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Domenica 26 Luglio 2026

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Finale

di - Domenica 26 Luglio 2026 ore 08:00

Una storia, per essere una storia, ha bisogno di un bell’inizio e soprattutto di un bel finale. Dopodiché il racconto in sé, al pari della vita, può non essere così interessante e non va enfatizzato. Sarebbe solo retorica. Meglio scrivere di quel niente che capita e non giudicare. Comunque occorre un bel finale perché nessuno di noi ricorda il proprio inizio, ma tutti siamo consapevoli della fine. E, per l’appunto, la storia che sto per raccontare finisce così.

- Addio, mio caro.

- Addio, non arrivederci?

- Arrivederci è più triste, perché sai che non è vero.

Come in un semplice gioco del rovescio, da qui voglio partire per risalire all’inizio. Da questo epilogo asciutto. Triste, come deve essere un preliminare adeguato alla parola “fine” posta in fondo al testo. Quando chi scrive prende congedo dalla disciplina delle parole -in principio era il verbo- e mette fine alle invenzioni della memoria. Quel finale, ricordo di averlo scritto di notte e la notte ha un modo tutto suo di giocare con la mente: a volte la purifica, altre la confonde. Poi, ma non sempre, concede il riposo. Questa storia non è mia, me la raccontò un amico tanti anni fa e mi chiese di tenerla per me. Così ho fatto per molto tempo, ma l’amico e i protagonisti ormai sono andati e chi scrive è un “traditore” per definizione, e racconta.

Tutto era iniziato con un incontro per caso ad un Festival dell’Unità di paese. Una certa conoscenza, poi uno sguardo, il volto, il coraggio di un invito e di una risposta. Al cinema, dove il buio della sala nasconde l’ansia di una proposta o di un rifiuto. Lei aveva già una “storia” ed è brutto tradirsi fra noi, poi il rapporto finì e cominciammo. Ci sono le persone perseguitate dalla fortuna e quelle povere di culo. A me quella volta andò bene. Rideva, le volte che glielo dicevo. Ne parlo in prima persona, come fece l’amico con me e questo è il mio modo di ricordarlo.

Studiavamo a Firenze: Architettura io, lei Scienze Politiche. La linea era lei che la dettava, io stavo a sentire e annuivo. Mai stato un grande conversatore. Per me anche solo dire “silenzio” significava infrangerlo, e dire “niente” comunque non comprometteva nulla. Tacevo, che a volte è una virtù. In ogni caso tra i due, ero il meno preparato. Prendemmo in affitto un appartamento malridotto, due stanze all’ultimo piano, in Via San Gallo, vicino alla Segreteria Universitaria. Entrarci, si sentiva un odore come di bestia morta. Ripulimmo, riparammo il controsoffitto marcito e arredammo con mobili usati. C’era un robivecchi a buon mercato in fondo alla strada. E la sera d’estate, che in casa era caldo, affacciati al terrazzino dell’abbaino, guardavamo scendere il sole sopra i tetti rossi di Firenze. Ed eravamo belli, come gli innamorati. Università a parte, uscivamo poco: io per niente, lei a volte sì, dopo cena. Vado alla riunione, diceva. Non fare tardi, rispondevo. Altro non aggiungeva e io non chiedevo. Dicono che chi ti conosce bene non ti fraintende mai, ma non è vero, purtroppo: né che ci si conosce bene, né che non ci si fraintende mai.

Le fiaccolate contro la guerra del Vietnam: “Nixon boia!”. Le occupazioni, i pugni levati al cielo, le fughe dalle cariche della polizia fino ai Viali, i lacrimogeni, il rifugio in un portone dove eccitati facemmo l’amore. Erano tempi belli e inquieti. In un corteo li vidi quelli delle riunioni che frequentava: “Viet-cong vince perché spara!”. Si calavano i passamontagna e non mi piacevano. Glielo dissi. Sei geloso? Mi chiese. Ero anche geloso, ma non era quello il punto.

Studiavo e lavoravo, facevo il cameriere i fine settimana per un ristorante in Borgo la Croce, dietro la Nazione. Ho servito cena ad Enzo Tortora. Ero parecchio fuori corso, arrancavo. La compagna, più giovane, invece era in pari con gli esami, la media del trenta sul libretto. I più bravi e di buona famiglia, sono spesso i più fragili, lo pensavo, ma non glielo dissi mai. Nemmeno la volta che salimmo sul terrazzino, assonnati, per vedere l’alba su Firenze e baciarci. Bella, ma all’inizio somigliava al tramonto e tanto valeva aspettare la sera.

“Lo Stato si abbatte, non si cambia”. Tantomeno si governa. Me lo buttò in faccia, forse perché sapeva che avevo preso la tessera del PCI. Non siamo mica al governo, replicai. Ci andrete presto, disse. Meglio, no? Risposi. Scosse la testa indignata e rimanemmo in silenzio. Faceva freddo nella casa d’inverno, ma la notte non dormimmo abbracciati. E quell’assemblea tumultuosa in Facoltà, quando intonarono “Bee, bee, Berlinguer”, imitando a scherno un gregge belante.

Finché una sera me lo disse: arrivederci, addio. Prese le sue cose e si trasferì altrove, non mi disse dove o con chi, né lo volli sapere. E non ci fu altro da fare. Non seppi più nulla di lei, molti dei sui compagni furono arrestati, qualcuno morì. Chi di politica, alcuni di droga. Generazione sfortunata che credette di vedere nel cambiamento dei tempi una meravigliosa rivoluzione che non esisteva. Maledetti che si persero nel piombo e nel sangue, inseguendo una fede feroce. Lei sparì, in clandestinità dalla vita, e non solo la mia. L’amico mi disse, speriamo si trovi libera e viva da qualche parte nel mondo, era il mio amore. A volte l’affetto nell’addio non è minore che nell’incontro, resta lo stesso e per sempre. Anche se le vie percorse in obbedienza al destino sono diverse e anche se questo, forse, valeva solo per lui.

Quando me lo raccontò eravamo finiti insieme in una specie di loop temporale, un’associazione aderente all’Arci che si chiamava “Senza Tempo”. Ci chiedevamo se il tempo fosse mai esistito e se, quando scandivamo la parola “fu-tu-ro”, la prima sillaba non andasse già nel passato. Partecipavamo alle riedizioni delle feste in costume, al calcio fiorentino, al gioco del ponte a Pisa, con i balestrieri lucchesi. Chissà perché. L’amico me lo confidò: sto finendo di vivere, il cuore è una grancassa che confonde ritmo e respiro. Da un po’ di tempo se n’è andato anche lui, lasciandomi da solo a sopravvivere e raccontare. Questa è la sua storia.

Buona domenica e buona fortuna.

Marco Celati

Pontedera, 26 Luglio 2026

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P.S. Il “Gioco del rovescio” è una raccolta di racconti di Antonio Tabucchi e non è semplice, è bellissimo. Le affermazione riguardanti “futuro”, “silenzio” e “niente” sono tratte dalla poesia “Le tre parole più strane” di Wislawa Szymborska. “Chi ti conosce bene non ti fraintende mai è una frase di Alda Merini. Dell’uguaglianza tra l’affetto e l’addio e dell’obbedienza al destino, parla Margherita Guidacci nella poesia “All’ipotetico lettore”. “Generazione sfortunata” è Pasolini, da “La poesia della tradizione”.