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Brevemondo Domenica 10 Maggio 2026 ore 06:30

Usa-Iran, Russia-Ucraina e Rubio dal papa

Stati Uniti e Iran ci riprovano a far la pace, Putin dice che la guerra in Ucraina sta finendo e Marco Rubio ha incontrato papa Leone XIV



. — Benvenuti su Brevemondo. Cominciamo.

Far finire la guerra in una pagina

In questa settimana, com’era già capitato in passato, Stati Uniti e Iran sembrano essersi avvicinati a quello che potrebbe essere l’accordo per far finire le ostilità. Nei giorni scorsi, infatti, è stato reso noto da fonti iraniane come Washington e Teheran stiano discutendo su un piano “da una pagina”, che garantirebbe la riapertura dello stretto di Hormuz e l’avvio di un periodo di trenta giorni di negoziati per raggiungere un accordo più ampio. Insomma, una sorta di tregua “vincolante” volta a sospendere le offensive militari, risolvere la crisi dello stretto e dare più tempo alle parti per discutere soprattutto del programma nucleare iraniano.

Come al solito, resta da capire quanto le intenzioni di entrambe le parti siano autentiche. Da quanto appreso, pare che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump abbia deciso di sospendere l’operazione Project Freedom proprio per lo stato avanzato delle discussioni con Teheran. All’inizio di questa settimana, Trump aveva infatti deciso di forzare il blocco imposto dall’Iran sullo stretto di Hormuz: Project Freedom, appunto. Questa operazione avrebbe permesso alle navi di attraversare liberamente lo stretto, di fatto scortate dalla Marina Militare statunitense. E lo ha fatto, almeno per un paio di giorni, durante i quali gli Stati Uniti e l’Iran hanno ripreso gli scambi di fuoco, che hanno interessato anche gli Emirati Arabi Uniti.

Il presidente Donald Trump con il principe ereditario Mohammad bin Salman [X Account]

Alla fine, però, Washington ha deciso di sospendere l’operazione. Anche se l’avanzamento dei negoziati pare non essere stata l’unica ragione dietro questa scelta. Anzi: l’Arabia Saudita, alleata storica degli Stati Uniti, che soltanto qualche settimana fa ha incoraggiato Trump a proseguire nell’offensiva contro l’Iran, ha fatto un vero e proprio dietrofront, negando lo spazio aereo e l’uso delle basi militari per condurre gli attacchi. A quel punto, il presidente statunitense non ha potuto far altro che abbandonare l’operazione. Ma perché l’Arabia Saudita, rivale dell’Iran, ha agito in questo modo? Da un lato pare ci sia stato il forte timore di una ripresa degli attacchi di Teheran contro i Paesi del Golfo, come del resto è accaduto per gli Emirati Arabi Uniti; dall’altro, invece, la necessità per Riyad di differenziarsi proprio da Abu Dhabi, maggiormente vicina a Washington in questo conflitto e, di recente, uscita dall’Opec a guida saudita.

Una parata in tono dimesso

Nella giornata di ieri, 9 maggio, la Russia ha celebrato come ogni anno il Den' Pobedy, ovvero la ricorrenza della vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale. Un anniversario che resta ancora attuale per la storia russa: del resto, non è ideologicamente connotato in quanto riferito all’Unione Sovietica. Anzi: fu proprio Stalin, all’epoca, a rinforzare l’idea che quella di Mosca era una Grande guerra patriottica, a difesa del suolo e della nazione russa. Una narrazione che, soprattutto oggi, è particolarmente cara al Cremlino: lo stesso presidente russo Vladimir Putin ha affermato come il Paese sia in guerra con tutta la Nato, non solo con l’Ucraina.

Detto ciò, a differenza degli anni passati - quando, per esempio, alla cerimonia prese parte anche il presidente cinese Xi Jiping - quella di quest’anno è apparsa in tono piuttosto dimesso. Innanzitutto, per garantirsi una certa sicurezza durante la parata, il Cremlino ha richiesto e ottenuto una tregua di tre giorni con uno scambio di prigionieri. Un segno di debolezza non tanto per le tregua in sé, quanto perché nei giorni antecedenti alla ricorrenza il presidente ucraino Volodymyr Zelenksy aveva detto di “non raccomandare” ad altri leader stranieri di partecipare alla cerimonia, insinuando il rischio di possibili attacchi. Quindi, non c’è stata alcuna sfilata militare, come di solito avveniva durante la cerimonia. O meglio, non sono stati mostrati carrarmati, missili balistici o altri armamenti del genere.

Il presidente Vladimir Putin durante la parata [X Account]

Segno dei tempi, forse. Anche perché, proprio dopo la cerimonia minimal, lo stesso Putin ha suggerito come la guerra in Ucraina “potrebbe finire presto”, arrivando addirittura ad affermare che sarebbe disponibile a incontrare Zelensky se venisse firmato un accordo tra i due Paesi. Non solo: il presidente russo ha detto anche di essere aperto alla possibilità di dialogare con l’Europa per delineare un nuovo sistema di sicurezza e che il suo interlocutore ideale nel far questo sarebbe nientepopodimeno che Gerhard Schröder, vecchio esponente del Partito socialdemocratico tedesco ed ex cancelliere tra 1998 e 2005. Schröder, spesso accusato in Germania e nel resto dell’Occidente di essere sin troppo filorusso, dopo aver lasciato la guida del Governo ha ricoperto diversi incarichi in alcune società energetiche russe, per esempio nel consorzio per la costruzione del gasdotto Nord Stream per Gazprom, ma anche in Rosneft. Non è solo nostalgia, quella di Putin.

Il candidato Marco Rubio in Vaticano

Il segretario di Stato Marco Rubio si è recato in Italia e in Vaticano per incontrarsi con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani e, soprattutto (non ce ne vogliano) papa Leone XIV. L’obiettivo, in entrambi i casi, era quello di ricucire gli strappi dovuti alla guerra in Iran: nel caso italiano, infatti, Trump ha accusato Roma di non aver collaborato alle operazioni nello stretto di Hormuz; in quello vaticano, invece, per giorni c’è stato un forte attrito tra Washington e Santa Sede, dovuto al continuo uso della retorica religiosa da parte dell’amministrazione statunitense per giustificare o narrare il conflitto iraniano. Su Brevemondo ne abbiamo parlato nella newsletter dello scorso 19 aprile.

Negli Stati Uniti, comunque, ciò che ha destato maggior scalpore è lo scontro tra Trump e papa Leone. Sia perché quest’ultimo è il primo statunitense a essere stato eletto pontefice, sia perché la comunità cattolica americana è molto numerosa e, soprattutto, rilevante. Molti fedeli, anche elettori di Trump, hanno criticato gli attacchi del presidente verso Prevost. Ad accendere la miccia, in particolare, è stata l’immagine condivisa da Trump su Truth di lui rappresentato come il Messia. Per questo la visita in Vaticano di Rubio, tra i più importanti cattolici all’interno dell’amministrazione Trump insieme al vicepresidente James David Vance, ha assunto una certa rilevanza. Al termine dell’incontro, il Dipartimento di Stato ha tenuto a precisare come il pontefice e Rubio abbiano evidenziato “la forte relazione tra Vaticano e Stati Uniti”; entusiasmo più contenuto da parte vaticana: la Sala stampa della Santa Sede ha spiegato infatti come ci sia stato “uno scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale” e che resti la “necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace”. Un modo elegante per dire che le divergenze restano.

Marco Rubio con papa Leone XIV in Vaticano [X Account]

Quel che conta, almeno per Rubio, è che le apparenze sono state salvate. E che, a livello strettamente personale, la visita con il primo pontefice statunitense può essere l’ennesimo buon viatico per il suo futuro politico. Pochi giorni prima del viaggio in Italia e Vaticano, infatti, il segretario di Stato è stato protagonista di una conferenza stampa alla Casa Bianca, durante la quale ha fornito una risposta che ha fatto il giro del mondo. La sua “speranza per l’America” - spiegata a seguito di una domanda - verosimilmente diventerà un cavallo di battaglia durante le prossime elezioni statunitensi. Non quelle di midterm, ovviamente, ma quelle presidenziali del 2028. Con Trump al secondo mandato e dunque ineleggibile, per i sondaggi Rubio è oggi tra i favoriti a succedergli: il Marcomentum - così l’ha definito il Washington Post - lo ha portato in testa nella corsa con il vicepresidente Vance e il governatore democratico della California Gavin Newsom. Sono soltanto previsioni e mancano ancora due anni, ma c’è da scommettere che Rubio sarà un protagonista della campagna elettorale 2028.

Il pezzo della settimana

E se Rubio pare ben posizionato per le prossime elezioni, c’è chi reputa il suo ruolo marginale in politica estera. Anche da segretario di Stato, perché poco coinvolto nella risoluzione del conflitto in Iran e della guerra in Ucraina. Lo ha spiegato Ivo Daalder su Politico. Si legge qui.

La canzone della settimana

Il 2028, comunque, resta lontano. E dare Rubio come sicuro candidato del Partito Repubblicano sarebbe sbagliato, nonostante il Marcomentum. È lunga la strada per la Casa Bianca, anche se non vuoi fare rock ‘n’ roll


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