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Attualità martedì 01 giugno 2021 ore 11:13

A 17 anni in carcere libico, al Meyer cure per Tbc

Ha rischiato la vita per una grave forma di Tbc, poi curata. I medici dell'ospedale Meyer hanno raccolto la testimonianza di un ragazzo di 17 anni



FIRENZE — Dopo due mesi di ricovero al Meyer per una gravissima forma di Tbc che lo ha quasi ucciso, è pronto a cominciare una nuova vita. E' la storia di un ragazzo di 17 anni che ha raccontato la sua odissea ai sanitari dell'ospedale pediatrico fiorentino.

Il Tribunale per i minorenni ha nominato fin dall'ingresso del ragazzo nello spazio aereo italiano un tutore legale volontario, che ha attivato il supporto dell'Associazione dei tutori volontari della Regione Toscana. Ora che è stato dimesso, sarà accolto in una casa famiglia dove potrà iniziare la sua nuova vita. Ad attenderlo, lo studio della lingua italiana, ma anche un percorso scolastico e formativo. 

Il ragazzo è arrivato al Meyer di Firenze grazie a un corridoio umanitario “Quando è arrivato - ha detto Lucia Macucci, l’infermiera della Cooperazione internazionale del Meyer che ha seguito il caso - era in condizioni davvero critiche. Era debolissimo, denutrito, sfinito, non riusciva quasi più a camminare”. 

Il diciassettenne è stato ricoverato in una stanza isolata della Pediatria e, grazie al mediatore culturale, è riuscito a comunicare con medici e infermieri. In poche settimane, nonostante le inevitabili difficoltà linguistiche, ha conquistato l’affetto di tutti, grazie alla sua gentilezza e al suo grande senso di responsabilità. 

“Gli abbiamo procurato dei vestiti e lo abbiamo aiutato a lavarsi - ha raccontato Lucia Macucci - e questi semplici gesti sono stati per lui un immenso sollievo”. 

Il viaggio dalla Somalia. "Ha lasciato la Somalia quando aveva quattordici anni. Per questo adolescente con le braccia segnate dalle torture che ha subito, non sarà facile dimenticare il passato" è quanto raccontano i medici che hanno raccolto la testimonianza nel corso della sua degenza. "La decisione di partire in cerca di un futuro migliore, sostiene, è stata solo sua: i genitori e i nove fratelli non sapevano niente. Si è affidato a una organizzazione di trafficanti di esseri umani e si è messo in viaggio. Ha attraversato, con mezzi di fortuna procurati dai criminali, l’Etiopia, il Sudan, l’Egitto fino ad arrivare in Libia. Ed è qui che, per più di un anno, è stato costretto a fare quanto gli veniva chiesto dai nuovi affaristi della disperazione: prigioniero, prima in un campo e poi in un appartamento, è stato obbligato a trovare il denaro per pagare il debito accumulato e per ricompensare chi lo avrebbe imbarcato alla volta dell’Europa. Questo il suo scopo e questa la sua speranza e per raggiungerli ha subito umiliazioni, minacce, violenze e torture. Ad aiutarlo, è stata la sua famiglia che, grazie al contributo della comunità locale che si raccoglie intorno alla moschea, è riuscita a raccogliere la somma di denaro richiesta dai suoi aguzzini". "Il tanto sospirato imbarco però non è andato a buon fine: la barca su cui viaggiava è stata fermata dalla Guardia costiera libica. E questo adolescente si è trovato di nuovo rinchiuso, prima in carcere e poi in un campo. Facendo pesanti lavori manuali, è riuscito a mettere da parte una nuova somma di denaro, ma anche stavolta la traversata non è riuscita e, come nel peggiore degli incubi, si è trovato di nuovo in carcere. È qui che ha contratto una violentissima forma di tubercolosi disseminata in quasi tutto l’organismo, che si è manifestata, tra gli altri sintomi, con un nodulo aperto al livello del collo, che gli impediva perfino di deglutire. In un ospedale libico, gli hanno applicato una sonda che permettesse l’alimentazione attraverso l’addome, ma una volta dimesso le sue condizioni sono rapidamente peggiorate".

Il percorso clinico. "A seguirlo, nel suo lungo processo verso la guarigione, è stata una equipe multidisciplinare composta da infettivologi, chirurghi, pediatri e infermieri specializzati. Prima è stata rimossa la sonda gastrica Peg: così, con grande lentezza, ha potuto ricominciare a mangiare e a bere, seguendo un piano alimentare costruito su misura per lui. Poi i medici si sono dovuti occupare della ferita al collo, ma la terapia ha richiesto più tempo del previsto. Nel frattempo, le assistenti sociali del Meyer si sono mobilitate per aiutarlo e creare intorno a lui una rete solidale. Un percorso che è stato possibile anche grazie alla rete di soggetti istituzionali e di volontariato presenti sul territorio della nostra regione che si sono attivati per organizzare l'accoglienza del ragazzo una volta dimesso dal Meyer".

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