L’INTERVISTA DELLA DOMENICA Domenica 19 Aprile 2026 ore 09:30
Liste d’attesa e pronto soccorso intasati, "Potenziare la medicina territoriale"

L’assessora regionale alla Sanità Monia Monni traccia le strategie, "Ecco come le Casa di Comunità e la telemedicina possono aiutare"
FIRENZE — Ha davanti sfide impegnative, Monia Monni, l’assessora alla Salute della Regione Toscana, che mette in campo un sistema di strategie e possibili soluzioni per affrontare un sistema pubblico alle prese con finanziamenti non sufficienti, difficoltà a trovare medici e infermieri e rivoluzioni in vista in più di un settore, compreso quello della continuità assistenziale e del diritto alla salute anche nei territori più periferici. Poi ci sono i problemi cronici, prioritari però dai cittadini, come le liste d'attesa e i pronto soccorso congestionati.
Come state affrontando queste problematicità?
I tempi di risposta sono una misura di giustizia. Quando si allungano, cresce una disuguaglianza. In Toscana partiamo da dati migliori della media nazionale. È un risultato costruito nel tempo. Oggi però la pressione aumenta e serve un salto di qualità. Le criticità ci sono, penso ad alcune specialistiche come dermatologia e oculistica. Su queste interveniamo in modo mirato. Ma il punto non è solo aumentare l’offerta. Una parte decisiva riguarda l’appropriatezza prescrittiva. Quando le prestazioni richieste superano il bisogno reale, il sistema si satura e chi ha davvero bisogno aspetta di più. Per questo abbiamo messo in campo un lavoro con i medici di medicina generale per orientare meglio le prescrizioni e costruire percorsi più appropriati. Poi ci sono due vincoli strutturali. La crisi vocazionale, con sempre meno professionisti disponibili, e i tetti assunzionali e di spesa che comprimono la capacità del sistema di rispondere. Per questo lavoriamo su più livelli. Rafforzamento della sanità territoriale, più accessi, presa in carico continua. L’obiettivo è intercettare i bisogni prima, governare la domanda, usare meglio le risorse.
Qual è la sua posizione sulla libera professione intramoenia?
La libera professione intramoenia sta dentro il sistema pubblico e richiede un equilibrio chiaro. In Toscana il ricorso è contenuto e in diminuzione. È un segnale importante, perché il servizio pubblico resta il riferimento principale.
Il diritto alla cura deve valere allo stesso modo per tutti. L’intramoenia può esistere come possibilità regolata, dentro regole trasparenti e controlli rigorosi. Il pubblico deve garantire tempi e accesso. L’intramoenia si colloca accanto, senza spostare risorse, senza alterare le priorità, senza creare canali privilegiati. Questo equilibrio si tiene rafforzando il servizio pubblico. Dove il pubblico funziona, l’intramoenia resta una scelta.
E per quanto riguarda il rapporto con i privati? Spesso per accorciare le attese le persone optano per questa soluzione.
Il rapporto con il privato accreditato fa parte del sistema e richiede una regia pubblica forte. Va fatta una distinzione: il privato accreditato eroga prestazioni sanitarie dentro una programmazione pubblica. Il privato sociale e il terzo settore lavorano soprattutto nei servizi territoriali e sociosanitari, dove la relazione e la prossimità fanno la differenza. Su questo terreno la coprogettazione è una leva importante. Dentro i limiti di finanziamento e di assunzioni, rispondere ai bisogni emergenti richiede anche il contributo di questi soggetti. Senza questa integrazione, la capacità di risposta del sistema sarebbe più fragile. Il perno resta il servizio pubblico. È il pubblico che definisce i bisogni, orienta le risorse e garantisce l’universalità. Il sistema toscano è e continuerà a essere tra i più pubblici del Paese, con una regia chiara.
Un’altra difficoltà riscontrata riguarda il pronto soccorso, tra affollamento e personale allo stremo. Che ne pensa?
Quello che vediamo nei pronto soccorso è il punto di massima pressione del sistema. Ogni giorno professionisti tengono in piedi servizi complessi, in condizioni impegnative. A loro va riconosciuto un lavoro straordinario, anche con atti concreti. In questi mesi abbiamo iniziato a erogare l’indennità di pronto soccorso. Una quota molto alta degli accessi riguarda bisogni che potrebbero trovare risposta altrove. Quando mancano alternative accessibili e continue, il pronto soccorso diventa la porta principale. Per questo stiamo lavorando sul territorio. Case di Comunità, continuità assistenziale, percorsi di presa in carico che intercettano i bisogni prima e accompagnano le persone nel tempo. L’obiettivo è riportare il pronto soccorso alla sua funzione originaria, quella dell’emergenza-urgenza, alleggerendo la pressione e migliorando le condizioni di lavoro dei professionisti.
Nascono anche per rispondere a questa emergenza le Case di Comunità? Riuscirà la Toscana a rispettare i tempi previsti dal Pnrr e a renderle funzionanti con tanto di personale ad hoc?
Le Case di Comunità nascono per riportare la sanità vicino alle persone e dare
una risposta strutturata a questa pressione. Sono il luogo della presa in carico, dove i bisogni trovano una risposta
continua e integrata. Tutto ciò che non è emergenza trova qui una risposta
appropriata. In questo modo si proteggono i pronto soccorso e si restituisce
loro la funzione propria.
Entro Giugno apriremo 70 Case di Comunità, nel rispetto dei parametri previsti
dal Pnrr. Da lì parte la fase più importante, l’implementazione.
Leggere i bisogni dei territori, costruire servizi coerenti, rendere ogni Casa di Comunità un abito sartoriale. Il ruolo dei medici di medicina generale e dei pediatri è centrale. L’accordo con loro dà concretezza alla sanità territoriale e rende questi luoghi un riferimento reale.
E poi ci sono le difficoltà della guardia medica e c’è il capitolo della continuità assistenziale da garantire anche nei territori periferici e i piccoli ospedali...
La qualità di un sistema sanitario si misura dalla capacità di garantire diritti anche nei territori più fragili. Oggi i medici sono pochi e hanno quindi una forte possibilità di scelta. Questo porta spesso a orientarsi verso contesti con maggiori opportunità di crescita professionale o più sostenibili per l’organizzazione della propria vita. Le aree periferiche soffrono di più. Per questo facciamo concorsi dedicati e prevediamo diverse forme di incentivo per rendere più attrattivi questi territori.
Sta cambiando anche il ruolo della continuità assistenziale. Un medico di guardia, nell’area Toscana centro, risponde in media a 1,8 chiamate a notte e il 60% dei casi si risolve telefonicamente. Questo ci ha portato a riorganizzare una parte delle ore, spostandole in fasce più produttive, diurne, dentro le Case di Comunità. Le Case di Comunità hub saranno aperte 24 ore su 24, sette giorni su sette. A questo si affiancano il numero unico 116.117, la telemedicina e una rete più strutturata di servizi.
L’applicazione dell’intelligenza artificiale nell’organizzazione delle unità funzionali, dei servizi al cittadino può aiutare?
Le tecnologie rappresentano una grande opportunità per migliorare l’organizzazione dei servizi. L’intelligenza artificiale può supportare la gestione delle agende, l’analisi dei flussi, l’appropriatezza delle prestazioni, la capacità di orientare i cittadini nei percorsi. Può contribuire a ridurre i tempi e rendere il sistema più efficiente. Il valore sta nell’uso che se ne fa. Rafforzare la capacità di risposta, liberare tempo per la cura, migliorare la presa in carico. La sanità resta un sistema fondato sulla relazione. L’ascolto, la responsabilità clinica, la qualità della cura restano centrali. La tecnologia serve a sostenere questo equilibrio.
Lei ha anche la delega al sociale. Quali sono i progetti ai quali state lavorando? E quali le fasce di popolazione che hanno più bisogno di interventi?
Il confine tra sociale e sanità oggi è sempre più stretto. I bisogni delle persone sono intrecciati e richiedono risposte integrate. Stiamo lavorando sulla non autosufficienza, sul rafforzamento dei servizi territoriali, sul sostegno alle famiglie e sui percorsi di inclusione. L’obiettivo è costruire continuità, accompagnare le persone nel tempo. Abbiamo avviato un lavoro strutturato per ripensare i modelli di presa in carico, con un’attenzione forte alle persone anziane. Vogliamo rendere sistematiche soluzioni a minore intensità assistenziale, rafforzare la domiciliarità, sostenere le famiglie e mantenere attive le relazioni sociali. Le Rsa stanno dentro questo equilibrio.
La prescrizione sociale è uno degli strumenti su cui stiamo lavorando. Significa integrare nei percorsi di cura anche risposte sociali, relazionali e di comunità, costruite insieme ai territori, per rendere la presa in carico più aderente ai bisogni reali.
Paola Silvi
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