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Brevemondo Domenica 09 Agosto 2026 ore 06:30

Iran-Oman, El-Sayed e Spagna-Italia

Il blocco dello stretto di Hormuz e l'accordo tra Iran e Oman, un candidato a sorpresa nel Partito Democratico e lo scontro Madrid-Roma



. — Benvenuti su Brevemondo. Cominciamo.

Intesa su Hormuz, tra Iran e Oman

Per la riapertura dello stretto di Hormuz, bloccato ormai da oltre 160 giorni, non sarà sufficiente l’accordo tra Iran e Oman. L’intesa, che il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi ha definito ormai prossima, è sicuramente un primo passo per ripristinare il traffico marittimo lungo lo stretto, ma non può certo prescindere dagli Stati Uniti e, in subordine, da Israele. Del resto, come ha spiegato Mohammad Bagher Zolghadr, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran, per arrivare alla riapertura di Hormuz Washington dovrebbe soddisfare alcune precise richieste: rimuovere il blocco navale e le sanzioni contro Teheran, ritirare i militari dal Medio Oriente, pagare le riparazioni di guerra e sbloccare gli asset iraniani congelati, oltre a smetterla con gli attacchi contro Hezbollah, Houthi e Hamas.

Militari statunitensi a bordo della Uss Boxer [X Account]

Una lista dei desideri abbastanza lunga, che però pare non aver particolarmente colpito il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Nei giorni scorsi, infatti, quest’ultimo ha ribadito come la guerra sia ormai “vicina alla conclusione”, soprattutto perché l’Iran “non può andare avanti ancora a lungo”. Il conflitto potrebbe in effetti non essere lontano dalla fine, ma non solo per lo sfinimento dell’Iran. C’è da tener di conto - suggeriscono alcuni - della notevole riduzione dell’arsenale missilistico statunitense, dovuta proprio alla guerra in Medio Oriente. Una notizia che è stata smentita però dallo stesso Trump, che su Truth ha spiegato come gli Stati Uniti abbiano a disposizione “un’enorme quantità di munizioni”, e che coloro che hanno fatto trapelare queste informazioni - leakers - saranno perseguiti penalmente.

È sul versante israeliano, invece, che ricade in gran parte l’ultimo punto delle richieste iraniane: cessare gli attacchi contro gli alleati di Teheran. Una condizione, al momento, non soddisfatta: soltanto qualche giorno fa ci sono stati nuovi bombardamenti nel Libano meridionale, roccaforte di Hezbollah e dove, tra l’altro, è in vigore il cessate-il-fuoco; contestualmente, nella Striscia di Gaza gli apparati di sicurezza israeliani starebbero considerando la possibilità di un parziale ritiro dell’esercito per lasciare spazio a una forza internazionale, com’era stato proposto dal Board of Peace. Se ciò fosse vero potrebbe essere un buon viatico per la conclusione del conflitto in Iran, ma proprio in questi giorni sembrerebbe essere allo studio un piano di attacco unilaterale contro Teheran, indipendentemente dal coinvolgimento di Washington. Inutile dire che, in questo modo, la guerra sarebbe tutt’altro che vicina alla fine.

La (non troppo) strana storia di Abdul El-Sayed

Il prossimo novembre, negli Stati Uniti, si terranno le tanto attese midterm election, ovvero le elezioni che si tengono due anni dopo quelle per il presidente e che servono a rinnovare tutti i seggi della Camera dei rappresentanti e un terzo di quelli del Senato. Nel frattempo, nel Partito Repubblicano e nel Partito Democratico si tengono le primarie, per scegliere il candidato o la candidata che parteciperà alle midterm. In Michigan, nei giorni scorsi, è stato eletto Abdul El-Sayed come esponente dei democratici, nonostante il partito e buona parte dei finanziatori avessero supportato la deputata uscente Haley Stevens. El-Sayed, contrariamente a Stevens, ha posizioni più radicali e vicine a quelle dei Democratic Socialists of America, una sorta di corrente interna al Partito Democratico che fa riferimento a Alexandria Ocasio-Cortez, Bernie Sanders e il sindaco di New York Zohran Mamdani.

El-Sayed durante la campagna elettorale [X Account]

E se l’elezione di un “socialista” fa sempre un certo effetto quando avviene negli Stati Uniti - già nei primi del Novecento il sociologo tedesco Werner Sombart si era chiesto perché da quelle parti non ci fosse il socialismo, dandosi una risposta - andando un po’ più a fondo si capisce come El-Sayed non sia un profilo del tutto fuori da ogni schema. Certamente ha vinto in modo sorprendente: basti pensare che Stevens, oltre ad avere il sostegno del partito, ha ottenuto molti più fondi rispetto a El-Sayed. Ma dalla sua parte ha anche alcune peculiarità che lo rendono un candidato forte, soprattutto in questi tempi.

Innanzitutto, è stato eletto in Michigan, dove vive una consistente comunità arabo-americana, di cui fa parte anche lo stesso El-Sayed. Stando all’Arab American Institute, il Michigan è il secondo Stato americano per numero di arabo-americani, stimati in oltre 390mila. Dal 2000 a oggi, questa comunità è cresciuta addirittura dell’87%. Basti pensare che a Dearborn, città da oltre 90mila abitanti, il sindaco è Abdullah Hammoud, anche lui esponente del Partito Democratico. E ancora, proprio l’origine di El-Sayed e la numerosa popolazione arabo-israeliana ha spostato molto il dibattito con Stevens sul conflitto nella Striscia di Gaza: mentre quest’ultima ha ricevuto un forte sostegno dall’Aipac - American Israel Public Affairs Committee- El-Sayed ha invece accusato con forza Israele per il suo uso della forza, denunciandone la condotta verso i palestinesi. Infine, El-Sayed - anche se non viene presentato affatto così dalle nostre parti - è un politico molto concentrato sulla propria constituency, come dicono gli statunitensi. Ovvero, il proprio collegio elettorale, con l’obiettivo di migliorare la vita dei propri elettori e del proprio territorio. Nel sito della sua campagna elettorale, rivolgendosi agli elettori repubblicani, ha spiegato come, a differenza di Trump che si è impelagato nella guerra in Iran, la sua sia davvero una visione da America First. Non una novità, dopotutto. O no?

Spagna-Italia, ma non è una partita

Il caos di Ceuta è passato più rapidamente di quanto si potesse immaginare: mentre alcune migliaia di migranti provenienti dal Marocco continuano a stazionare nell’exclave spagnola, ben 70mila sono già stati riaccompagnati oltre il confine. E se l’episodio in sé pare già dimenticato, le sue conseguenze continuano a farsi sentire, più a livello internazionale che interno alla Spagna stessa. Infatti, mentre l’Unione Europea, dopo l’incontro urgente tra i ministri dell’Interno dei vari Paesi, ha sostanzialmente promosso la gestione della crisi da parte di Madrid, resta aperto il conflitto diplomatico con l’Italia, che nelle ore immediatamente successive ha deciso di sospendere l’accordo di Schengen, ripristinando così i controlli alla frontiera per le persone che provengono dalla Spagna.

Pedro Sánchez e Giorgia Meloni [Palazzo Chigi]

Una mossa che è stata fortemente criticata proprio da governo spagnolo, che inizialmente ha dato un ultimatum a Roma, intimando di riaprire le frontiere entro 48 ore. Dopodiché, ancor prima della fine dei due giorni, Madrid ha adottato una misura ritorsiva, optando per la chiusura dei confini fino al 7 settembre. Dunque, anche chi proviene dal nostro Paese e si dirige in Spagna - fenomeno piuttosto frequente, in queste settimane di vacanze - potrà essere sottoposto a controlli. Come già avvenuto, per esempio, in diversi aeroporti: da Madrid a Barcellona, da Siviglia a Valencia.

Mentre è in corso questa guerra di nervi tra Spagna e Italia, l’Unione Europea sta cercando di mediare le posizioni per arrivare quanto prima a una risoluzione. Il commissario europeo Magnus Brunner, delegato agli Affari interni, ha infatti raccolto le posizioni dei due governi, con l’obiettivo di arrivare a un’interruzione anticipata dei controlli al prossimo 15 agosto. Non solo: da Palazzo Chigi pare anche sia stato richiesto un incontro bilaterale con la Spagna, in modo da smussare gli angoli. Per alcuni, la misura adottata dall’Italia, che ha preso una forte posizione contro l’immigrazione irregolare, sarebbe stata dettata più da interesse politico, che da vera e propria necessità. Lo stesso ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha parlato infatti di “confusione interessata” sul caos avvenuto a Ceuta.

Il pezzo della settimana

L’elezione di El-Sayed, più che una rottura interna al Partito Democratico, potrebbe offrire a quest’ultimo uno schema per battere il Partito Repubblico e, nello specifico, Trump. Il segreto? Il suo progressive nationalism. Ovvero: una versione “di sinistra” dell’America First. Ne ha scritto l’editorialista statunitense Peter Beinart. Si legge qui.

La canzone della settimana

Un accompagnamento per chi viaggerà verso la Spagna dall’Italia e che, verosimilmente, dovrà sorbirsi qualche controllo in più prima della risoluzione dello scontro diplomatico.


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