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lunedì 26 agosto 2019

Cronaca venerdì 09 giugno 2017 ore 10:32

Consip, Marroni parla e non cambia la sua versione

Luigi Marroni

L'amministratore delegato ha risposto per sette ore alle domande dei pm che indagano sugli appalti Consip. Nuovi elementi contro il capitano Scafarto



FIRENZE — E' durata sette ore l'audizione davanti ai pm di Roma dell'amministratore delegato della Consip Luigi Marroni, il supertestimone delle inchieste aperte dalle procure di Napoli e di Roma in prima istanza per corruzione e turbativa d'asta nelle gare della centrale acquisti del ministero dell'economia e successivamente anche per le fughe di notizie che da un anno a questa parte hanno ostacolato le indagini. 

Marroni era stato già interrogato una prima volta dai pm di Napoli nel dicembre scorso. Poi, per quasi sei mesi, silenzio totale

Ieri ha parlato nuovamente, questa volta davanti agli inquirenti della procura di Roma, confermando la versione dei fatti già raccontata a dicembre, soprattutto per quanto riguarda le fughe di notizie e le rivelazioni del segreto istruttorio che consentirono ai vertici della Consip, Marroni compreso, di essere informati dell'esistenza di un'inchiesta a loro carico, nonchè di essere intercettati, fin dall'estate 2016.

Marroni ha quindi ribadito ai pm di aver saputo delle indagini da Luigi Ferrara, presidente di Consip, che l'avrebbe a sua volta saputo dal comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette; dall'amico Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua, la società che gestisce l'acquedotto fiorentino, che a sua volta ha dichiarato di averlo saputo dal ministro dello sport Luca Lotti; dal comandante della Legione Toscana dei Carabinieri Emanuele Saltalamacchia. Del Sette, Saltalamacchia e Lotti sono stati indagati tutti e tre per rivelazione di segreto d'ufficio. Vannoni invece è stato ascoltato solo come testimone perchè, pur avendo parlato delle indagini a Marroni, l'avrebbe fatto in via amichevole e non nel ruolo di amministratore di Publiacqua.

Nel filone sulle fughe di notizie è coinvolto anche il vicecomandante del Noe Alessandro Sessa, accusato di depistaggio per aver mentito ai pm romani sulla data in cui avrebbe informato il suo superiore delle indagini Consip: Sessa ha dichiarato ai pm di averlo fatto dopo il 6 novembre 2016, quindi dopo la pubblicazione della notizia su alcuni organi di stampa. In realtà in uno scambio di messaggi con il capitano del Noe di Napoli Giampaolo Scafarto risulta chiaro che "un capo" fu informato da Sessa e dallo stesso Scafarto molto tempo prima, nel giugno o nel luglio precedenti. E la prima fuga di notizie accertata risale per l'appunto all'agosto 2016 (vedi qui sotto gli articoli collegati).

Il colonnello Sessa sarà sentito nuovamente in procura nelle prossime settimane, quando un perito riferirà ai pm il contenuto degli sms e dei messaggi whatsapp trovati all'interno dei suoi telefoni cellulari, sequestrati nei giorni scorsi. Ad oggi gli inquirenti hanno potuto disporre solo delle chat trovate nei cellulari del capitano Scafarto.

Quest'ultimo peraltro è indagato nella stessa inchiesta per falso: avrebbe infatti introdotto elementi non corrispondenti al vero o incompleti nelle informative inviate alla procura di Roma sulle indagini, aggravando la posizione di alcuni indagati, in particolare quella di Tiziano Renzi, padre dell'ex premier, indagato per traffico di influenze illecite insieme all'amico Carlo Russo. 

Scafarto si è sempre difeso ammettendo "di aver commesso alcuni errori ma senza alcuna intenzione dolosa". Tuttavia un altro scambio di messaggi fra lui e alcuni collaboratori dimostra il contrario: ovvero che Scafarto cercava prove a supporto di un incontro fra Tiziano Renzi e l'unico arrestato nell'ambito dell'inchiesta Consip, l'imprenditore Alfredo Romeo; che Scafarto nelle informative attribuì ad Alfredo Romeo una frase relativa ad un incontro con "Renzi" pronunciata invece da un altro indagato, l'ex parlamentare di An Italo Bocchino, anche se i suoi collaboratori gli avevano fatto notare ripetutamente che la frase in questione l'aveva pronunciata Bocchino, appunto, e non Romeo. E anche se gli stessi collaboratori gli avevano inviato il file audio in questione perchè lo ascoltasse personalmente.

Quando gli inquirenti hanno chiesto spiegazioni al capitano su questi messaggi, Scafarto si è difeso dicendo di non ricordare.



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