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martedì 29 settembre 2020

ARCHEOLOGIA E FUTURO — il Blog di Franco Cambi

Franco Cambi

FRANCO CAMBI - Nato all’isola d’Elba nel 1957, vive a Siena, dove si è laureato nel 1982 e dove insegna “Archeologia dei Paesaggi”. Ha tenuto numerose lezioni e conferenze. Ha partecipato a Convegni, Seminari e incontri di studio e svolge costantemente attività di comunicazione sul tema della archeologia dei paesaggi. E’ Dottore di Ricerca in Archeologia romana ed è stato titolare di una borsa di studio post-dottorale nonché membro della European Science Foundation e dei progetti “Populus”. Afferisce alla Scuola di Dottorato di ricerca in “Storia e Archeologia Globale dei Paesaggi” (Università degli Studi di Foggia) ed è membro del Centro Interuniversitario di Scienze del Territorio (Università di Firenze, Pisa, Siena, Scuola Normale Superiore, Scuola Sant’Anna). E’ socio della Società dei Territorialisti. Ha effettuato e diretto numerosi scavi e ricognizioni in Toscana, Puglia e Sicilia.

Ritrovare Siena

di Franco Cambi - venerdì 15 maggio 2020 ore 22:36

Un filo rosso attraversa il tempo e collega tra loro le origini mitostoriche della città (la lupa, i gemelli…), il perfetto equilibrio tra paesaggio urbano e quello rurale magnificato da Ambrogio Lorenzetti prima che la peste mandasse tutto a carte ’48 (è il caso di dirlo), il visionario Piano Regolatore per Siena di Luigi Piccinato e il recente e ben fatto “Ambito 14-Colline di Siena”, redatto in seno al Piano Paesaggistico della Toscana, adottato e approvato cinque anni fa.

Il cammino che portò al Piano Piccinato fu, a pensarci adesso, da brividi. Un progetto del 1952, vado a memoria, prevedeva la realizzazione di due grandi circonvallazioni, una da piazza del Sale a Santo Spirito, l’altra da San Domenico al Duomo, da farsi attraverso un selvaggio sacco urbanistico, con lo sventramento di palazzi e quartieri e l’urbanizzazione integrale della Valle di Follonica. Si opposero menti illuminate come Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Bracci, Cesare Brandi (mi pare) e Italia Nostra. Dal convergere delle diverse intelligenze scaturì un Piano Regolatore altrettanto da brividi. Nell’immagine che propongo si vede come il Piano vietasse ogni tipo di costruzione all’interno del centro storico (vincolo assoluto: così recita la legenda). Oggi un atto del genere può sembrare scontato ma dovete contestualizzarlo in quei ’50, gli anni della ricostruzione e del Piano Fanfani (una casa a tutte le famiglie). Il Piano Piccinato ci lascia in eredità una Siena nella quale siamo liberi di andare a lavoro a piedi, di camminare facendo una semplice e distratta passeggiata, di entrare e uscire dalla storia a nostro piacimento.

Arrivati a un certo punto del corso di Archeologia dei Paesaggi della laurea triennale, dopo avere descritto l’importanza dell’affresco di Ambrogio come fonte iconografica per la ricostruzione dei paesaggi medievali, chiedo agli studenti di alzarsi e di scorrere davanti alla finestra della grande Aula situata al I piano del nostro Dipartimento. Da lì si vede ancora il grande Orto dei Pecci, immensa zona verde all’interno delle mura, oggi ancora occupata da orti veri e propri, un tempo area di rispetto. È un’immagine reale, dell’oggi, che aiuta a capire molto degli assetti del paesaggio urbano delle città pre-capitalistiche. Oggi al suo posto ci sarebbe potuto essere un quartiere urbano. Per spiegare agli studenti l’importanza, in passato, delle strade di crinale, quelle che scorrevano in maniera relativamente piana e lontana da paludi e da fondovalle, chiedo loro quale strada percorrono per andare dal Dipartimento a piazza del Campo: Pantaneto (la più scontata), Salicotto o San Martino? Le prime due evocano scenari geografici e storici inquietanti. La terza è tutta in piano e conduce in maniera diretta alla piazza. Si può pensare ad una strada antichissima, naturale sviluppo interno della via Francigena, che passava su un crinale che aveva a destra e a sinistra due profondi dirupi. Il pensiero vaga verso i modi diversi in cui i luoghi erano fatti nel passato, alle diverse funzioni che avevano assolto, alle immagini diverse che in tempi diversi singoli soggetti e comunità ebbero dei diversi paesaggi in cui vissero e che contribuirono a plasmare. Il pensiero vaga anche verso la domanda su come provare a raccontare tutto questo oggi, ad una comunità contemporanea spaventata e disorientata.

Ma ragionamenti come questo se ne potrebbero fare a centinaia, sul succedersi dei paesaggi urbani. E credo che, come Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali, dovremmo cominciare a farne, mettendo in sinergia le nostre ricche e variegate competenze, tra storia, storia dell’arte, archeologia, antropologia e formando una task force con le scienze della terra e dell’ambiente oltreché, ma questo è davvero scontato, con la Soprintendenza. Volendo finalizzare, si può pensare a un progetto di “Museo di Siena” e potrebbe essere anche l’occasione per spingere la neverending story del Santa Maria della Scala verso sponde più concrete.

Non ci sono soldi, è vero. Ma, come diceva il maestro Riccardo Francovich, “si ragiona sui progetti”. E, allora, si potrebbe pensare, come punto di partenza, ad un seminario povero ma permanente di Dipartimento, che via via si allarga ad altri ambiti scientifici, culturali e istituzionali, dentro e fuori Siena. Poi, vedremo.

In quello che scrivo c’è poco di originale. Molto devo alla lettura del contributo, importante ma poco considerato: "Riflessioni e Rimembranze. Le occasioni perse di una città. Siena”, dell’amico e collega Marco Valenti.

Siamo chiamati, come Docenti e come cittadini, ad una prova difficile nei prossimi mesi. Non dobbiamo solo trovare delle risposte alle domande che ci pervengono (su didattica, ricerca, SUA, VQR, AQ, CP…). Dobbiamo anche, nei limiti delle nostre competenze rispettive, trovare soluzioni ai problemi o, quantomeno, cooperare in tal senso, e qui il discorso si fa difficile davvero.

L’ottimismo, nello specifico, dipende da quanto e da come sapremo parlare e ascoltare, tra Dipartimento e comunità, tra Ateneo e Istituzioni, tra tutte queste cose e l’esterno. Una delle molte e grandi ricchezze di Siena sono i numerosi studenti che scelgono noi, e questa città, per il loro progetto di formazione. Anche alle loro domande dobbiamo risposte, ai loro problemi soluzioni. Ma tutto questo può funzionare in un tessuto complessivo coerente, nel quale la cultura (cioè noi che ne siamo, almeno parzialmente, custodi) interviene come strumento di mediazione, di negoziazione, di inclusione, di condivisione, di partecipazione. Credo che dobbiamo, noi “umanisti”, farci carico di un grande progetto culturale, “Il racconto di Siena”, che riverberi la coerenza che promana dal paesaggio urbano e rurale di Ambrogio ma anche l’energia proattiva e visionaria del Piano Piccinato.

È quella Siena che dobbiamo rivedere e ritrovare, la Siena che dimostrò che si poteva entrare in una forma della modernità non necessariamente modernistica, ma giusta ed equilibrata. Non sto qui celebrando una generica “Siena dei nonni”, che pure è per me un ricordo affettivamente ed emotivamente forte, ma la Città che affascinava per la sua aristocratica tradizione repubblicana e per l’intensa sobrietà del suo civismo, sempre autocriticato, mai messo in discussione.

Del Piano Paesaggistico, forse, un’altra volta.

Franco Cambi

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