Brevemondo Domenica 15 Marzo 2026 ore 06:30
Iran-Usa, Afghanistan-Pakistan e Ungheria

L'isola di Kharg sotto assedio e la questione petrolifera, il conflitto tra Afghanistan e Pakistan e Ungheria-Slovacchia contro gli aiuti all'Ucraina
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L’attacco all’isola di Kharg
Nelle ultime ore della guerra in Iran gli Stati Uniti hanno attaccato l’isola di Kharg, poco meno di 23 chilometri quadrati nel golfo Persico settentrionale. Si tratta di un ulteriore sviluppo del conflitto, che ha ormai assunto i contorni di una lotta per la gestione delle risorse petrolifere. L’isola di Kharg, infatti, ospita il principale terminal delle esportazioni di greggio dell’Iran, dunque è particolarmente rilevante per la sopravvivenza del regime di Teheran. Va specificato, comunque, che l’attacco, come spiegato anche dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, è stato contro le infrastrutture militari dell’Iran e non contro quelle per l’export di petrolio. Su Truth, Trump ha affermato di non aver colpito queste ultime “per ragioni di decenza”, ma che potrebbe ripensarci se l’Iran o chiunque altro dovesse “interferire sul libero passaggio delle navi attraverso lo stretto di Hormuz”.
Appunto, lo stretto di Hormuz e il suo traffico navale continuano a essere la principale questione del conflitto a ormai due settimane dal suo inizio. Attraverso questo passaggio, nel 2025, ogni giorno sono transitati circa 20 milioni di barili di petrolio, che arriva non solo dall’Iran ma anche da Iraq, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. A oggi, Teheran non ha chiuso lo stretto, anche se spesso è stato riportato così. Anche il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito come lo stretto non sia chiuso, bensì limitato ai soli “nemici”. Di fatto, comunque, il passaggio delle navi è fortemente condizionato dall’andamento della guerra: per esempio, mentre le imbarcazioni statunitensi e israeliane sono bloccate, quelle iraniane continuano a esportare il greggio. Dall’inizio del conflitto, infatti, l’Iran ha inviato quasi 12 milioni di barili di petrolio alla Cina, senza alcuna difficoltà.

Per questo, visti anche gli effetti nefasti della situazione sui prezzi dei barili e, di conseguenza, sui costi che ciascuno di noi deve affrontare, Trump ha invocato l’aiuto anche di altri Paesi affinché il transito attraverso lo stretto di Hormuz torni sicuro: il presidente statunitense si è rivolto direttamente a Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito, che secondo il suo punto di vista dovrebbero inviare navi militari per consentire il regolare passaggio delle imbarcazioni commerciali. Già prima di questo appello, comunque, alla Casa Bianca si stava valutando la possibilità di utilizzare le navi militari per scortare quelle cariche di petrolio durante il loro passaggio nello stretto di Hormuz. Per il momento, comunque, l’appello non ha ricevuto risposta e l’unico provvedimento concretamente attuato per facilitare la circolazione del greggio è stato quello per la rimozione delle sanzioni contro la Russia, anche se Scott Bessent, segretario al Tesoro, l’ha definita una “misura di breve periodo”.
La guerra oltre il confine
Il conflitto in Medio Oriente, da qualche giorno, non riguarda soltanto Iran, Stati Uniti e Israele. Verso est, oltre il confine iraniano, si combatte anche tra Afghanistan e Pakistan. Soltanto un paio di giorni fa, il governo dei talebani ha annunciato che l’esercito pakistano ha bombardato la capitale Kabul e anche la città di Kandahar, provocando vittime civili. Dal canto suo, Islamabad ha accusato l’Afghanistan di aver oltrepassato “una linea rossa” colpendo con i droni in zone dove non si trovano strutture militari, dunque contro la popolazione. Si tratta degli ultimi episodi di uno scontro che va avanti da tempo - almeno dal 2021, anno in cui i talebani sono tornati al potere a Kabul - e che, dalla fine di febbraio scorso, è passato alle vie di fatto, soprattutto lungo il confine settentrionale tra i due Paesi.
Motivo principale delle ostilità è da ricercare nella presenza, in Afghanistan, del Movimento dei talebani del Pakistan, gruppo militare che opera proprio al confine. Kabul ha negato di offrire ospitalità al Movimento, mentre il capo di quest’ultimo, Noor Wali Mehsud, avrebbe invece confermato il supporto dei talebani afgani. Proprio con l’obiettivo di colpire le basi dei talebani pakistani, insieme a quelle del sedicente Stato islamico del Khorasan, accusati di aver messo a segno degli attentati in Pakistan, nelle scorse settimane Islamabad ha dato inizio a una serie di azioni militari in territorio afgano. Il ministro della Difesa del Pakistan, Khawaja Muhammad Asif, ha dichiarato che tra il suo Paese e l’Afghanistan sia in corso “una guerra aperta”.

In questo contesto, diverse potenze hanno preso posizione. Mentre gli Stati Uniti hanno dato sostegno al Pakistan, cui è stato riconosciuto il “diritto di difendersi” contro il terrorismo, altri Paesi come Cina, Russia, Turchia e Arabia Saudita hanno invece avanzato la propria candidatura come mediatori per riportare la pace lungo il confine. Ambigua, invece, la posizione dell’India, che con il Pakistan porta avanti un conflitto a bassa intensità da decenni. Nuova Delhi, infatti, è stata accusata proprio da Islamabad di puntellare il governo dei talebani a Kabul, in modo da insidiare il Pakistan da nord. Addirittura, lo stesso Asif ha definito l’Afghanistan come “una colonia indiana”. Del resto, per Nuova Delhi avere buoni rapporti con Kabul è utile non solo per usare i talebani contro il Pakistan, ma anche per limitare le interferenze dei gruppi armati islamici nella regione del Kashmir, a lungo contesa a Islamabad.
Gli ostacoli europei agli aiuti per l’Ucraina
Mentre si combatte in Medio Oriente, resta acceso anche il conflitto in Ucraina. Nel mese di febbraio il Parlamento Europeo ha votato a favore dello stanziamento di un prestito di 90 miliardi di euro per Kiev, con particolare riferimento al rafforzamento dei sistemi di difesa ucraini. Nella prossima settimana, a tal proposito, dovrà tenersi un vertice a Bruxelles con l’obiettivo di superare il possibile veto di due Paesi che, dal 2022, hanno dimostrato di mal sopportare gli aiuti all’Ucraina: Ungheria e Slovacchia. A fine febbraio, infatti, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha detto che Budapest non darà il via libera finché Kiev non riparerà i danni causati all’oleodotto dell’Amicizia, che rifornisce proprio i due Paesi.
Per l’Ucraina i 90 miliardi dell’Unione Europea, finanziati tramite il debito comune dei 27 Paesi membri, rappresentano un sostegno fondamentale per continuare nella lotta contro la Russia. Ciononostante, Ungheria e Slovacchia hanno già fatto sapere da tempo che non daranno più il loro parere favorevole a misure simili. Già a febbraio, per esempio, Budapest ha bloccato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, anche in quel caso citando il caso dell’oleodotto dell’Amicizia. Del resto, per entrambi i Paesi i rifornimenti di petrolio russo sono fondamentali per l’economia nazionale: addirittura, l’Ungheria tra 2023 e 2024 ha aumentato la propria dipendenza da Mosca. Dalla fine di gennaio scorso, però, l’afflusso si è interrotto a causa di un attacco che, secondo il Cremlino, è stato mosso da droni ucraini.

A ciò si aggiunge anche un aspetto non secondario. In Ungheria, ad aprile, si terranno le elezioni. Il primo ministro Viktor Orbán, in campagna elettorale, ha utilizzato molto il tema ucraino: di recente, per esempio, ha affermato come Kiev abbia minacciato lui e la sua famiglia, mentre la difesa della sicurezza energetica ungherese è ormai un cavallo di battaglia di Fidesz, il partito che sostiene lo stesso Orbán. In ogni caso, i sondaggi al momento non danno affatto per certa la vittoria di Fidesz, che governa il Paese dal 2010: i numeri di Tisza, il partito di Péter Magyar, un tempo sostenitore di Orbán, sono infatti notevoli. Magyar, di orientamento maggiormente liberale, è più filoeuropeo dell’attuale primo ministro. Per questo, il primo ministro slovacco Robert Fico si è affrettato a dire che, se il suo collega ungherese dovesse perdere le elezioni, ci penserà lui a bloccare il prestito dell’Unione Europea.
Il pezzo della settimana
Su The Free Press, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Michael Oren ha scritto di come il conflitto in Iran, più che a quello in Afghanistan, assomigli alla guerra fredda. Un’analisi su come potrebbe finire tutto quanto. E, spoiler, non in un paio di giorni. Si legge qui.
La canzone della settimana
Sistematicamente, ogni conflitto che coinvolge gli Stati Uniti viene ricondotto al petrolio. Anche nella musica, il tema esiste e si fa sentire. Un mito del blues, Blind Lemon Jefferson, cantava la fatica del lavoro di estrazione già nel 1929. Quasi un secolo fa.
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