La Toscana è baricentro d'Italia fra nubifragi e siccità: parola di Anbi. E nel solo 2025 con 41 eventi meteo estremi è stata fra le regioni italiane più colpite dai fenomeni legati al mutamento climatico: lo ha verificato Legambiente. Per di più, l'acqua resta un tallone d'Achille per l'ambiente toscano non solo per quantità, troppa o scarsa, ma anche per qualità: risulta dall'ultimo annuario Arpat. Il surriscaldamento globale non aiuta, se è vero come è vero che gli esperti del consorzio Lamma hanno individuato nel 2025 l'anno tra i più caldi degli ultimi 70.
Insomma, se il pianeta lancia il suo SOS la Toscana fa altrettanto. Ma il suo grido in termini di alluvioni sempre più frequenti, di portata sempre maggiore, non sempre viene ascoltato. Un recentissimo studio dell'università di Bologna condotto proprio fra Toscana ed Emilia-Romagna e pubblicato sull’International Journal of Disaster Risk Reduction ha attestato come fra la popolazione, pur colpita, regni una diffusa sottostima del pericolo.
Che fare? E se le città si trasformassero in spugne? L'idea delle città-spugna arriva da uno studio curato da Erasmo D'Angelis e Mauro Grassi della Fondazione Earth and Water Agenda dal titolo “La Toscana è centrale. Dalle città alle città-spugna”, incentrato sulla gestione delle acque in aree urbane, e più specificamente in 65 territori comunali della Toscana centrale.
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Una nuova urbanistica dell'acqua
Città e zone urbane sono infatti le più esposte a devastazioni, complice un sistema di gestione di portata non più adeguato alla realtà climatica contemporanea, figuriamoci a quella che si prefigura.
Un esempio plastico? Le tombature. Nate per corsi d'acqua poco più che rivoli, coi rovesci tremendi che si abbattono sempre più spesso sulla Toscana non riescono a contenere i repentini aumenti di flusso idrico.
E allora, ecco che lo studio propone l'elaborazione di una nuova urbanistica dell'acqua che renda le città più permeabili. Città-spugne, appunto, in cui la quota di terra (parchi, giardini, aiuole... zone drenanti, insomma) riprenda piede su quella cementificata. Si renderebbero gli spazi più 'assorbenti' rispetto a eventuali scariche d'acqua, ma si andrebbe anche a mitigare il calore sempre più estremo.
La Toscana centrale, in questo contesto, coi 65 territori comunali oggetto dello studio della Fondazione Earth and Water Agenda potrebbe divenire laboratorio di caratura nazionale per la messa a terra di un modello che già varie metropoli nel mondo hanno perseguito, pur in presenza di precipitazioni medie annue meno vistose. Qualche esempio tratto dalla ricerca:
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Oltre alle aree verdi permeabili, l'azione combinata prevede bacini di laminazione, infrastrutture blu-verdi (tetti e facciate dei palazzi con copertura vegetale, pavimentazioni permeabili, fossati di scorrimento...), recupero dei corsi d'acqua, ma anche semplici bacini di ritenzione o cisterne e serbatoi di raccolta dell'acqua piovana nei singoli condomini. Tutto per puntare al risultato di abbattere il rischio.
I fenomeni estremi ormai sono una condizione. Gestirli una scelta.
Se prevenire costa meno che curare
Prevenire, per altro, è meglio che curare anche sotto il profilo economico: la ricerca D'Angelis-Grassi ha calcolato in oltre un miliardo di euro i danni provocati dalle alluvioni nel 2025 e addirittura in circa 2,7 miliardi nel 2023. Rincorrere l'emergenza insomma non paga: costa.
I due esperti, dal canto loro, offrono la proposta di un piano decennale da 1,1 miliardi di euro che prevede vari interventi: rendere le città più drenanti, spugne appunto, creare infrastrutture di bacino, giocare la difesa da frane e alluvioni tramite la manutenzione del territorio, certo, ma anche affinando le tecnologie di contrasto e le tecniche di monitoraggio.
Oggi con le termocamere i tratti tombati si possono ispezionare, e poi ci sono i droni coi sensori LiDar, i robot per tenere sott'occhio lo stato delle condotte sotterranee, e database e modelli sempre più aggiornati e affinati per gestire il rischio anziché farsene travolgere per poi curare le ferite.