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martedì 28 maggio 2024

— il Blog di

Arrivederci Pisa !

di - martedì 09 aprile 2024 ore 09:00

Si chiude, con questo numero del mio blog, il capitolo dedicato a Pisa e ai suoi “cantori”, con la presentazione di due antologie e di un libro.

La prima antologia , “Sotto il cielo di Pisa” (ETS, 1998), è a cura di Alessandro Agostinelli, giornalista e scrittore, e Daniele Luti, italianista e critico letterario.

La seconda antologia è “Tellus”, (n.27, febbraio 2006) rivista valtellinese diretta da Claudio Di Scalzo, italianista e scrittore.

Entrambi i libri contengono testimonianze di autori che hanno visitato e commentato Pisa. Su Tellus, infine, è presente anche una mia riflessione sulla città.

In coda segnalo anche il libro di Renzo Castelli, “Pisa, il romanzo di una città”

Alessandro Agostinelli – Daniele Luti

Sotto il cielo di Pisa

Come da prassi consolidata, lascio la parola agli autori, riportando uno stralcio della loro introduzione:

Non cerchiamo l’Eldorado. Né l’attendibilità di un saggio di storia locale. Stiamo provando – più semplicemente – a introdurre un viaggio nel tempo, che è impresa rischiosa, ma non inutile. Un viaggio attraverso quella che schematicamente potremmo definire una città antica di grande potere; una tappa prestigiosa del “Gran Tour”; un luogo della nostalgia di quel senso d’altrove proprio del Novecento: cioè Pisa.

(…) Questo libro è, dunque, un omaggio alla città di Pisa, ai suoi Tempi e ai suoi Luoghi, ma è pure, in termini più generali e di metodo, un modo di guardare – crediamo – alla città (a tutte le città) oltre agli schematismi (pur necessari e funzionali) delle guide storico – turistiche e fuori dall’elitarismo dei saggi, eruditi o localistici.

(…) Spesso le guide turistiche riportano solo l’attualità di quel che c’è. Ci piaceva, invece, raccontare (senza distacco scientifico) una città che non esiste più, per la speranza esclusiva di trovarla più vera e attuale nelle testimonianze antiche che nell’apparire contemporaneo.

(…) Questo libro nasce da un’idea banale: che il viaggiatore (ma anche il cittadino) siano persone “in stato interessante”, prima che consumatori di cartoline preconfezionate. Esprimiamo, quindi, fiducia nei confronti di coloro che cercano nell’altrove di una città d’arte come Pisa il riconoscimento della propria condizione di viaggiatori (e di coloro che non vedono più nella loro città la meraviglia di un tempo del primo sguardo).

Questa antologia non è esaustiva. Qui dentro non ci sono tutti gli autori che hanno parlato di Pisa, ma solo quelli che abbiamo incrociato nel lavoro di costruzione del libro; né per quelli citati ci siamo sentiti in obbligo di riprodurre tutto ciò che essi hanno scritto sulla città. La scelta, nella maggior parte dei casi, è stata personale (e la responsabilità dei tagli o delle omissioni è a nostro carico) e comunque sempre funzionale a ciò che andavamo costruendo in relazione ai luoghi reali o fantastici o letterari, o …)

Questo libro è suddiviso in cinque capitoli tematici: l’identità, il corpo, il cuore, i fraseggi, le estremità.

Nel primo capitolo, dopo una breve descrizione sulla nascita del territorio della città con un particolare riferimento a Rudolf Borchardt che ne ha tratteggiato con sapienza e affetto la particolare natura del “luogo pisano”, gli autori individuano ben sei modalità di città (antica, dell’acqua, d’arte, del silenzio, ideale, ribelle)

E queste diverse tipologie sono così anticipate:

Città dai grandi silenzi, dalle romantiche solitudini, dai periodi bui che l’hanno spopolata e ridotta a pochissime presenze per la sua grandezza, ha dato prova, in molte occasioni, di un apprezzabile coraggio della solitudine che si è spesso trasformato in occasione di segno politico a volte lungimarante. Ghibellina in un territorio prevalentemente guelfo, medicea in tempi non sospetti, decisamente repubblicana durante e dopo il Risorgimento, anarchica nel primo Novecento, pare aver estremizzato il carattere “bastian contrario” dei toscani. Per questo, invisa a molti, è stata guardata con simpatia dagli spiriti liberi e dagli intellettuali inquieti e certamente controcorrente. Pisa è stata agli occhi di molti una città ideale per il suo disegno, per le sue ambizioni di sviluppo urbanistico, per la sua atmosfera e la sua struttura e, quindi, come molte citazioni dimostrano, desiderata.

E allora andiamo a sentire la voce di chi l’ha conosciuta e ne ha parlato. Premetto che sono moltissimi gli autori che, già in questa prima modalità (città antica) l’hanno citata, da Tito Livio a Virgilio da Franco Sacchetti a Giovanni Sercambi fino a Montale:

… e la sua Italia, come ho scritto altra volta, era la Capua di Pier delle Vigne, la Genova di Lanfranco Cigala, la Pisa di Rusticiano o Rustichello, non quella dei coturni e della lupa romana. (Sulla poesia, 1976)

E su Pisa, città d’acqua, ecco cosa scrisse Alfonso Gatto:

Chi cerca il mare a Pisa, lo trova. E’ nell’aria, nel clamore remoto della porta aperta oltre le mura, oltre il cielo. E’ il colore della polvere allo stremo delle vecchie facciate che ringiovaniscono fuggevolmente, quasi violate dalla luce (…) Marina ho detto, e con meraviglia. Il fiume avvicina il mare da cui è lontano solo per la goduta lentezza con cui già se ne tiene lo spazio e la mole. (…)

Su Pisa, città d’arte, oltre a Henry James, Paul Klee, Ezra Pound, ecco cose ne scrisse Giorgio Manganelli:

Poi, giro di Pisa, e ricognizione alle sinopie, una goduria. Bello specialmente il venditore di brigidini davanti alla porta del Battistero, che strillava la sua merce butirrosa. Dio li maledica

E Pisa, città del silenzio, di cui parla Carlo Cassola:

Pietro prese il tram per Porta a Lucca. Restò sulla piattaforma di dietro. Sia Corso Vittorio che Borgo Stretto gli sembrarono deserti. Gli studenti sarebbero arrivati tra un mese: senza di loro la città aveva un’aria tetra (L’antagonista, 1976)

E, più avanti, ecco cosa scrive Guy De Maupassant:

Ritornando verso la costa mi sono fermato a Pisa per vedere anche Piazza del Duomo. Chi potrà mai spiegare il fascino penetrante e triste di certe città quasi defunte? (…) La vita sembra uscita da lei come il mare che se n’è allontanato sotterrando il suo porto un tempo sovrano e stendendo una pianura facendo venir fuori una foresta tra la riva nuova e la città abbandonata (da Premier Voyage: de style en style, 1890)

E non potevano certo mancare due illustri visitatori come Leopardi e Manzoni. Ecco cosa scrive Leopardi che a Pisa visse un certo periodo, vi scrisse “A Silvia” e vi mangiava gelati al caffè dell’Ussaro. Pisa, gli ha dedicato una strada.

(…) ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti (lettere. A Paolina 25 febbraio 1828)

E don Lisander:

Ah! Passar la serata a Pisa, tra voi altri, vedendo le mie figlie, e sentendole parlar toscano, giocando con la mia cara nipotina, e discorrendo con Bista del passato, del presente e del futuro (Epistolario. A Vittoria Gargini Manzoni, 1843)

E infine, Pisa, la città ribelle e bellicosa, come già notava Strabone:

(I Pisani) furono più bellicosi degli Etruschi e li resero più fieri i Liguri, cattivi vicini ai loro fianchi (Geografia, I sec. a.C. – I sec. d.C)

E Pisa, come ricorda Daniele Luti, nella postfazione al mio romanzo “Testimone il vino” , capitale della rivolta studentesca dove nacquero le tesi della Sapienza con i leader della stagione rivoluzionaria da Luciano Della Mea a Umberto Carpi fino ad Adriano Sofri, bellicosa lo è stata davvero. Ed è lo stesso Sofri, in queste pagine, a ricordare la famosa schermaglia che ebbe con Palmiro Togliatti nella Sala degli Stemmi del Palazzo dei Cavalieri.

(…) Ci fu un battibecco, e finì abbastanza comicamente con Togliatti che mi gridava: “Provaci tu a fare la rivoluzione” e io che gridavo: Ci provo, ci provo.” (Ma la sinistra non capì, da Panorama 14 feb. 1988)

Sempre nel capitolo dedicato all’identità, il ricordo di Dino Campana sul fiume Arno:

L’Arno qui ancora ha tremiti freschi; poi lo occupa un silenzio dei più profondi: nel canale delle colline basse e monotone toccando le piccole città etrusche, uguale ormai sino alle foci, lasciando i bianchi trofei di Pisa, il Duomo prezioso traversato dalla tyrave colossale che chiude nella sua nudità un così vasto soffio marino. (Canti Orfici, 1914)

E, più avanti, quello di Pier Paolo Pasolini:

E vi si sbianca l’Italia da Pisa

Sparsa sull’Arno in una morta festa

Di luci (…)

Le ceneri di Gramsci. L’Appennino, 1957

E che dire del clima, di cui tesse gli elogi D’Annunzio:

Mio caro Giorgio,

io non arrivo mai a liberarmi da l’incantesimo toscano. Sono da qualche giorno a Pisa che è primaverile e tutta d’argento. Passo delle lunghe ore al sole sui gradini del Duomo, sotto le mura merlate, di contro una porta di bronzo mentre simboli parlano al mio animo silenzioso (…)

Epistolario, A Giorgio Herelle, 1986

E un entusiasta Goldoni:

I bagni di Pisa sono molto salutari, l’aria della città e dei dintorni è considerata la migliore d’Italia e l’acqua è pura leggera e salubre quanto quella di Nocera. Non dovevo restare a Pisa che alcuni giorni, e ci passai tre anni in fila. Mi ci stabilii senza volerlo: m’ero impegnato senza riflettere. (Memorie, 1787)

Nel capitolo dedicato al Corpo si parla di case torri, delle chiese, delle mura, dei palazzi e di uno di questi , in particolare, parla Lord Byron; si tratta di palazzo Lanfranchi:

(…) questo palazzo è così pieno di fantasmi che l’istruito Fletcher (il mio maggiordomo) ha chiesto il permesso di cambiare la sua stanza (…) La casa, appartenuta alla famiglia Lanfranchi (la stessa famiglia rievocata da Ugolino nel suo sogno, come suo persecutore con Sismondi), ha avuto come padrone, al suo tempo, una cagna o due. (Diario, 1821)

E, oltre ai palazzi, le piazze, ed una in particolare di cui parla Antonio Tabucchi:

Potrebbe essere un’idea sedersi ad un caffè di piazza Dante, c’è una pasticceria con una spianata di tavolini all’aperto, davanti ad una botteguccia che si chiama “La Rapida” e dove si riparano borse e scarpe (…) (L’angelo nero. Voci portate da qualcosa, impossibile dire cosa. 1991)

E, infine, si arriva al Cuore della città e ai capolavori che custodisce e che fanno di Pisa, una delle città più importanti d’Italia. Il primo in assoluto: Piazza dei miracoli, che veniva così raccontata da Herman Hesse:

Un po’ fuori della graziosa e tranquilla cittadina di Pisa si distende, appartato e racchiuso tra questi prati verdi, un severo e silenzioso universo marmoreo,. Solitario e soffuso dall’incantesimo di un’antica arte tramontata. Si tratta del celebre gruppo di edifici pisani, il Battistero, il Duomo, il Campanile, il Campo Santo (…)

E, immancabile, il riferimento alla torre più famosa del mondo

che così descrive con il suo stile inimitabile Carlo Emilio Gadda.

Il carattere elettivo dell’io terrestre si manifesta con la gravitazione. Data la quale non bisogna dimenticare che lasciando cadere le palle dal campanile di Pisa i passanti ne possono uscire malconci. Ne vien fuori è vero la legge della gravitazione. Se uno poi si dimentica della gravitazione, fino a passeggiare nottetempo sulle grondaie, ci pensa essa stessa a rinfrescargli la memoria. (Quaderni. Paragrafo della verginità, in Micromega 3/97)

E infine La Sapienza, con un divertente ricordo di Luciano Bianciardi:

Naturalmente ricordo anche quando bocciò me all’esame d’italiano nel ’42 (…) Mi chiedeva urlando dove avessi fatto il Liceo: domanda retorica, perciò raccolsi in fretta i miei libri e tagliai la corda senza aggiungere parola, perché lui (Luigi Russo, ndr) stava alzando il bastone e lo sapevo capace di corrermi dietro per tutto il cortile della Sapienza. (Il gran Priore, Belfagor novembre 1961)

Mi fermo qui perché procedere parlando di tutti i personaggi presenti in questa antologia sarebbe impresa titanica e un tantino noiosa; aggettivo questo che non rappresenta certo questo libro che, ad ogni pagina, in ogni frammento presenta una galleria infinta di autori, scrittori, poeti, filosofi, scienziati che hanno soggiornato per breve o lungo tempo sotto il cielo di Pisa.

Questo di Agostinelli e Luti è stato un lavoro mostruoso, incredibile che potrebbe far pensare che gli autori siano due monaci certosini chiusi da mesi nelle segrete di un convento a cercare fonti, indizi, frammenti … ma io, che li conosco bene, posso assicurarvi che di certosino i due non hanno niente, a parte, forse, la barba. Ma certamente hanno dato vita ad un’antologia che può essere letta da varie tipologie di lettori, perché, per come è concepita, somiglia quasi ad un megastore dove si può trovare di tutto e di più; e quindi il lettore curioso salterà di pagina in pagina alla ricerca di nomi famosi, quasi con libidine gossipara ; il lettore più attento, invece, approfondirà certe riflessioni e andrà a consultare l’indice dei nomi (sono 463, li ho contati) fondamentale in un libro come questo per andare a colpo sicuro a cercare l’autore che gli interessa.

Sempre pensando ai certosini, mi è venuto in mente il loro motto: “Stat Crux, dum volvitur orbis” (la croce resta fissa mentre il mondo ruota). Potrebbe essere questa la metafora di questo libro: Pisa è come la croce che resta fissa nei secoli mentre un mondo di viaggiatori si è alternato sotto il suo cielo

Due brevi chiarimenti: correva l’anno 2006, quando Claudio Di Scalzo, detto Accio, amico storico, vecchianese doc, emigrato molti anni fa ad insegnare letteratura italiana in Valtellina mi chiese il pezzo su Pisa, riportato più sotto.

Ho voluto inserire questo numero nel mio racconto su Pisa e gli autori che ne hanno parlato, perché, nel numero 27 ( febbraio 2006) , di Tellus, diretta in quell’anno da Claudio Di Scalzo,sono presenti tre testimonianze; la prima di Hippolyte – Adolphe Taine, la seconda di Herman Hesse e la terza di Pierantonio Pardi, che sarei io e non mi vergogno, con una botta notevole di megalomania, di essere affiancato ai due “colleghi”.

Dalla Torre pendente alle Alpi

Viaggi e altri viaggi (febbraio 2006)

di

Claudio Di Scalzo

Poggiare il nuovo Tellus, di un giallo squillante – e già qualche giornalista intelligente ha fatto notare che gialli sono anche i bus che portano sempre a qualche nuova fermata e qualche poeta potrebbe far notare che giallo è anche il sole che addolcisce i prati e cura la capigliatura a semi ed alberi – sullo “Scaffale di Tellus” è per me che ne dirigo la colorata scia una soddisfazione non solo legata allo spettro colorato, ma anche ad elementi di resa visibile di un progetto culturale. Tellus, con questo numero che tratta il tema del “viaggio” non in modo canonico ma dilatandone i confini anche al viaggio onirico e mentale e sul web e nelle ossessioni della bibliotecomania, reinventa l’almanacco e l’annuario che allo scadere dei dodici mesi consegna nelle mani del lettore – e ora anche navigatore sulla rete – un insieme di percorsi e di tracce che possono condurre sia verso il passato della storia letteraria e artistica che verso il futuro. Basta sfogliare le pagine di carta e siamo nella tradizione, tipo leggere la “lettera di Lord Chandos" di Hofmannsthal o una poesia di Baudelaire, se invece partendo dalle indicazioni della rivista si cercano sulla rete i pittori ricordati da Tellus, tipo Leo von Klenze e si visita Pisa sul portale allestito dal comune o si cerca il poeta Gilberto Isella nei rimandi a siti svizzeri ecco che siamo nel futuro. E in questo futuro ci sta il portale della rivista: www.tellusfolio.it che apre alla filosofia di Tellus e alla “Critica della Cultura”, e anche a quanto sulla rivista per debito di pagine non entra, siano essi i proverbi di Giuseppe Giusti o un racconto di Renato Fucini o una mostra su Pasolini, inventando – e sottolineo il verbo inventare – un portale popolare. Perché se Tellus ambisce ad essere un almanacco ed un annuario innovativo di cultura, il suo portale, e cioè Tellusfolio, ambisce ad essere un giornale che – oltre ad operare la critica della cultura – racconti in modo popolare ogni vissuto. Dai segnali lasciati nel cinema da Gloria Guida, al dissenso cubano, alla politica italiana, all’alimentazione nei suoi vari connubi con l’economia e l’ambiente, all’amore che entra ed esce nelle lettere e nei romanzi fino alla mappatura delle esperienze reali e sulla rete, verso città e stati.

Ma vediamo con ordine didascalico alcune sezioni che il lettore troverà sulla rivista-annuario. Partiamo dal fondo del volume: dalle “Notizie biografiche”. Dietro l’asettico titolo, visto che nelle riviste tradizionalmente ci stanno brevi o scandite note di biografie e pubblicazioni, in Tellus, a partire dal numero 24-25, Scritture celesti, poesie in cerca di Dio, le “Notizie” diventano vere e proprie scaglie di biografie letterarie e a volte immaginarie, cioè romanzesche, che finiscono, in genere, per operare una sorta di “cornice” a quanto racchiuso nel volume o di indirizzare il lettore verso altri esiti ermeneutici. È il caso del pittore e architetto Leo von Klenze che figura nel retro di copertina con il suo “Camposanto di Pisa” del 1858. Sono andato fino a Monaco, alla Neue Pinakothek per questo dipinto e per altri sempre in tono neoclassico-mitologico, e mi sembra un’ottima segnalazione per gli studiosi e per i viaggiatori scoprire com’era l’interno del camposanto vecchio nel Campo dei Miracoli a Pisa, prima che i bombardamenti alleati cancellassero tutto. È l’unica testimonianza. Spero ne prendano nota anche chi pubblica periodicamente saggi e libri sui monumenti pisano. Gli altri autori che attraverso le loro notizie biografiche proiettano ombre poetiche e letterarie debitrici della forma racconto breve sono Taine assieme a dei suoi aforismi, Hermann Hesse con la poesia dedicata a Livorno, Georg Büchner che visse ricalcando il destino di Lenz e nella scaglia biografica ciò diventa evidente, Xavier De Maistre inventore di sconfinate passeggiate in una camera di giorno e di notte, Giovanni Bertacchi con la “Lettera al professore di Istanbul”, Marco Baldino rappresenta un teatrale monologo sul suo rapporto con Tellus fino al suo totale nascondimento sul web, Paolo Fatticcioni il barbiere libertino di Nodica che una volta morto viene raggiunto da un uccellino azzurro al culmine di un bastone da passeggio. Tanto gentile e sommessa è questa elegia per un uomo che si affidò esclusivamente a Dioniso, che merita il retro di copertina accanto a Klenze. Le altre “Notizie biografiche” sono più canoniche, spesso mandate dagli stessi autori, ma tali da uscire dal vieto accademismo. Come Athos Bigongiali che in una intervista racconta i suoi progetti di scrittore o di Pierantonio Pardi eclettico professore e scrittore con addosso i virus di Cecco Angiolieri.

Tornando all’inizio, proprio alla copertina, è Karoline Knabberchen a comparire in un collage, e i lettori già conoscono questo personaggio se hanno letto “Scritture celesti” e Tellus 24-25, e dunque diventa evidente che Tellus-annuario ha di numero in numero capitoli da proporre di un romanzo in versi atipico, e questo vale per me e per altri collaboratori e redattori con i generi a cui si dedicano: poesia, arte, riflessione filosofica. I lettori troveranno infatti dei legami evidenti fra “Il golem” di Marco Baldino comparso nel numero 26 di Tellus Vite con ribellioni e le schegge per un anarchismo debole di “Sulle tracce di Kaspar Hauser”.

La prima parte del volume presenta il viaggio di Taine a Pisa e propriamente nel Camposanto vecchio, seguito a un dipresso da Hesse, per poi lasciare il testimone a Lenz, il personaggio dello sturm und drang che Georg Büchner racconta nei suoi ultimi giorni di follia sulle Alpi. È questo un vero e proprio capolavoro, che torna ai lettori, non essendo più in circolazione, nella nuova traduzione di Margherita Stein. Assieme allo scrittore tedesco i capolavori ri-pubblicati da Tellus 27, e ritradotti, tanto che nel volume possiamo dire ci siano tre libri, sono la “Spedizione notturna intorno alla mia camera” di Xavier De Maistre e la celebre “Lettera di lord Chandos” di Hofmannsthal.

Di viaggi nei libri, nelle loro pieghe si potrebbe dire alla Deleuze, tratta anche la “Biblioteca Domestica”. Con poesie di Apollinaire, Campana, Baudelaire, Hölderlin, Coleridge, Mallarmé. In queste pagine – che provengono da quanto ho scritto sul web, e precisamente su www.vaol.it, portale della Valtellina e della Valchiavenna, e qui presentato e a suo modo riscritto su carta – tento di unire la critica letteraria al romanzo sulle vite degli autori citati condensandoli sul vetro degli amori che vissero o che avrebbero potuto vivere e che probabilmente i loro lettori, a cominciare da me, forse hanno vissuto sospinti anche da un verso o dal mistero di un rametto d’erica unitamente a spleen e nausee che già indicarono chi coltivava Fiori del male e si perdeva nell’Azur azur azur azur.

Viaggio che scinde e drammaticamente persuade a risonanze oltremondane è quello che Alessandra Borsetti Venier fece con il fotografo Carlo Fabre, nel dipinto del Mantegna “Cristo morto e tre dolenti”. Con questa sezione Tellus intende anche ricordare il fotografo nel decennale della morte e costituire una sorta di anticipo sulla mostra completa di questa opera di fotografia e di teologia e di teatro che verrà presentata alla mostra “Il Cristo del Mantegna e oltre” inaugurando il 17 giugno a Villa Contarini (Padova) le manifestazioni per il quinto centenario della morte del pittore.

Con questa presenza l’editore fiorentino e anche, mi sia consentito aggiungerlo, la sua storia di artista concettuale e d’inventrice di libri fatti ad arte e per l’arte, entra nella Redazione di Tellus, arricchendo il progetto della rivista e i suoi possibili esiti nell’arte.

Su www.tellusfolio.it in futuro offriremo un ventaglio dei colori scoperti da Fabre per “raccontare” Mantegna e il suo Cristo.

Il Viaggio negli Apologhi per la sera muta, sono la mia opera narrativa più rarefatta, che si affida alla brevità della parabola, dell’apologo, dell’aforisma. Una dedizione che dura da trent’anni. Solo in rare occasioni ho pubblicato una manciata di questi apologhi. Questa sezione è più ampia perché si affida alla forma del dizionario dalla A alla Z.

Gli scrittori di questo numero che si sono dedicati su richiesta della rivista al tema del viaggio, sono Athos Bigongiali, l’autore delle Ceneri del Che e di Città proletaria, fra l’altro già comparso in Tellus 7, “Il Tramonto dell’uomo selvatico”, (1992) con l’indimenticabile racconto “Il raggio verde”; e Pierantonio Pardi con un racconto sul suo viaggio da Vecchiano a Pisa, pochi chilometri che hanno segnato la sua vita di scrittore e di inventore di corsi di scrittura creativa.

Conclude il volume l’Auto antologia di Gilberto Isella, che dopo quella di Giorgio Luzzi nel numero precedente, presenta la sua produzione poetica commentandola e dandole un’eco divulgativa e scostando una tendina sul suo laboratorio poetico. Sono presenti molti inediti.

La dittatura delle pagine ha imposto che nel numero 27 figuri il solo Giovanni Fattori e il viaggio della sua lettera che ne riassume il percorso artistico, ma antologizzato era anche De Amicis con il suo “Viaggio in casa Manzoni”, Segantini e quanto sul Diario dedicò all’Engadina, e altri autori anche contemporanei sia scrittori che poeti e pittori. Qui di seguito l’indice non rientrato nel volume (Quasi un altro Tellus per l’ampiezza degli autori e dei testi) ma che vedrà nei prossimi mesi – e già quest’operazione è iniziata - il suo riversamento su Tellusfolio e che possiamo chiamare indice in progress dalla carta al web:

Hippolyte Adolphe Taine

Passeggiando dove a Pisa si può meditare

Quattro grandi muri di marmo levigato lo circondano con pareti candide e compatte. Corre al di dentro un porticato rettangolare che apre sulla corte gli archi inchiavardati delle sue ogive. E’ colmo di monumenti funerari, di busti, di lapidi, di statue di ogni forma e di ogni epoca. La volta è sostenuta da un’impalcatura di legno scuro e nel cielo di cristallo spicca la nuda resta dei tetti. Negli angoli tremano quattro cipressi quietamente sfiorati dalla brezza. Nella corte l’erba spunta con freschezza e lusso selvaggio. Qua e là risplendono, sotto un’ondata di sole, fiori rampicanti allacciati a una colonna, un piccolo rosaio, un cespuglio. Nessun rumore, il luogo elegiaco è deserto; si sente soltanto di tempo in tempo la voce d’un viaggiatore echeggiare come sotto la volta di una chiesa. E’ questo il vero camposanto di una città libera e cristiana; e qui era in assoluto il posto più adatto, davanti alla tomba degli uomini illustri, per meditare sulla morte e sugli affari pubblici.

Herman Hesse

Il Trionfo della morte

(…) Ebbi la fortuna di essere l’unico visitatore: niente disturbava il mio muto osservare, nessun rumore giungeva al mio orecchio se non quello dei miei passi. Osservai la variopinta serie di affreschi, trovai tra le sculture alcuni pezzi etruschi estremamente interessanti e poi lasciai posare il mio sguardo sul verdeggiante manto erboso, per poter poi osservare degnamente l’affresco più importante, il “Trionfo della morte”.

E’ il misticismo malinconico del medioevo morente a parlarci da questo possente affresco, che ancor oggi, danneggiato e invecchiato getta sull’anima di chi lo fissa un’ombra luttuosa, il pensiero della fine. A destra è rappresentata la vita dei pii eremiti, che non provano orrore della morte; uno se ne sta appoggiato ad un albero, un altro legge chino su un libro, un altro ancora munge una cerva. Vediamo i beati in Paradiso, sotto frondosi alberi da frutto, immersi in una pace profonda, tra conversazioni e musica di liuto. La parte centrale però ritrae, in tre gruppi distinti, il trionfo della morte che, orrida, regna arbitrariamente sugli uomini. Vi cavalca una distinta compagnia di cacciatori, riccamente abbigliati, su fini destrieri, circondati da cani. All’improvviso i primi di questo lieto corteo incontrano tre tombe aperte, in cui sono visibili i cadaveri che appartengono a tre diversi stadi dell’esistenza. Il bel giovanotto che cavalca alla testa del gruppo impallidisce e indica a coloro che lo seguono, col dito puntato quell’orrore; la dama alla sua destra distoglie lo sguardo, impaurita e sconvolta. Un brivido di morte percorre quella brillante schiera; un cagnolino si avvicina alle tombe e guaisce dal terrore; uno dei cavalli fissa ombroso, col collo proteso in avanti, i cadaveri. La dama che segue si prende la bella capigliatura tra le mani, nel doloroso spavento della morte, né riesce più a sollevare lo sguardo: tutto il corteo si arresta, intimorito; solo gli ultimi, che ancora non immaginano niente, ci guardano dall’affresco con occhi lieti e orgogliosi. Segue da vicino il gruppo più impressionante. Ai margini della strada vediamo sostare una folta schiera di poveri mendicanti. Sono tutti miseri, vecchi, malati e stanchi di vivere; uno è cieco, un altro storpio, un altro ancora curvo per la vecchiaia o mutilato dalla disgrazia. Con gesti e sguardi che spezzano il cuore, loro, gli unici pronti ad accogliere di buon grado la morte, la invocano di venire a liberarli. Ma la morte non li esaudisce. Come orrida megera mite, co la sua enorme falce, il suo bottino: giovani, ricchi, belli, aristocratici, tutti attaccati alla vita. ammucchiati sul terreno, appassiti, giacciono abati, nobili, dame e giovani strappati alla vita nel fiore dell’età. Sopra di loro, nell’aria, angeli e diavoli si contendono le loro anime.

Questo è il trionfo della morte. Non conosco quadro o poesia dal quale l’eterno messaggio sul destino umano parli in modo altrettanto macabro e possente, tranne forse due o tre di quelle riflessioni sulla morte, amare e inconsolabili che troviamo nei Salmi, nel libro del Siracide e nel Qoelet.

Le vele le vele le vele

di

Pierantonio Pardi

Un po’ di tempo fa, Claudio Di Scalzo, amico mio e non della ventura (la v minuscola rimanda a Dante e non all’onnipresente show girl televisiva), mi ha chiesto, in una mattinata autunnale, stagione incline agli amarcord, di scrivergli qualcosa su Pisa.

Gli ho detto di sì, ma subito dopo sono stato colto da un dubbio amletico.

Io sono nato a Vecchiano, crocevia geografico tra Pisa, Lucca e Viareggio, ibrido equidistante tra queste città di cui ha assimilato negli anni virtù e vizi, in una sorta di meticciato genetico che ne fa un unicum in quella sorta di realtà satellitari, conurbate direbbero gli architetti, tipiche di molte province.

Fino a che punto, mi sono chiesto, mi sento pisano ?

Ma la domanda è retorica, perché la risposta la conoscevo da tempo. Io non mi sono mai sentito pisano, così come Leopardi non si è mai sentito recanatese e mi si perdoni la megalomania (peccato veniale, del resto)

Nonostante viva a Pisa da più di mezzo secolo mi sono sempre sentito, al fondo, come un emigrante, non sono mai riuscito ad assimilare gli archetipi genetici di questa città che pure amo, non mi sono mai fuso esteticamente con le sue forme, con le sue architetture, non ne ho assaporato i profumi né colto i colori. Certo li ho apprezzati, ma c’è sempre stato qualcosa che mi ha allontanato dal segreto viscerale che dovrebbe legare un cittadino alla sua città, come una sorta di cordone ombelicale, come un linguaggio segreto, esoterico, un codice riconoscibile.

E sono grato a Claudio, che con la sua richiesta, mi ha permesso di riflettere su questo, di cercare di capire quale sia stato e qual è il corto circuito che si è creato tra me e la mia città.

Pisa è una città ambigua, irrisolta; contiene in sé, nelle sue corrispondenze, un’infinita sequenza di metafore. La torre, fallo marmoreo, che si staglia fragile e superbo, con la delicata ironia di un ossimoro, su un prato miracolato, a due passi da un antico cimitero e da residui di mura che sono frammenti, indizi di una storia gloriosa.

Pisa è una città orfana del mare, quel mare su cui era diventata forte e potente e che poi si è ritirato, come per volerla dimenticare, in una sorta di abbandono annunciato, come una vagina idrica che sia fuggita, inorridita, di fronte a quell’ esibita potenza muscolare del marmo turrito. E come galeotto l’Arno che svela fraseggi, che veicola messaggi, tra la città e il mare, che è teatro di regate e cornice di giochi in costume che ogni giugno ripropongono epicomiche battaglie tra nerboruti energumeni in quella che è la sfida tra i due quartieri che l’Arno divide e taglia come un rasoio, Tramontana e Mezzogiorno.

Pisa è la città della Luminaria di S. Ranieri che oscura i lungarni e le dona un aspetto spettrale, da incubo gotico, funestato purtroppo dal vociare polifonico di mille officianti che stuprano in modo osceno quel rito del silenzio che una città lunare si meriterebbe come offerta votiva.

Ecco, Pisa è una città parodistica, che si inventa fazioni, che ha quasi un bisogno isterico di nutrire conflitti, che ha smarrito la sua identità e vorrebbe miracolosamente resuscitarla in giugno, riesumando guelfi e ghibellini che qui non ci saranno mai, (anche se ci sono stati) perché la città da sempre è un serbatoio di studenti che ne sono il tessuto connettivo, che la alimentano e la arricchiscono, ma che, fisiologicamente, la vivono come unporto di mare, come una puttana di lusso da cui allontanarsi, finita la marchetta.

Pisa è, appunto, una città universitaria in cui confluiscono vite e costumi diversi, abitudini e temperamenti geografici, dissonanze e consonanze. Carbonerie elitarie che si fondono solo rapsodicamente con la città, che non ne assimilano se non gli aspetti fenomenici e più confortevoli.

Pisa è una città di pub. Dovunque, ovunque, li trovi. Sono funzionali alla richiesta di una domanda giovanilistica e studentesca in crescita continua. Sono isole delimitate con codici di accesso ben definiti, con target riconoscibili a seconda del trend (ormai si parla così) da cui un doceolitico sui cinquanta (è il mio caso) è inevitabilmente escluso.

Pisa era una città proletaria, come ha scritto il mio amico Athos Bigongiali, ma ora non lo è più. Finiti gli anni di Potere operaio e di Lotta continua, quando la città era una fucina di nuove idee e microrivoluzioni anche esistenziali è tornata ad appiattirsi in maniera oltraggiosa come una satolla Pasifae nel suo grigio terziario, nei suoi tempi lenti e monotoni , alla Oblomov.

Oggi Pisa, la vera Pisa, la puoi ritrovare solo nei libri di Afo Sartori, ma è una Pisa d’altri tempi, è la Pisa di Via Carraia, di piazza del mercato, dei circolini anarchici che hanno impresso nell’immaginario collettivo personaggi e leggende, è una Pisa mnemonica che ha il fascino di quelle belle donne che sono invecchiate e cercano di mantenere un po’ del loro antico fascino con un patetico filo di fard.

Pisa è la città del Conte Ugolino e della torre del Gualandi, è la città vituperata da Dante, è la prigione di Adriano Sofri, è la città che ha come patrono San Ranieri che, nella sala rossa di Palazzo Gambacorti, appare, affrescato dai Melani, nell’ Allegoria di Pisa, sorretto da angeli, per offrire a Pisa , rappresentata in forma di figura allegorica della Carità, ovvero di donna che allatta, la sua protezione. Ai piedi dei gradini, dove risiede la figura femminile che stringe al seno il neonato, sitrovano un dio fluviale, (l’ Arno), e un leone, simbolo di Firenze. Ed è soprattutto sull’immagine di questo dio fluviale, lingua lambente e protesa verso la grande vulva marina dove “le lodolette cantan su le pratora / di San Rossore / e le cicale su i platani / d’ Arno a tenzone” che si può cogliere forse il desiderio inespresso, ma sempre presente, di una lunga vedovanza, di un amore reciso.

Il mare, appunto, che, certe sere, dai tavolini del Caffè dell’ Ussero , dove il divino Giacomo sorbiva cioccolate pensando a Silvia, appare, come anticipata promessa o forse agognato preludio, nell’incresparsi di vele che vanno alla foce … Le vele le vele le vele / che schioccano e frustano al vento / che gonfia di vane sequele / le vele le vele le vele ...come scriveva quel pazzo sublime di Dino Campana.

Nota: questo testo è stato scritto nel 2006. Ora molte cose sono cambiate.

Renzo Castelli

Pisa, il romanzo della città

La vecchiaia – sosteneva Simone de Beauvoir – ti afferra all’improvviso. Cerchi allora di superare lo smarrimento pensando che tanto doveva accadere, che finalmente potrai leggere i libri che non hai mai potuto leggere, visitare le chiese e i musei che non hai mai potuto visitare. Ma alla fine né l’una né l’altra cosa avvengono. E quindi, cosa ti resta da fare? Renzo Castelli risponde alla domanda raccontando Pisa attraverso i suoi ‘luoghi della memoria’ – diventati ben trentasette in questa seconda edizione – nei quali, alla storia segnata da architetture e monumenti, si sovrappongono il costume, i personaggi, l’aneddotica popolare, le emozioni. Da questa singolare ricerca scaturisce il racconto di una memoria collettiva e personale da leggersi come un romanzo: il romanzo della città.

Alternando alla sua lunga attività di giornalista quella di scrittore, Renzo Castelli (Pisa, 1937) ha pubblicato numerosi libri su argomenti diversi: sport, costume, storia, narrativa. Con questo singolare reportage torna a posare lo sguardo sulla sua città, uno sguardo attento, curioso, commosso – talvolta anche ironico – per raccontarne i luoghi, le vicende, gli aneddoti, le esperienze vissute e mai dimenticate.

La città vista in controluce: reale, ricordata, sognata. Questo è “Pisa, il romanzo della città”, l'ultimo libro di Renzo Castelli (nella foto), giornalista e scrittore, che tratta un tema reso esplicito dal sottotitolo “La storia, i personaggi, gli aneddoti, le emozioni”.

In 284 pagine (Edizioni Ets, euro 18) l'autore coglie trenta “luoghi della memoria” attraverso i quali costruisce un mosaico di intensa suggestione.

Pisa appare nella sua arte ma anche nelle cento storie che l'hanno animata, nei personaggi grandi e minori che l'hanno percorsa, negli aneddoti e infine nei ricordi personali dello stesso autore la cui età, ormai, gli consente di averne accumulati in buon numero.

Nella prefazione, Renzo Castelli esordisce infatti con questa frase di Simone de Beauvoir: «La vecchiaia ti afferra all'improvviso».

Allora, che fare? La sua risposta viene da questo libro: il racconto di trenta luoghi delle memoria per riscoprire Pisa com'è, com'è stata, come lui l'ha vissuta. Sfilano su un'ideale passerella luoghi, eventi, personaggi che appartengono al passato, quindi al ricordo di generaziomi che stanno diradando i loro effettivi: lo sferisterio, ad esempio, dove fino agli anni Cinquanta si disputarono le gare del gioco del bracciale, il velodrono di Stampace, il VII Artiglieria, le “case chiuse”, che dal '58 fanno ormai parte della letteratura, i Salesiani di via dei Mille, i rifugi antiaerei.

“Pisa, il romanzo della città” percorre vari filoni, analizza non senza emozione, ma talvolta anche con occhio ironico, luoghi che il tempo ha profondamente modificato, come via Santa Maria, il Santa Chiara, il Giardino Scotto, Porta Nuova. Situazioni e personaggi sono inseriti nella narrazione come cammei: la parata degli stalloni sui lungarni, le suore di clausura, le Mille Miglia, gli aiuti Unrra, il torneo dei bar, il comizio di De Gasperi.

Eventi e personaggi si intrecciano in un caleidiscopio magico: Bob Mei, il barman del “Duomo” con la sua galleria di ricordi, Rossellini e la Bergman nel '49 da “Buzzino”, l'esordio nel pugilato di Piero Del Papa nel '55 al teatro “Rossi”.

Di grande suggestione è il breve racconto di Amedeo delle Cruccette, immortale macchietta cittadina che ebbe però l'onore, quando morì nella notte di Natale del 1962, di non essere stato dimenticato da tutti: il Comune, infatti, gli fece un dignitoso funerale e quel giorno, dietro al feretro, il maestro Furio Bartorelli, giornalista e scrittore di grande sensibilità, volle condurre i suoi alunni della scuola “Nicola Pisano”. Un episodio che può riscattare, per il suo profondo significato, l'umanità di un'intera città.


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