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Brevemondo Domenica 03 Maggio 2026 ore 06:30

Usa-Iran, Emirati Arabi e militari in Germania

L'offerta dell'Iran non convince Trump, gli Emirati Arabi se ne vanno dall'Opec e i proclami sui militari statunitensi in Europa



. — Benvenuti su Brevemondo. Cominciamo.

Trump valuta l’offerta iraniana

Il limbo della tregua prorogata a tempo indeterminato per la guerra in Iran prosegue. E, nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato di aver preso in esame una “offerta” da parte di Teheran. Immancabilmente, su Truth lo stesso Trump ha poi confessato di “non poter immaginare che sia accettabile”. Secondo quanto appreso dal New York Times, ma anche da altri giornali, la proposta iraniana prevederebbe la riapertura dello stretto di Hormuz ancor prima dell’inizio dei nuovi colloqui sul programma nucleare iraniano. Ciononostante, Trump ha spiegato di star valutando tutte le ipotesi, persino quella di una rottura del cessate-il-fuoco, con il ritorno quindi ai bombardamenti e alle offensive militari.

Ormai il nocciolo della questione dovrebbe essere noto: da parte statunitense i colloqui con l’Iran devono portare allo smantellamento del programma nucleare iraniano. Trump più volte ha ribadito la necessità di impedire a Teheran di possedere l’arma atomica. Addirittura, sul sito della Casa Bianca è consultabile una sorta di riassunto delle puntate precedenti - datato 2 marzo, quindi è una stima da aggiornare - in cui Trump ha ribadito questo obiettivo. Da parte iraniana, secondo alcuni fonti governative, resta la rivendicazione di una propria autonomia nucleare: Teheran ha infatti chiarito come non sia intenzionata ad abbandonare il programma nucleare e l’arricchimento dell’uranio “a fini civili”.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump [X Account]

In ogni caso, appunto, il presidente degli Stati Uniti non ha escluso la possibilità che riprendano gli attacchi s ei negoziati non dovessero andare nella direzione sperata. In particolare, Trump ha affermato che riprendere l’offensiva “è una possibilità che può accadere” se l’Iran dovesse fare “qualcosa di sbagliato”. A ciò occorre aggiungere anche la mossa delle ultime ore dell’amministrazione statunitense, che ha approvato la vendita di armamenti a Israele e ai Paesi del Golfo per quasi 9 miliardi di dollari. Ciò è stato possibile perché, stando al Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio, vi è un’effettiva emergenza, casistica che permette al governo di “aggirare” il potere di controllo da parte del Congresso.

Gli Emirati Arabi hanno lasciato l’Opec (e l’Opec+)

A partire dal primo maggio, gli Emirati Arabi Uniti non fanno più parte dell’Opec, ovvero l’organizzazione dei Paesi petroliferi che, di fatto, rappresenta un cartello per la produzione e lo smercio del greggio, e neppure dell’Opec+, una conformazione speciale che oltre ai dodici membri “originali” - ovvero Algeria, Arabia Saudita, Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria e Venezuela - ricomprende anche altri Paesi, come per esempio la Russia. Non è comunque la prima volta che l’Opec perde pezzi, anzi: negli ultimi dieci anni se ne sono andati Indonesia, Qatar, Ecuador e Angola. E, solitamente, un Paese lascia l’organizzazione per via delle quote di produzione assegnategli.

Il caso dell’uscita degli Emirati Arabi non è troppo diverso, anche se il peso di Abu Dhabi nell’organizzazione è ben diverso da quei Paesi che hanno lasciato nell’ultimo decennio. Sicuramente, uno degli intenti degli emiratini è quello di garantirsi maggiore libertà nella produzione del greggio: i vasti investimenti fatti negli ultimi anni dalla Abu Dhabi National Oil Company, la compagnia petrolifera di Stato, hanno fatto incrementare la produzione a oltre quattro milioni di barili al giorno. Con l’obiettivo di arrivare a cinque nel 2027. Ben al di là della quota assegnata all’interno dell’Opec. Uscire da quest’ultimo significa dunque dare fondo a tutta la propria produzione di petrolio, svincolandosi dalle quote.

Il marchio dell'Opec [X Account]

Ciò, secondo molti esperti, non ha però soltanto un valore economico. Per gli Emirati l’uscita dall’Opec evidenzia anche un avvicinamento deciso agli Stati Uniti. Il Paese, negli ultimi anni, è sempre stato un vicino alleato di Washington, ma con questa mossa ha ulteriormente rinforzato la propria posizione. Da tempo, infatti, Trump critica fortemente il potere dell’Opec sul prezzo del greggio: l’uscita di Abu Dhabi non può far altro che influenzare tale capacità dell’organizzazione. Del resto, aver perso il quarto principale produttore di petrolio non può far altro che diminuire i margini di manovra dell’Opec nel fissare i prezzi dei barili. E all’orizzonte si potrebbe profilare una guerra tutta economica proprio tra Emirati e Arabia Saudita, che sin dalla fondazione dell’Opec nel 1960 è, di fatto, il Paese che detta la linea dell’organizzazione.

La rappresaglia trumpiana

Nei giorni scorsi il Pentagono ha annunciato che ritirerà cinquemila soldati dalle basi che si trovano in Germania, il Paese che ne ospita più di ogni altro in Europa. Anche a fronte di questo eventuale ritiro, infatti, in Germania resteranno oltre trentamila militari statunitensi. La decisione arrivata da Washington pare dettata dallo scontro che il presidente Trump ha ingaggiato ormai da settimane con gli alleati europei, accusati di non aver aiutato nell’offensiva contro l’Iran e, soprattutto, di non aver partecipato in alcun modo alla risoluzione del blocco dello stretto di Hormuz. In particolare, con il cancelliere tedesco Friedrich Merz c’è stato uno scontro acceso a seguito delle dichiarazioni di quest’ultimo, che ha affermato come l’Iran stia “umiliando” gli Stati Uniti.

Il ritiro di ulteriori militari dall’Europa non è stato escluso: lo stesso Trump ha infatti definito “probabile” una scelta simile anche per quanto riguarda i soldati dispiegati in Spagna e in Italia. Nel nostro Paese, secondo i dati più recenti, i militari statunitensi sono oltre 12.600 e presiedono le diverse basi dislocate sul territorio nazionale. Le principali sono quelle di Vicenza, Aviano, in provincia di Pordenone, Napoli e quelle in Sicilia.

Militari statunitensi [X Account]

Va anche detto che già nel primo mandato, tra 2016 e 2020, Trump aveva assicurato di voler ridurre la presenza militare statunitense in Europa. Inoltre, lo stesso Pentagono ha chiarito come l’intenzione sia quella non tanto di abbandonare il continente, quanto di riportare i numeri dei dispiegamenti a quelli anteriori al 2022, ovvero prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Per il momento, in ogni caso, non si conoscono le tempistiche dell’eventuale ritiro dei cinquemila soldati in Germania, né tantomeno ci sono certezze su ulteriori riduzioni del personale militare in altri Paesi europei.

Il pezzo della settimana

Linas Kojala, che è direttrice del Geopolitics and Security Studies Center di Vilnius, ha commentato sul New York Times proprio la mossa trumpiana di ritirare cinquemila soldati dalla Germania. Una scelta che, soprattutto nei Paesi baltici, prossimi alla Russia, è vista con grande sgomento. Si legge qui.

La canzone della settimana

Per la rubrica Forse non tutti sanno che…, Johnny Cash ha svolto il servizio militare nell’Aeronautica statunitense negli anni Cinquanta nella Germania ovest. Un’esperienza formativa, che ha visto nascere la sua prima band - Landsberg Barbarians - e che è rimasta con lui per tutta la vita. Tant’è che esistono diverse sue canzoni in tedesco, come questa.


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