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La protesta dei girasoli al parco Solari di Milano
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Brevemondo domenica 30 novembre 2025 ore 06:30

Pace in Ucraina, Venezuela e Cina-Giappone

La controproposta europea al piano degli Stati Uniti, continua la pressione sul Venezuela e sale la tensione tra Pechino e Tokyo per Taiwan



. — Benvenuti su Brevemondo. Cominciamo.

Due piani per l’Ucraina

Dopo il piano in 28 punti di matrice statunitense per porre fine al conflitto in Ucraina, di cui abbiamo parlato nell’invio speciale di Brevemondo della scorsa settimana, i Paesi “volenterosi” - ovvero, soprattutto Regno Unito, Francia, Germania e Italia - hanno elaborato una controproposta che è stata inviata a Washington. Si tratta di un secondo piano per arrivare alla pace tra Ucraina e Russia, che modifica sostanzialmente le disposizioni del primo: in particolare, non vengono assegnati interi territori a Mosca - bensì si fa riferimento a negoziati che dovranno cominciare a partire dall’attuale linea del fronte - e si prevedono delle garanzie di sicurezza per Kiev estendendo quelle di reciproca assistenza disposte dall’articolo 5 della Nato.

I leader dei principali paesi europei, compreso il Regno Unito, hanno potuto discutere del piano a Ginevra con il segretario di Stato Marco Rubio. Quest’ultimo avrebbe, almeno in parte, rassicurato gli alleati: il piano in 28 punti sarebbe una base di partenza per le future trattative e le capitali europee non saranno del tutto escluse dal processo negoziale. Quel che appare certo è che mentre sul documento statunitense la reazione russa era stata tutto sommato positiva, sulla controproposta europea e sulla sintesi tra le due posizioni il Cremlino ha fatto sapere di essere in disaccordo.

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il premier britannico Keir Starmer [X Account]

Del resto, sulle origini del piano in 28 punti ci sono numerose teorie, oltre a qualche certezza. Appare ormai chiaro come alla redazione abbia partecipato anche Kirill Dmitriev, emissario del presidente russo Vladimir Putin, il quale si sarebbe confrontato a lungo con Steve Witkoff, suo omologo del presidente statunitense Donald Trump. Proprio Witkoff, nei giorni scorsi è caduto all’improvviso in un caso diplomatico piuttosto delicato: è stata infatti resa pubblica la telefonata in cui suggerisce a Yuri Ushakov, consigliere di Putin, la miglior strategia per blandire e convincere Trump. Quest’ultimo, alle domande in merito dei giornalisti, ha risposto che si tratta di pura arte da dealmaker, ma in realtà si tratta di un pericoloso precedente per la credibilità della diplomazia statunitense.

Il cielo è chiuso sopra Caracas

Trump, in un tweet, ha spiegato come lo spazio aereo del Venezuela debba ritenersi “interamente chiuso”. Si tratta dell’ultimo episodio di una lunga escalation che sta mettendo di fronte il regime venezuelano del presidente Nicolás Maduro e gli stessi Stati Uniti. Le tensioni, sin qui, hanno portato nel Mar dei Caraibi, a distanza minima dalle coste del Venezuela, la USS Gerald Fort, la più grande portaerei americana. Non solo, perché da settembre a oggi Washington ha bombardato diverse imbarcazioni - accusate di far parte del narcotraffico sostenuto dallo stesso Stato venezuelano e che poi raggiunge il suolo statunitense - e ha dato il via libera alla Cia per compiere degli interventi di intelligence nel Paese latinoamericano.

Va detto, sin da subito, che Trump non ha alcuna facoltà di chiudere lo spazio aereo del Venezuela. L’annuncio del presidente americano, allora, sembra voler essere una sorta di intimidazione per mettere ancor più pressione su Maduro stesso. Del resto, pure gli stessi militari e anche il Pentagono sarebbero rimasti piuttosto sorpresi dall’uscita di Trump. Soltanto un paio di giorni prima, il newyorchese aveva spiegato come le operazioni militari di terra in Venezuela sarebbero iniziate “a breve”. Uno scenario, quest’ultimo, che non potrebbe che far scattare la vera e propria molla di un conflitto armato.

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro [X Account]

Nel frattempo, comunque, dalla Casa Bianca hanno fatto sapere che Trump e Maduro si sono parlati al telefono ormai una settimana fa. In ballo c’è un incontro tra i due, anche se gli Stati Uniti mantengono una forte presa sul Venezuela. Con Trump, ormai lo sappiamo, non dobbiamo ragionare secondo schemi rigidi e ideologici: non si è fissato di voler scacciare Maduro dai posti di comando soltanto perché radicalmente opposto a lui in ambito politico; l’atteggiamento di Washington, in realtà, è dettato sia dalla volontà di riprendere le redini nel continente latinoamericano, considerato il giardino di casa degli Stati Uniti, sia dalla influenza che l’elettorato ispanico. In particolare, quello che risiede in Florida e che è costituito, in buona parte, da esuli cubani fortemente critici del regime castrista. In questo senso, Maduro rappresenta una prosecuzione di quel filone e, per questo, la sua rimozione è sostenuta fortemente da Rubio, vero e proprio alfiere della comunità ispanica in Florida.

Tensione tra Cina e Giappone

La questione di Taiwan ha repentinamente ravvivato la rivalità tra Cina e Giappone. La nuova prima ministra nipponica, Sanae Takaichi, nei giorni scorsi si è infatti espressa al parlamento giapponese spiegando come di fronte a un’operazione militare di Pechino per riprendersi l’isola, Tokyo avrebbe potuto anche rispondere con la forza, in quanto si tratterebbe di una situazione di pericolo in grado di minacciare l’integrità del Paese. Anche in questo caso, come sappiamo, la Repubblica popolare cinese da tempo rivendica il ricollocamento dell’isola sotto la propria sovranità. Con l’obiettivo di guadagnare posizioni all’interno del Mar Cinese Meridionale.

Da parte sua, Pechino non ha affatto preso bene l’approccio di Takaichi: Peng Qingen, portavoce del dicastero cinese per gli Affari di Taiwan, ha detto che la Cina si prepara a “distruggere” qualsiasi tipo di interferenza esterna sulla questione taiwanese. Allo stesso tempo il governo di Taipei ha invece di rimuovere le restrizioni sulle importazioni di cibo dal Giappone, in vigore dal 2011, anno del disastro nucleare di Fukushima. Ciò in segno di ringraziamento per la presa di posizione contro Pechino.

La premier giapponese Sanae Takaichi [X Account]

La mossa di Takaichi sembra dettata dalla vicinanza che quest’ultima ha nei confronti di Trump, testimoniata anche dall’incontro che i due hanno avuto poco dopo la nomina della prima. Punzecchiare la Cina, anche con piani militari che prevedono l’installazione di alcuni missili su una piccola isola a 100 chilometri dalla costa taiwanese, fa il gioco degli Stati Uniti, che nella sfida globale con Pechino cercano di evitare in ogni modo che quest’ultima prenda possesso del Mar Cinese Meridionale.

Il pezzo della settimana

La pubblicazione da parte di Axios del piano di pace in 28 punti ha scatenato il panico in Europa. Le concessioni fatte alla Russia, il dimezzamento dell’esercito ucraino senza la previsione di specifiche garanzie di sicurezza e l’essere rimasti ai margini della trattativa hanno spinto i Paesi europei e volenterosi a muoversi immediatamente e in modo piuttosto coordinato. Fino ad arrivare a una controproposta che, in qualche modo, ha rallentato le intenzioni di Trump. Si legge qui.

La canzone della settimana

Un pezzo dedicato alla figura di Dmitriev, sorta di Rasputin moderno, che bisbiglia negli orecchi dello zar di oggi.

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