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Brevemondo Domenica 08 Marzo 2026 ore 06:30
Stati Uniti e Iran, Europa e Maga

Gli sviluppi del conflitto in Medio Oriente, la risposta dei Paesi europei all'attacco sul territorio di Cipro e le fratture nel mondo Maga
. — Benvenuti su Brevemondo. L’attenzione resta concentrata sull’Iran e il Medio Oriente, prendendo in considerazione il conflitto, gli effetti per l’Europa e quelli interni per gli Stati Uniti.
Una guerra senza confini
Dopo l’attacco combinato di Stati Uniti e Israele della scorsa settimana il conflitto in Medio Oriente si è allargato. Oltre all’Iran, naturalmente, sono direttamente coinvolti Iraq, Kuwait, Giordania, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita, perché obiettivi dei lanci missilistici di Teheran. A questi si aggiunge, indirettamente, Cipro, che ospita la base militare britannica di Akrotiri, dove un drone - presumibilmente iraniano o lanciato da Hezbollah - ha colpito un hangar. Si tratta, tra l’altro, del primo attacco avvenuto su un territorio di un Paese membro dell’Unione Europea. Ci sono stati poi altri casi di attacchi - intercettati o meno - su cui manca chiarezza e che, se confermati, potrebbero ulteriormente estendere il perimetro della guerra. Il primo è quello dell’Azerbaigian, dove un drone ha colpito l’aeroporto della città di Nakhchivan: in questo caso l’Iran ha negato di avere responsabilità. Il secondo è quello della Turchia, verso la quale sarebbero stati lanciati dei missili che sono stati però bloccati dal sistema difensivo della Nato, di cui Ankara fa parte.
Quella dell’Iran di creare un vero e proprio caos in Medio Oriente pare essere una mossa ben studiata, tutt’altro che casuale o dettata dalla disperazione del regime degli ayatollah. Innanzitutto, tenendo incessantemente nel mirino alcuni dei principali alleati statunitensi nel Golfo - Arabia Saudita e Qatar in primis - Teheran spera di spingere questi ultimi a chiedere a Washington di allentare la presa e abbassare l’intensità del conflitto, che alla lunga diventerebbe insostenibile. A ciò si aggiungono, poi, gli effetti sul traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato che collega Golfo Persico e Golfo Arabico. Qui, negli ultimi giorni, restano bloccate centinaia e centinaia di navi con carichi di valore superiore ai 25 miliardi di dollari, prevalentemente gas e petrolio. Inoltre, la massiccia rappresaglia iraniana verso i propri vicini, oltre che verso le basi statunitensi, dimostra quantomeno come il regime non sia proprio vicino alla caduta. Ciò non significa che l’attacco non abbia indebolito la Repubblica Islamica, ma che quest’ultima continua a resistere, anche cambiando pelle. Al momento, infatti, più che gli ayatollah, in controllo sembrano i pasdaran, i Guardiani della rivoluzione, che detengono uno sconfinato potere militare, economico e amministrativo.
Contestualmente, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel giro di pochi giorni, ha cambiato più volte obiettivo. O, quantomeno, così ha fatto pubblicamente. All’inizio del conflitto aveva invitato gli iraniani a prendere il potere - “take over your government, it will be yours to take” - poi si è detto disponibile a trattare con i successori di Khamenei - “they want to talk, and I have agreed to talk” - quindi ha affermato di voler scegliere la nuova guida iraniana - “we want to be involved in the process of choosing the person who is going to lead Iran into the future” - e, alla fine, ha chiesto a Teheran una resa incondizionata - “there will be no deal with Iran except UNCONDITIONAL SURRENDER”.Sullo sfondo, come confermato da Karoline Leavitt, la portavoce della Casa Bianca, resta comunque il grande obiettivo: nel momento in cui l’Iran non rappresenterà più una minaccia per gli Stati Uniti, allora l’operazione Epic Fury terminerà.
L’Europa alla finestra
Con l’attacco contro la base della Royal Air Force di Cipro, l’Unione Europea è stata chiamata direttamente in causa. Cipro è infatti un Paese membro e, per di più, per questo semestre detiene la presidenza di turno del Consiglio dell'Unione Europea. Inoltre, secondo il Trattato sull’Unione Europea, “qualora uno Stato membro subisca un'aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”. La questione, dunque, si fa particolarmente spinosa. Soprattutto perché dall’Iran il portavoce del ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha specificato come qualsiasi offensiva contro Teheran da parte dei Paesi europei sarebbe considerata “come un atto di guerra”. Cui dovrebbe seguire una risposta iraniana che, come spiegato da Trump e da altri, potrebbe raggiungere anche il territorio europeo grazie alla capacità missilistica di Teheran.
E se inizialmente non è mancata l’ironia sulla presa d’atto dell’Unione Europea dell’attacco israelo-statunitense - con il tweet della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen che, dopo l’inizio dell’offensiva di sabato, ha convocato una riunione urgente di lunedì, salvando il weekend - dopo il coinvolgimento di Cipro la situazione è rapidamente cambiata. Da un lato, pur non facendo più parte dell’Unione Europea, il Regno Unito ha immediatamente fatto sapere che invierà la HMS Dragon, un cacciatorpediniere per la difesa aerea, ed elicotteri anti droni verso la propria base di Akrotiri. Dall’altro, anche da dentro l’Unione c’è chi si è mosso concretamente: prima, in ordine cronologico, la Francia, che ha deciso di dispiegare sistemi anti drone e antimissile, oltre alla portaerei Charles de Gaulle e alla fregata Languedoc.
A Londra e Parigi si sono poi uniti anche altri Paesi europei. Il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron, infatti, hanno concordato di perseguire “un’intensa attività diplomatica” e di mantenere uno “stretto coordinamento militare” con il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dal canto suo, comunque, il vice cancelliere Lars Klingbeil ha fatto sapere come la Germania non prenderà parte alla guerra. Per quanto riguarda l’Italia, invece, il governo ha deciso di inviare in difesa di Cipro la fregata missilistica Federico Martinengo, con a bordo 160 militari. Questa agirà in coordinamento con altre imbarcazioni militari di Francia, Paesi Bassi e Spagna.
Rabbia Maga
L’attacco contro l’Iran non è rimasto senza conseguenze per gli Stati Uniti. E, in questo caso, si tratta di politica interna. All’interno della base elettorale che sostiene Trump sin dalla sua discesa in campo nel 2015, che giornalisticamente viene etichettata come Maga - Make America Great Again - ci sono stati diversi subbugli. Il motivo è chiaro: per diversi esponenti, anche di spicco, di questa grande e sfaccettata galassia politica, il conflitto in Iran è un tradimento dei principi fondamentali del Maga. Ovvero: difendere solo ed esclusivamente gli interessi statunitensi, senza sobbarcarsi le paure e i problemi altrui. Il timore è che l’Iran, come l’Iraq nel 2003, possa diventare una di quelle endless war che lo stesso Trump ha duramente criticato per gran parte della sua carriera politica. A ciò si aggiunge la convinzione, di alcuni, che gli Stati Uniti si siano fatti trascinare in guerra da Israele, preferendo tutelare le esigenze degli israeliani rispetto a quelle degli statunitensi.
Per esempio, il giornalista Tucker Carlson - che sul proprio canale YouTube conta oltre cinque milioni di iscritti, oltre a essere protagonista di un seguitissimo podcast - ha dichiarato che l’attacco contro Teheran è “assolutamente disgustoso e malvagio”. E Carlson, almeno fino una settimana fa, era uno dei principali sostenitori di Trump e uno dei volti più noti del Maga. A lui si è aggiunta poi Megyn Kelly, anche lei giornalista e, una volta, non certo amica di Trump. Con il tempo ha cambiato idea, ma sul conflitto in Iran è sostanzialmente d’accordo con Carlson: in riferimento alla morte di alcuni militari statunitensi, ha detto di non pensare che siano morti per gli Stati Uniti, ma “per l’Iran o per Israele”. A sintetizzare efficacemente questa spaccatura all’interno del Maga ci ha pensato poi la ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, anche lei in precedenza fortemente schierata a sostegno di Trump: gli Stati Uniti non sono più divisi tra sinistra e destra, ma “tra coloro che vogliono combattere per Israele e coloro che vogliono la pace e permettersi di pagare le bollette”.
Una serie di defezioni che potrebbero già incidere a partire dalle prossime elezioni di medio termine, a novembre, quando verrà interamente ridisegnata la Camera dei rappresentanti e, per un terzo, anche il Senato, oltre a una serie di elezioni negli Stati federati, tra cui Texas, California e Florida. Per Trump, però, il problema sembra non porsi: a Carlson, in una telefonata con Jonathan Karl, giornalista di Abc News, ha risposto dicendo che è lui ad “aver perso la strada”, e che il movimento che lo sostiene ormai da un decennio “sta salvando il nostro Paese” e che lo “sta facendo tornare grande”. “MAGA is America first, and Tucker is none of those things”, ha concluso.
Il pezzo della settimana
Perché gli Stati Uniti hanno attacco l’Iran? E cosa succederà una volta conclusa la guerra? Sul Time c’è una lunghissima e dettagliata analisi di quanto sta accadendo, a cura di Miranda Jeyaretnam e Chad de Guzman. Si legge qui.
La canzone della settimana
Anche se la Casa Bianca ha preferito un remix di Macarena per un video con le immagini dell’intervento in Iran, l’operazione statunitense e israeliana, al momento interamente basata sull’offensiva aerea, porta alla mente un’iconica canzone del 1983 dei Metallica, dal titolo eloquente: “Cerca e distruggi”.
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