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Da Marina di Pietrasanta a Calci

di - lunedì 25 settembre 2023 ore 08:00

Renzo Zucchini e Paolo Simi
Renzo Zucchini e Paolo Simi

Si passa stavolta, nel mio viaggio tra i giallisti toscani, da un cold case ambientato in Versilia e riportato alla luce anche questa volta da un “investigatore per caso” agli scenari della campagna toscana, tra colline e uliveti, dove, tra le nove storie raccontate da Renzo Zucchini, compare anche qui un cold case, ma stavolta l’omicida non avrà sembianze umane.

Giampaolo Simi è l’autore del primo romanzo “La ragazza sbagliata”, un giallo ricco di colpi di scena con un finale a sorpresa che lascerà il lettore del tutto spiazzato.

Giampaolo Simi, viareggino, è, oltreché autore di molti libri di successo, pubblicati da Sellerio (Cosa resta di noi, Come una famiglia, I giorni del giudizio, Rosa elettrica, Senza dirci addio) anche soggettista e sceneggiatore della fiction “Nero a metà”

E andiamo quindi a presentare “La ragazza sbagliata”

Il 9 luglio del 1993 una diciottenne, Irene Calamai, scompare nel nulla a Marina di Pietrasanta, in Versilia. Aveva detto ai suoi genitori che sarebbe andata col suo scooter al bagno Alhambra e invece si era recata alla Scuda, l’antico fortilizio sulle prime colline della Versilia divenuto la casa – atelier dello scultore inglese Thomas Beckford. C’era una festa organizzata da sua figlia Nora. Durante la festa, Irene e Nora litigano furiosamente, pare per una questione di gelosia scatenata da un ragazzo, Corrado Beltrami, fidanzato di Nora e forse amante di Irene. Il 25 luglio del 1993 viene ritrovato, in località Corvaia il cadavere di Irene.

Ecco come riportava la notizia sul quotidiano “La Costa”, il giornalista Dario Corbo:

Un nugolo di mosche e vespe, colonne di formiche, scarafaggi. “Abbiamo pensato alla carcassa di un grosso animale, ma nella zona non abbiamo mai notato passaggio di cinghiali, tantomeno cerbiatti o lupi. Siamo troppo vicini a insediamenti umani” Per capire cosa nascondeva il roveto si è resa necessaria la torcia (…) “Quando abbiamo intravisto due scarpe, siamo rimasti sgomenti … Non abbiamo pensato subito a Irene, non si vedeva molto di più, eravamo come paralizzati (…)

E invece il corpo era proprio quello di Irene che era morta per un trauma cranico chiuso che aveva provocato un’emorragia cerebrale. La principale imputata dell’omicidio è Nora Beckford che viene processata e sorprendentemente assolta con la sentenza di primo grado.

Nel frattempo Dario Corbo è stato licenziato dal quotidiano “La Costa” e ora lavora per “Il Quotidiano”, ed ecco appunto cosa scrive il 28 aprile 1998, cinque anni dopo la prima sentenza:

Diciannove anni di reclusione per omicidio volontario aggravato dall’efferatezza. Alle 18 e 44 di ieri, dopo sette ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise d’ Appello ha scritto la parola fine a una delle vicende giudiziarie più sconvolgenti e intricate degli ultimi tempi. La sentenza di primo grado è stata ribaltata. A seviziare e uccidere la diciottenne Irene Calamai fu Nora Beckford, una ragazza poco più grande di lei.

Poi anche “Il Quotidiano” fallisce e Dario si ritrova disoccupato, ma, inaspettata, gli arriva la proposta da parte di un direttore editoriale, Nicola Costa e di un sostituto procuratore, Lavinia Monforti di scrivere un libro sulla storia di Nora Beckford e l’omicidio di Irene Calamai, il cold case di cui si era occupato ventitré anni prima, nel 1993.

E’ indeciso, ma il lavoro è ben pagato e inoltre Lavinia gli facilita l’accesso a incartamenti e perfino a indizi tralasciati. Ma sarà soprattutto l’incontro fortuito con Nora Beckford, l’assassina uscita di galera, dopo 19 anni, che lo porta a inoltrarsi in una selva di piste trascurabili e inattesi ritrovamenti su uno sfondo che si staglia inquietante.

Ma ecco come avviene l’incontro casuale tra Dario e Norma che, nel frattempo, è tornata alla Scuda per allestire una mostra sulle opere del padre.

Dario sta tornando di notte in auto verso il residence dove alloggia quando, improvvisamente, urta qualcosa, forse un tronco messo di traverso; ma qualcuno stava attraversando e ora questo qualcuno è in ombra e lui non vede bene chi sia, ma almeno nota che si sta rialzando; ecco come viene descritto l’incontro:

E’ come vedere un fantasma trasformarsi in una persona in carne e ossa. Sono convinto che le sue vecchie foto a corredo dei miei articoli si stiano scolorendo, tutte assieme, in questo preciso momento. Sono tutte inutili, ora, perché l’assassina di Irene Calamai è davanti a me. E’ lei, non posso sbagliarmi. Nora Beckford è questa. E’ diventata miope e porta delle Adidas vintage.

Da questo momento inizia per Dario un rapporto conflittuale con Nora che, interrogata da lui, confessa di non ricordarsi niente di quella sera che litigò con Irene, né tantomeno crede di averla uccisa. Ecco cosa confessa al giornalista:

E lei poverina che moriva dietro a Corrado, pensava di portarmelo via … cercava di imitarmi, però non faceva che rendersi ridicola. Quella sera è venuta alla festa, hanno detto tutti gli altri, anche se io non l’avevo invitata. Io a un certo punto devo aver esagerato, come sempre. E a quel punto black out. Mi succedeva spesso. Prendevo troppa roba insieme (…) vivevo in terza persona, capisce, era l’unica scelta che non mi faceva star male. Mandavo in giro il mio avatar, si sarebbe distrutto al posto mio se ce n’era bisogno. Molte delle cose che ho fatto in quegli anni mi sembra impossibile averle anche pensate. Dio, ma quanto cazzo parlo, non mi sopporto.

Insomma chi è veramente Nora BecKford? Una demoniaca mentitrice oppure una povera ragazza nevrotica condannata ingiustamente. Dario, che all’epoca, fu uno dei suoi principali accusatori inizia ad avere seri dubbi sulla colpevolezza della donna e a provare verso di lei una certa attrazione e d’altronde il suo matrimonio è finito, i rapporti col figlio sono disastrosi, insomma sta attraversando un momento critico.

Ma ecco che, proprio studiando quegli indizi che gli aveva fornito Lavinia, Dario ha la prova matematica che Nora è innocente. Infatti, la notte che Irene scomparve, lei si trovava a Londra.

Qual è questo indizio? Trattandosi di un giallo non posso rivelarvelo, ma posso invece raccontarvi che i colpi di scena non mancano e che dietro all’omicidio di Irene c’è addirittura la mafia, perché la ragazza frequentava una villa, guarda caso quella dei Beckford, da cui doveva stare lontana. Ecco quello che Dario confessa al figlio Luca:

- Sia come sia, la cosa terribile è che … Irene viene uccisa per un equivoco. L’equivoco è che Irene abbia capito qualcosa. Suo padre ha rotto i coglioni al mondo intero (…) poi Corrado ha la bella idea di portarsi Irene alla villa, e lei torna quasi ogni giorno in via dei Rosai. Lei ci va solo per Corrado, ma la ragazzina diventa un pericolo.

In questo giallo, ben più del mistero di un delitto, è l’enigma di una donna a incombere su Dario Corbo, a imprigionarlo tra la ricerca della verità e la forza della passione. Ed è questa prigionia e la faticosa liberazione da essa ciò che Giampaolo Simi racconta.

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Renzo Zucchini

La prova del nove

Nove piccoli racconti gialli

Renzo Zucchini, pisano di Calci, debutta in narrativa con un giallo/noir storico dal titolo La pietra bugiarda (Pisa, 2004). Dal 2005 ha ideato e diretto varie antologie dal titolo Giallo pisano, di cui una Giallo luminaria, fatte di racconti brevi, raccogliendo un nutrito gruppo di autori che, pisani, ambientano le loro storie a Pisa e dintorni. Anch’io vi ho pubblicato cinque racconti. Ha pubblicato inoltre Il simulato Marte e la sua vittima (2015) e Un tappo assassino (2017).

Partecipò, con lo pseudonimo di Zucco, abbandonando per un po’ il genere giallo, al Decameron 2013, curato da Marco Vichi, a celebrazione del VII centenario della nascita di Giovanni Boccaccio. Vari suoi altri racconti compaiono su antologie e giornali.

In questa sede presenterò il libro di racconti La prova del nove (2014) di cui scrissi la prefazione.

Renzo Zucchini

La prova del nove

Nove racconti tinti di giallo

Un buon scrittore deve poter giocare su molte tastiere. E’ nettamente poligamo. E di una poligamia che implichi anche diversità tra le amate, diversità notevoli. Ho voluto travisare questo aforisma di Gianfranco Contini (lui si riferiva ai lettori) perché la scrittura di Renzo Zucchini sta, a mio avviso, tutta in questa definizione: infatti , pur partendo da una traccia comune, in questo caso il racconto giallo, si biforca poi in giochi linguistici, in bisticci lessicali ed espressionistici che delimitano atmosfere e contesti diversi, il presente, il passato, le tradizioni, il web…

Insomma sono le parole, il primo e più originale motore narrativo della scrittura di Renzo Zucchini.

In questi nove racconti si inizia con una divertente parodia dei ritrovamenti di reperti eccellenti che creano orgasmi a catena in paleontologi, assessori e sovrintendenti e che sono da tempo diventati un leit motiv di tanti inconsapevoli centri storici italiani, per poi scoprire che la realtà era molto più banale, anche se tragica. In questo caso è un teschio a creare l’incredibile scompiglio.

Si prosegue poi con un racconto che trova la sua forza nel bisticcio linguistico, nell’equivoco lessicale, dove uno dei protagonisti, denominato il Trappola, rende problematico con il suo variopinto vernacolo il lavoro del maresciallo Domenici, ritardando la soluzione del caso. Gli effetti comici qui si giocano tutti sui registri linguistici che creano dei veri e propri cortocircuiti nella comunicazione.

Il Trappola, il Baicche, il De Profundis sono i soprannomi dei personaggi che si muovono in queste storie, quasi maschere della Commedia dell’Arte, dotati di quell’inventiva, di quell’arguzia che sono da sempre nel DNA dei toscani; ricordano, per certi versi alcuni personaggi del Decameron di Boccaccio, Bruno, Buffalmacco, Maso del Saggio che ordivano beffe terribili al povero e sciocco Calandrino.

Personaggi che si muovono in uno spazio circoscritto, in una geografia minima, in una cornice che dà colore alle loro imprese: Calci, appunto.

E anche quando l’azione si sposta, retroattivamente, nel tempo, come nel caso del racconto Lo strano caso di un tre assi, di un differenziale e di soldati negri (siamo nel 1944), il gusto per la beffa rimane inalterato e i colori della narrazione non perdono la loro consistenza; anzi, con pochi tratti, ecco che noi lettori ci troviamo a respirare l’aria di quei tempi…il mercato nero, la MP, le stecche di Chesterfield….. perché la ricostruzione scenografica è estremamente verosimile e il protagonista Mario Luperi incarna diacronicamente i suoi bizzarri epigoni.

Gialli, appunto, perché questo è il denominatore, dove l’autore non perde l’occasione, per la poligamia cui si accennava prima, per dissacrare alla sua maniera uno degli stereotipi di quest’era globale: le chat.

E i due racconti dedicati a questo fenomeno sono esilaranti per gli effetti comici che producono; sì, perché ci sono dei morti in queste storie , è vero, ma si ride anche tanto.

Ed ecco un estratto da Damanera (amore on line):

Dopo sei minuti, la porta della duecentoventi si apriva, e sulla soglia si disegnava il profilo di una donna alta, con cappello e veletta, e con un impermeabile o un soprabito scuro. Si chiuse la porta dietro le spalle, ed aprì il soprabito.

Ed ecco cosa succede al povero Mario, convinto di aver trovato in quella donna la troia perfetta:

(…) In mezzo al piacere dei morsi dolci, avvertì come una puntura, sempre sul collo. Non fece in tempo a capire. La bolla d'aria, arrivata al cuore, lo fermò. E con il cuore, si fermò anche la vita.

E’ questo l’espediente narrativo che diventa una vera e propria cifra stilistica dell’autore che, mantenendo inalterati i meccanismi del giallo, gli indizi, la suspense, i moventi, le indagini, gli assassini e le vittime, l’investigatore, li sovverte, poi, con finali a sorpresa, in una sorta di anticlimax da cui nasce la comicità.

Un cenno particolare va poi riservato alla lingua usata da Renzo; c’è in lui un gusto quasi filologico nel caratterizzare con il vernacolo certi personaggi, ma anche certi nomi che appartengono alla tradizione e alla cultura popolare contadina e non solo, parole come borgonaio, bozzi, stamazzo, beci, mazzacchera etc… vengono recuperate, ripescate e spiegate con un intento didascalico che non è mai comunque né pedante, né noioso.

Ed è decisamente un’operazione interessante, questa di restituire alla memoria, resuscitandole, parole che altrimenti finirebbero nell’oblio, spazzate via dall’overdose di anglismi e forestierismi vari che funestano ormai il nostro lessico quotidiano.

Un libro, quindi, questo di Renzo, che intreccia misteri e tradizioni, alternando pagine di pura prosa lirica:

Cominciavano a novembre le prime brinate. Così tutti gli anni, allora, almeno. Salvo qualche giorno di sole, estati effimere come quella di San Martino, da un giro d'orologio, dicembre cominciava dai primi suoi giorni a promettere inverni duri. Nonostante il mare a quindici chilometri in linea d'aria, il gelo arrivava fin nel fondovalle, e le mattine, illuminate di sole freddo e tagliente, sfavillavano di luce bianca riflessa dalla guaina di gelo che vestiva l'erba dei cigli, e la terra nuda dei campi solcati da un mese. ( Da La ruota ghiacciata)

a momenti come questi:

- Dunque.. io avevo caricato sull’Apino tutto l’armamentario per pescare le anguille: i beci, per la mazzacchera, la lampadina per frignola’…

- Fermati un attimo. La mazzacosa?

- La mazzacchera, il fascio di beci legati col filo alla lenza..

- I beci? E che sono?

- L’ombrichi!

- I lombrichi, vuoi dire..

- No, gli ombrichi… un ombrico, due ombrichi, tre ombrichi..

- Va bene, ho capito... i vermi di terra. Siam d’accordo su questo?

- Preciso!

- E poi la lampadina, per fare cosa?

- Per frignolare.. pescare di notte col forchettone…

- Col forchettone? Cioè, con la forca? Ma è proibito!

- Perché, i sub con cosa pescano? Con la pistola a acqua? Per loro non è proibito, e per me che vado a anguille, invece sì?

Da “ Lo strano caso del crauto arricignolato”

Vorrei concludere dicendo che, con questo libro, l’autore ci fa capire che non importa vivere a Los Angeles o a New York per parlare di delitti, perché anche la nostra piccola provincia, come del resto ci dimostrano Camilleri e Malvaldi e la banda del “Giallo pisano” ,arrivato ormai alla quinta edizione, può offrirci inquietanti ed efferati scenari del crimine.

Riporto volentieri questa recensione che ho pescato nel web dove si definisce Renzo Zucchini come un giullare mimetico; lui mi è testimone che fui il primo, durante i leggendari incontri al salotto letterario Pinkhouse di Mariangela Casarosa, a definirlo per la prima volta un giullare postmoderno.

La "prova del nove" è una raccolta di nove racconti ambientati a Calci, in cui Renzo Zucchini si manifesta per quello che è: un giullare mimetico, perché, come i giullari racconta storie e, come i mimi, riesce a trasfigurarle, usando diversi registri linguistici in una narrazione multipla che spazia dal giallo alla beffa, attraverso i calembour e i non sense, in una dimensione temporale diacronica che si immerge nel presente (con una sarcastica parodia nel mondo delle chat), ma torna volentieri al passato, alle atmosfere del 1944, regalandoci uno spaccato di inedito neorealismo.

Vorrei concludere, dando la parola a Renzo che così scrive nella postfazione:

Scrivere questi racconti è stato per me un divertimento, ma anche un’occasione per chiamare a protagoniste delle storie narrate la mia terra, la mia gente, e la storia di entrambe. Tutti i personaggi son chiaramente inventati di sana pianta, e anche le storie, che si muovono secondo il meccanismo narrativo del giallo, il quale non necessariamente chiede vittime e sangue. Ma son vere le tipologie umane, son vere le “locazioni”, son veri gli idiomi, con i quali ultimi son pitturati i personaggi e anche le loro azioni. Solo in un caso mi sono rifatto a una figura vera, che compare in più storie, più o meno centrale, mai interprete di protagonismo smargiasso o saccente, misurato negli interventi, prudente nelle relazioni amicali, peraltro necessarie alla sua opera, bonario osservatore della realtà sulla quale ha ricevuto l’incarico di vegliare. E’, quello dei racconti, il maresciallo Guglielmo Domenici. Stranamente somiglia nelle caratteristiche elencate a Domenico Guglielmi, che per oltre un ventennio ha guidato la Stazione dei Carabinieri del luogo ove vivo (…) Ho raccontato sorridendo. Spero che chi legge guadagni un po’ di buonumore, quale premio alla lettura. E magari, se davvero il risultato è raggiunto, dopo rilegga ancora, per scoprire qualche frase da grillo parlante che ho volutamente smarrito nei cicalecci che popolano le storie, o nei salaci “botta e risposta”. Chiedo perdono per l’uso del dialetto (che qui in forma inopinatamente riduttiva è chiamato vernacolo), ma certi personaggi sarebbero stati incredibili in altro idioma.