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RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Ciabàro

di Marco Celati - martedì 19 luglio 2016 ore 14:12

"L'uomo deve essere anche un po' ciabaro", diceva La Pera, che non s'è mai capito cosa volesse dire di preciso, ma ha sempre reso bene l'idea.

Notare quell' anche un po' che sta a significare che l'uomo deve essere tante altre cose, quali nemmeno quelle di preciso è dato sapere, e poi deve essere anche un po', nel senso in giusta misura, né troppo, né poco, ciabaro.

Cosa vuol dire ciabaro? Non si sa. Nessuno lo sa, ma tutti sanno che è così che deve essere. E così è. Vale a dire che la spiegazione che porta a riconoscere e significare la natura di ciabaro è sostanzialmente un ragionamento apodittico: detto di ciò che filosoficamente, essendo evidente di per sé, non ha bisogno di dimostrazione o, se dimostrato, è logicamente inconfutabile. Cioè fine a sé stesso: insomma una tautologia che, nella logica, è un'affermazione vera per definizione, quindi fondamentalmente priva, perché non necessitante, di valore informativo. Tutti infatti conveniamo che ciabaro è chi è ciabaro. E basta. Se vogliamo una specie di dogma laico. Chi è Dio? Dio è Dio, l'assoluto che si spiega in sé stesso. O ci credi o non ci credi. Chi è ciabaro? Ciabaro è ciabaro, il relativo che non si spiega nemmeno a sé, figuriamoci agli altri. È quand'è che un uomo è ciabaro? È come quando si dice che "l'omo ha da puzzà?" No, niente affatto! È una cosa meno volgare e prosaica. Il ciabaro è négligé, blasé, macchemifregammé, accidentaté... Ma non si può spiegare a parole perché è piuttosto un modo di essere. Forse viene dall'anima umana nella fattispecie maschile, se esiste. Del resto le parole non sempre spiegano la realtà, l'essenza vera delle cose. Spesso si limitano ad una descrizione superficiale e approssimativa dell'apparenza.

Un giorno ad esempio mio figlio mi chiese "babbo, ma cos'è un pompino?" Avrà avuto dieci anni. Gli chiesi "Andrea, non ce l'hai una domanda di riserva?" Il piccolo, oltre a non conoscere l'oggetto della sua curiosità, udito da qualche amico che dio lo benedica, non poteva nemmeno capire la mia battuta di risposta che derivava da una trasmissione televisiva di Mike Buongiorno di diversi anni addietro. Avrei anche detto volentieri "non so, chiedo alla piazza" sempre per restare in tema con il popolare presentatore. E così risposi: "sesso orale". Sembrava una prescrizione medica. "Con la bocca" precisai, per spiegarmi meglio. "Che schifo!" fece Andrea. "Insomma..." feci io. Forse, tautologia per tautologia, avrei fatto meglio a rispondere "un pompino è un pompino, da grande capirai" lasciandolo al mistero della sua crescita. Del resto da bambini presto si smette di credere a tante cose, rivelatesi fallaci: alla Fata del Dentino, a Babbo Natale, alla Befana. Il Pompino allora non potrebbe rimanere una cosa di cui supporre l'esistenza fino al suo svelamento, alla sua scoperta, oltretutto confermativa? Almeno quello esiste. Comunque, per fortuna si cambiò discorso. In materia di educazione in generale e sessuale in particolare, ammetto che sono sempre stato piuttosto scarso.

E poi sesso orale rende davvero l'idea della complessità e del senso di quell'atto e quel moto di passione? Non credo. Se fosse stato così al Bar la Posta, un bar nei favolosi sessanta rigidamente maschile, per uomini soli più che per soli uomini, saremmo stati tutti dei grandi esperti di sesso orale, nel senso che di sesso più che altro se ne parlava. Gli argomenti di discussione infatti nelle calde notti d'estate all'aperto, ma anche al chiuso nei rigidi inverni, non escluse le mezze stagioni che al tempo esistevano ancora, erano la politica, il calcio e la topa, ma non sempre in quest'ordine.

Eppure è così che un uomo si forma, che diviene ciabaro. Un po' sciatto, ma non troppo, un po' vago, ma non del tutto, rude, ma non rozzo, piuttosto attopato, ma senza dare nell'occhio. Ciabaro insomma, in una parola, sia pur non sufficiente a descriverne la sostanza, il significato profondo. Diversamente dal Confetto Falqui, un lassativo per cui, in uno storico Carosello per bocca di Tino Scotti, si diceva: "Basta la parola!". Chissà perché.

Però, merita prolungare ancora questa disputa nominalistica con probabili effetti lassativi? Magari quelli promessi e chissà se mantenuti dal confetto di cui sopra? Credo di no. Semmai, nel trascorrere e nello sfumare dell'esistenza, giova chiedersi nel profondo: ma io sono ciabaro, lo sono mai stato? E ognuno di noi, inutili maschi, specie naturale con caratteristiche aggressive e recessive, darà la sua risposta, sopratutto a se stesso. Quanto a me, forse lo sono stato in qualche raro momento della vita, allorché non saprei dire se ho dato il meglio o il peggio di me. Ma del resto il ciabaro disprezza l'ordinario, ma non mira nemmeno all'eccelso, al perfetto. Perché, appunto, è ciabaro.

Pontedera, Bar La Posta, 9 Luglio 2016

Marco Celati

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