Perché non impariamo mai dagli errori?
di - Venerdì 09 Gennaio 2026 ore 09:00

Durante questa pausa natalizia mi sono coccolata un po' (in fin dei conti predico predico e bisogna anche che razzoli!). Tra pennichelle dopo pranzo, amici, momenti di gioco in famiglia, abbracci, baci carezze, libri e serie tv, mi sono concessa anche una serata al cinema. No, non sono andata a vedere il campione di incassi, ma Norimberga, film basato sulla vera storia del processo di Norimberga appunto. A qualcuno potrebbe sembrare una grande pesantezza, e sicuramente lo è da un certo punto di vista, ma credo anche che possa essere - almeno per me è stato così – un importante momento di riflessione.
Non c’è bisogno di fare spoiler, sappiamo tutti come è andata e siamo tutti cittadini dei tempi moderni, vediamo come sta andando.
E la domanda che mi sono fatta almeno un milione di volte su quella poltroncina del Cineplex è sempre la stessa, quella che ritorna ciclicamente, soprattutto di fronte a crisi economiche, errori politici, disastri ambientali o conflitti sociali: perché, come società, continuiamo a ripetere gli stessi errori?
Mi sono chiesta cosa dice a tal proposito la psicologia sociale, piuttosto che il pensiero comune. Non si tratta di mancanza di intelligenza o negazionismo forzato, ma più al modo in cui funziona la mente umana quando è inserita in gruppi, istituzioni e culture. Lo spiegava bene Freud nel suo Psicologia delle masse e analisi dell’Io, libro del 1921 ma sconcertantemente attuale.
Lui, infatti, sosteneva che nelle masse l’individuo regredisce: quando entriamo in un gruppo, il pensiero critico diminuisce e riemergono forme di funzionamento più primitive ed emotive.
Sappiamo che il legame che tiene unita la massa è affettivo, non razionale: i membri della massa sono uniti da un “investimento libidico comune”. Il leader è colui che prende il posto dell’Ideale dell’Io: gli individui si identificano con il capo e, attraverso di lui, tra loro. Questo spiega l’obbedienza e la perdita di autonomia, ma, soprattutto, l’assenza di reazione oppositoria di fronte alla perdita stessa di autonomia. L’Io si indebolisce: il Super-io individuale viene sospeso o delegato al leader o al gruppo. Ed ecco che l’identificazione è il meccanismo chiave: non imitiamo solo il capo, ma ci identifichiamo reciprocamente come membri della stessa massa. Ma la massa, ahimè, non corregge l’errore, lo amplifica: suggestionabilità, contagio emotivo e conformismo rendono il gruppo resistente alla critica.
Tra l’altro anche il funzionamento della nostra mente è molto diverso da quello che crediamo. Noi non siamo spinti dalla ricerca della verità, bensì dalla sopravvivenza, che, sempre citando Freud, in quanto “animali sociali”, passa necessariamente dalla coesione sociale. Ecco perché la massa non corregge l’errore ma lo amplifica, perché deve preservare se stessa, il proprio status, e non può ammettere il cambiamento, pena l’estinzione.
Le opinioni fanno parte dell’identità. Difendere l’errore diventa spesso un atto di lealtà verso il gruppo. E nel film questo lo si percepisce bene, difendere il Fhurer prima di tutto.
E poi non sono affatto le bugie ad avere le gambe corte, ma la memoria, sopratutto quella delle istituzioni.
Responsabilità diffuse, costi simbolici e pressione del breve termine impediscono l’apprendimento collettivo.
Ma esiste un modo per vaccinarsi? Per far sì che si possa davvero apprendere dal passato? Certo! Ci vorrebbero senso di sicurezza, tempo, responsabilità chiare e cultura del dubbio, tutte condizioni poco frequenti nella società attuale.
Non impariamo dagli errori perché siamo umani, e l’uomo non è strutturato per la ricerca della verità, ma per la sopravvivenza del pensiero collettivo. La vera sfida è creare contesti in cui riconoscerli non sia una colpa ma una risorsa. Come ricorda il Sergente Triest nel film, “Sai perché è successo qui? Perché la gente ha lasciato che accadesse”. L’unico modo per imparare dalla storia è conoscerla ed attivare un pensiero critico, cercando di non uniformarci al pensiero che pensa qualcuno al posto nostro.
E voi cosa ne pensate?










