesù non ha inteso riconoscere l’autorità politica né tantomeno sostenere la giustezza di pagare le tasse (un tema non pertinente nella risposta): ha espresso il disprezzo per il denaro. E l’alterità assoluta del regno dello Spirito. “Venga il Tuo regno”.
Il denaro è il principale movente dei peggiori crimini e delle azioni umane più nefaste. “Non si possono servire due padroni”: o il denaro o lo Spirito.
La frase va letta nel contesto. È la risposta a una domanda tendenziosa (oggi si direbbe “trabocchetto”) dei Farisei che volevano cogliere Gesù in fallo. “È giusto pagare il tributo a Cesare?” Gesù compreso lo scopo chiese gli fosse mostrata la moneta e poi domandò “chi vi è raffigurato?”. “È Cesare”, allora date a Cesare quel che è suo e a Dio quel che è di Dio.
La frase è ricordata dai sostenitori di regnanti e governanti che pretendono di esserlo per volontà divina. Così meritano l’appellativo, nell’accezione negativa del linguaggio comune, di farisei.










