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Cultura giovedì 06 agosto 2020 ore 06:00

"Dove eravamo rimasti" secondo Gabriele Canè

Gabriele Canè

Esce oggi in abbinamento al quotidiano La Nazione il libro dell'ex direttore, oggi editorialista del gruppo QN.



FIRENZE — Gabriele Canè nella sua vita ha scritto molto. Ha consumato penne e taccuini, macchine da scrivere e tastiere per migliaia di articoli, inchieste ed editoriali. Una attività giornalistica di primo piano ed una capacità di raccontare ed interpretare i cambiamenti della società come sanno fare in pochi e che oggi trova spazio anche nelle circa 150 pagine del suo primo libro stampato da Minerva Editore.

Bolognese di nascita, fiorentino di adozione, milanese per maturazione professionale, Gabriele Canè è cresciuto in casa, al “Resto del Carlino”, e si è formato al “Giornale” di Montanelli come corrispondente da Parigi e inviato speciale. Poi di nuovo al “Carlino”, direttore più volte della “Nazione”, dopo aver diretto due volte “il Giorno”, “il Resto del Carlino”, oltre alla condirezione del “Quotidiano Nazionale” di cui è editorialista.

Tre figli, laurea in Giurisprudenza all’Alma Mater, esperienze tv, a cominciare da Contro- corrente, il primo talk show sulle reti Mediaset. Ha vinto alcuni premi giornalistici, e una autorità benevola lo ha voluto Grande Ufficiale della Repubblica. Ama il calcio e fa il tifo per la punteggiatura: che da tempo non vince uno scudetto.

Nell'ultima di copertina di "Dove eravamo rimasti" si legge:

Ne avremmo fatto volentieri a meno. Ma nel 2020 abbiamo vissuto qualcosa di straordinario. E di tragico. Con la consapevolezza, nel bene e nel male, che c’era un “durante” in cui eravamo immersi, tanto diverso da quel “prima” che piano piano, durante il lockdown, andava quasi sfumando nella memoria. E ci sarebbe stato un “dopo” in cui, dicevano, nulla sarebbe stato come “prima”. Il che ci faceva pensare che forse molte cose rischiavano di cambiare, cioè di andare peggio, tranne quelle che già andavano male, e ovviamente sarebbero rimaste così. Forse. La Cina, Wuhan, il virus: razzisti o realisti? E i virologi? Un coro dodecafonico. Scuole chiuse, uffici chiusi, ristoranti chiusi. Chiuse le case di riposo dove il Co- vid ribolliva portandosi via una fetta di generazione. Chiusi in cantina per qual- che momento di intimità che l’ingorgo familiare impediva. Chiuso il campionato di calcio: per i maschi come stare in una comunità di recupero. Chiuse le bocche dalle mascherine. Serviranno? Non chiedetelo all’Oms. Chiusi i pugni per non dare la mano: vietato. Tutto vietato. Anche rubare: i ladri non potevano uscire e noi stavamo in casa. Perfetto. Siamo sinceri: è stata dura. Ma non quanto il dopo. Comodo stare in casa. Peggio non alzare la serranda, o fare dieci caffè invece dei soliti cento. Per fortuna ci sono i monopattini: siamo più green. E lo smart working? Più smart che working. Che momenti. Meglio fermarsi un attimo. Con un pizzico di ironia. Prima, durante, dopo. Dove eravamo rimasti... Senza punto interrogativo. Perché l’oggi è un’incognita, ma soprattutto un punto di partenza.

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