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Brevemondo Domenica 18 Gennaio 2026 ore 06:30

Groenlandia, Usa-Iran e la diga etiope

I primi soldati europei in Groenlandia, schermaglie nell'Iran insanguinato e la lunga diatriba sulla diga del Grande Rinascimento Etiope



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Un caldo inverno in Groenlandia

Continua a essere particolarmente delicata la situazione della Groenlandia, l’immensa isola artica che, ormai da mesi, è entrata nel mirino degli Stati Uniti e del presidente Donald Trump, che la reputa di grande interesse per la sicurezza nazionale di Washington. Nei giorni scorsi, alla Casa Bianca, si è anche tenuto un incontro tra i governi di Danimarca e Groenlandia e l’amministrazione statunitense, senza che però ne venisse fuori alcunché. Dal canto suo, Trump ha ribadito come l’isola debba assolutamente essere statunitense - in qualche modo - per evitare che la stessa finisca nelle mani di Russia e Cina e per realizzare finalmente lo scudo anti-missile Golden Dome, che sarebbe in grado di intercettare attacchi missilistici dallo spazio; il comandante delle forze artiche della Danimarca, invece, ha spiegato come non ci siano minacce alla sicurezza groenlandese da parte di Mosca e Pechino.

Fatto sta che le intenzioni statunitensi sono serie e se ne sono accorti pure in Europa. Tant’è che, per la prima volta nella storia della Nato, alcuni Paesi europei dell’Alleanza atlantica hanno deciso di dispiegare militari sull’isola, formalmente per svolgere una esercitazione. È evidente che, in questo momento, una mossa del genere vuol essere un messaggio verso Washington. Si badi bene: attualmente, a quella che è stata definita Operation Arctic Endurance hanno aderito Germania, Francia e Svezia, per un totale di una ventina di soldati. Non esattamente una forza di fuoco impressionante. Per quanto riguarda l’Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha escluso che anche il nostro Paese possa inviare dei soldati nell’ambito dell’operazione della Nato.

Un'imbarcazione militare francese nell'Atlantico del nord [Account X]

In tutta risposta, Trump ha avvertito i Paesi europei che hanno aderito all’operazione - inviando militari o promettendo di farlo - che se non sarà raggiunto un accordo per l’acquisizione della Groenlandia, gli Stati Uniti imporranno nuovi dazi del 10%. Non solo: se la compravendita non sarà formalizzata entro il prossimo giugno, le tariffe potranno salire fino al 25%. I Paesi interessati, come scritto da Trump su Truth, sono Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Finlandia.

Trump si è convinto da solo a non attaccare l’Iran, dice

Nelle ore concitate tra mercoledì e giovedì, l’offensiva statunitense contro l’Iran sembrava essere imminente. Al contrario, nelle ore successive, lo scenario di un intervento a Teheran ha cominciato a essere sempre meno probabile, con il presidente Trump che, alla fine, ha sentenziato di essersi convinto da solo a non sferrare il colpo contro il regime. Ciò, ha detto, è stata la conseguenza della decisione di non giustiziare alcuni dei manifestanti, che erano stati condannati all’impiccagione. Non cambia il fatto che, in un Paese attualmente ancora in pieno blackout di internet, si è arrivati a stimare l’uccisione di oltre duemila persone durante le proteste di piazza.

Appare senz’altro più credibile, rispetto alla narrazione di Trump, che a sconsigliare l’intervento - almeno per il momento - sia stato chi materialmente si occupa delle attività statunitensi all’estero, ovvero Pentagono e Cia. Ciò che preoccupa maggiormente, pare, è la solidità del regime degli ayatollah, che nonostante le debolezze dimostrate anche nell’estate scorsa, quando Stati Uniti e Israele colpirono ripetutamente diversi siti nucleari e militari, continua a disporre di un forte apparato militare e di sicurezza, quantomeno sul versante interno. C’è poi la questione dei pasdaran, ovvero i Guardiani della Rivoluzione islamica, braccio armato del regime che è diventato un enorme centro di potere anche economico: a oggi, non ci sono state defezioni. Immaginare di smantellare la Repubblica islamica sullo stile di quanto fatto in Venezuela appare dunque improbabile.

L'ayatollah Khamenei [Account X]

Nonostante questo e proprio a seguito delle accuse dell’ayatollah Khamenei contro Trump, additato come colpevole della strage di iraniani, nelle ultime ore la tensione è salita nuovamente. Mentre il presidente degli Stati Uniti ha affermato come serva “un nuovo leader a Teheran”, da un paio di giorni sarebbe stato deciso lo spostamento della portaerei USS Lincoln dal Mar Cinese Meridionale in Medio Oriente. Ciò sia per far fronte a eventuali attacchi iraniani contro le basi militari statunitensi dell’area, dove sono dispiegati circa 30mila effettivi, sia per mettere ulteriore pressione sull’Iran ed eventualmente scagliare un vero e proprio attacco. Del resto, dal Dipartimento di Stato è stato ripetuto come “ogni opzione” resti ancora sul tavolo.

Una diga tra Egitto ed Etiopia

La lunghissima diatriba tra Egitto ed Etiopia relativamente alla diga del Grande Rinascimento Etiope, inaugurata a Settembre scorso dal Governo di Addis Abeba, è tornata alla ribalta dopo che Trump ha garantito di impegnarsi per far riprendere il dialogo tra i due Paesi, ormai abbandonato dal 2020. Se, infatti, per l’Etiopia il progetto da 5 miliardi di dollari è funzionale a raddoppiare la produzione di energia elettrica, per l’Egitto ciò contribuisce a diminuire la portata del Nilo, con conseguenze dannose soprattutto per il settore agricolo.

Per Il Cairo, infatti, il Nilo soddisfa circa il 97% del fabbisogno idrico del Paese. Per questo, a seguito della realizzazione della diga, che permette all’Etiopia di controllare il flusso del Nilo Azzurro, l’Egitto accusa Addis Abeba di aver violato il diritto internazionale, oltre a rivendicare dei diritti sul fiume garantiti da degli accordi di epoca coloniale - datati 1929 e 1959 - che assegnerebbero al Cairo e al Sudan il controllo delle acque. È evidente come, da parte dell’Etiopia, non vi sia alcun riconoscimento di quei trattati. Obiettivo del Governo etiope è quello di alimentare le due centrali idroelettriche che affiancano la diga e che sono in grado di produrre l’energia di tre impianti nucleari, garantendo elettricità al 90% della popolazione.

La diga etiope sul Nilo Azzurro [Account X]

La disputa va avanti ormai da oltre un decennio, ma l’inaugurazione della diga ha riacceso lo scontro. Trump - che in un primo momento aveva affermato come l’opera fosse stata pagata dagli Stati Uniti - si è offerto di mediare: in risposta, il presidente egiziano Al-Sisi ha accettato, ribadendo come il Nilo sia “la linfa vitale” del suo popolo; anche il capo di Stato de facto del Sudan, Abdel-Fattah Burhan, si è dichiarato favorevole al ruolo degli Stati Uniti nella risoluzione del caso. Per il momento, invece, è rimasto in silenzio il Governo etiope: del resto, già nel 2020, quando durante il primo mandato di Trump gli Stati Uniti tentarono l’ennesima mediazione, fu la delegazione di Addis Abeba ad abbandonare il confronto.

Il pezzo della settimana

Anche considerando un attacco contro il regime iraniano, con l’eventuale crollo della Repubblica islamica, ciò che seguirà non sarà obbligatoriamente migliore. La strada venezuelana, per Teheran, resta molto complicata, per una serie di fattori che Daniel Block, su Politico, ha spiegato in un lungo approfondimento. Si legge qui.

La canzone della settimana

In Groenlandia, ormai, è proprio il caso di dire che si prospettano giorni di ghiaccio e fuoco.


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