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Brevemondo Domenica 19 Aprile 2026 ore 06:30

Guerra in Iran, Leone XIV e Viktor Orbán

Il tira e molla sul conflitto infinito a Teheran, lo scontro tra il pontefice e l'amministrazione Trump e la sconfitta elettorale dell'ex premier



. — Benvenuti su Brevemondo. Cominciamo.

La guerra in Iran sta per finire. Di nuovo

“Vedremo che cosa accadrà, ma credo che siamo molto vicini a un accordo con l’Iran”. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che per l’ennesima volta dall’inizio del conflitto il 28 febbraio scorso ha fatto intendere che la guerra in Iran dovrebbe concludersi presto. Non è la prima volta che lo dice: Axios, in un articolo del 30 marzo scorso, riporta come, in poco più di un mese, lo abbia annunciato una dozzina di volte. Quel che è certo è che, stavolta, i presupposti sono quantomeno diversi: è ancora in corso la tregua stabilita da Washington e Teheran grazie alla mediazione del Pakistan e, inoltre, lo stesso Trump ha comunicato il raggiungimento di un’intesa per un cessate-il-fuoco di dieci giorni nel Libano meridionale, dove Israele stava continuando a colpire con l’obiettivo di indebolire Hezbollah.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump [X Account]

Alla base di questo rinnovato ottimismo per la fine del conflitto ci sarebbe il via libera dato dall’Iran per la cessione del proprio uranio arricchito, indispensabile per lo sviluppo del programma nucleare. Questo, almeno, è quel che ha detto Trump, mentre l’Iran ha affermato che ha tutto il diritto di procedere con l’arricchimento dell’uranio. Si può discutere, invece, della quantità. Nel frattempo, tramite Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, gli Stati Uniti hanno fatto sapere che se non dovesse essere raggiunto un accordo, al termine della tregua torneranno i bombardamenti, in particolare contro le infrastrutture dual-use, quelle che hanno sia fini civili, sia (potenziali) fini militari.

Lo stesso Hegseth ha affermato che anche il blocco navale dello stretto di Hormuz continuerà fino a quando necessario. Da ormai una settimana, infatti, gli Stati Uniti hanno messo a punto un vero e proprio blocco militare delle imbarcazioni che entrano ed escono dallo stretto, con l’impiego di 15 navi da guerra e circa diecimila militari. E anche se, inizialmente, le operazioni sembravano non garantire una certa efficacia nell’impedire che le petroliere potessero raggiungere (o lasciare) i porti iraniani, negli ultimi giorni il blocco ha costretto diverse navi a desistere dalla propria rotta. L’obiettivo è, chiaramente, evitare che le petroliere - tra cui quelle cinesi, come la Rich Starry, già sanzionata proprio dagli stessi Stati Uniti - possano imbarcare il petrolio iraniano, garantendo così un’entrata cospicua nelle casse della Repubblica Islamica. Una strategia che, pare, possa aver funzionato: su Truth, Trump ha annunciato infatti che l’Iran si sarebbe impegnato a riaprire lo stretto.

Diatriba a stelle e strisce tra il papa e la Casa Bianca

Gli ultimi giorni sono stati piuttosto intensi per papa Leone XIV. Spesso tacciato di essere rimasto guardingo nei confronti degli Stati Uniti, per esempio sull’operazione militare in Venezuela, il pontefice è stato invece perentorio nel criticare non solo l’intervento americano in Iran, ma anche la retorica dell’amministrazione Trump. Sin dagli inizi del conflitto, infatti, tanto gli Stati Uniti quanto Israele hanno spesso raccontato l’attacco a Teheran come parte di un “piano divino”: una sorta di scontro tra bene e male. E non si tratta soltanto di un metodo narrativo o propagandistico: secondo la ong Military Religious Freedom Foundation, da settimane i comandanti spiegano alle truppe che è in gioco l’apocalisse. Negli Stati Uniti questa narrazione è alimentata soprattutto da una frangia religiosa, quella dei cristiani sionisti, che hanno interpretato la guerra come un momento di catarsi.

Papa Leone XIV [X Account]

Questo uso dei riferimenti religiosi e biblici ha fatto sì che Leone XIV si esponesse perentoriamente contro la Casa Bianca. A dare il là alla polemica è stato Hegseth, che durante una messa svolta al Pentagono ha chiesto di pregare per lo sforzo militare degli Stati Uniti, invocando Gesù. Uno slancio di fede che ha ottenuto pronta risposta dal pontefice, che ha ammonito chiunque dall’uso improprio della parola di Cristo. “Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra”, ha sentenziato. Ma la polemica, a quel punto, era ancora ben lontana dalla sua conclusione.

A rinfocolarla, infatti, ci ha pensato lo stesso Trump, che ha dato del “debole” al papa, chiarendo che se “se io non fossi stato alla Casa Bianca, lui non sarebbe stato al Vaticano”, perché scelto esclusivamente perché la Chiesa cattolica potesse confrontarsi con lui. Poco dopo, a un giornalista presente sul volo che ha portato il papa in Algeria, per il suo viaggio in Africa tra Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, ha chiesto al pontefice cosa ne pensasse. “Non ho paura né dell’amministrazione Trump, né di predicare ad alta voce il messaggio del Vangelo”, ha risposto serenamente il papa. Ma pare non sia bastato: il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance, il cattolico di più alto rango nell’amministrazione Trump, ha suggerito al pontefice con una certa intraprendenza di “fare maggiore attenzione quando parla di teologia”. Per ribadire il concetto, poco dopo, Hegseth ha nuovamente citato la Bibbia durante l’ennesima messa al Pentagono. O, meglio, ci ha provato: il versetto declamato, infatti, non esiste. Era solo una scena di Pulp Fiction.

Orbán all’opposizione dopo 16 anni

Come era stato abbondantemente preannunciato dai sondaggi, il premier ungherese Viktor Orbán è stato sconfitto alle elezioni da Péter Magyar, leader di Tisza, il principale partito di opposizione. La storia di Magyar è molto peculiare, ma basti riportare come si tratti di un politico piuttosto giovane - 45 anni - di idee non troppo dissimili da quelle di Orbán - del resto, ha fatto parte a lungo di Fidesz, il partito di destra finora al potere - ma assai più moderato rispetto al suo predecessore. Al Parlamento Europeo, in cui è stato eletto nel 2024, Tisza fa parte del Partito Popolare Europeo, il centrodestra dell’Unione Europea, e non del gruppo Patrioti per l’Europa, di cui in fa parte anche la Lega. Ma, appunto, la distanza è labile: a gennaio scorso, per esempio, gli eurodeputati di Tisza sono stati sanzionati dal Ppe perché non si sono presentati in difesa di Ursula von der Leyen durante una seduta in cui si discuteva una mozione di sfiducia.

Ursula von der Leyen e Peter Magyar [X Account]

Eppure, anche in Italia l’elezione di Magyar è stata vista come il trionfo dell’europeismo. Dopo 16 anni di Orbán, che ha a lungo rappresentato un ostacolo interno all’Unione Europea, soprattutto dall’invasione russa dell’Ucraina in avanti, in molti si aspettano che Magyar possa cambiare corso. Ma ci sono alcune questioni che rendono assai complicato per l’Ungheria fare una virata netta. A cominciare, banalmente, da quella della forte dipendenza energetica proprio dalla Russia. Dal 2021 al 2025, Budapest ha incrementato la sua dipendenza dal greggio russo dal 61% al 93%. In gran parte, il petrolio veniva veicolato dall’oleodotto dell’Amicizia, che riforniva anche la Slovacchia prima di essere danneggiato gravemente a gennaio. Un attacco che Orbán aveva imputato all’Ucraina, bocciando per questo il prestito da 90 miliardi dell’Unione Europea proprio diretto a Kiev. Dalla prossima settimana, però, Magyar ha annunciato che il greggio tornerà a scorrere da quell’oleodotto, grazie alle riparazioni fatte proprio dall’Ucraina.

Nel frattempo, la sconfitta di Orbán è stata un contraccolpo anche per chi, fino a ora, lo ha sostenuto al di là dei confini ungheresi. Soltanto qualche giorno prima delle elezioni, a Budapest si è recato il vicepresidente Vance. Dopo il voto, invece, la destra polacca di Diritto e Giustizia, il partito fondato dai gemelli dai gemelli Lech e Jarosław Kaczyński che è stato da sempre un alleato di Fidesz, ha cercato di distanziarsi da Orbán, specificando come con Budapest ci fossero differenze sostanziali sulla Russia, sulla Nato e sulle politiche energetiche. Sicuramente più entusiasta il primo ministro polacco Donald Tusk, di orientamento liberale e avversario di Diritto e Giustizia: “sono felice, penso di essere più felice di te”, ha detto al telefono a Magyar dopo la sua elezione.

Il pezzo della settimana

Su il manifesto, padre Antonio Spadaro - già direttore de La Civiltà Cattolica e oggi sottosegretario del Dicastero per la cultura e l'educazione della Curia romana - ha rilasciato un’intervista che spiega molto bene i motivi dello scontro tra papa Leone XIV e Trump. Uno scontro non esclusivamente ideologico, ma propriamente lessicale. Si legge qui.

La canzone della settimana

Che sia la volta buona? Dopo tanti annunci, la guerra in Iran potrebbe essere alla sua conclusione, at last


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At Last (Remastered)

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