Economia Venerdì 19 Giugno 2026 ore 11:44
Meno bar e più ristoranti nella Toscana della movida

Un'indagine sui pubblici esercizi accende i riflettori sulla demografia d'impresa nei centri storici. L'andamento regionale e nelle città
TOSCANA — In Toscana meno bar ma più ristoranti e take away: è una delle principali evidenze che emergono dall'indagine “Pubblici esercizi e movida. La demografia d'impresa nei centri storici”, realizzata da Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi)-Confcommercio con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e rielaborata a livello regionale da Confcommercio Toscana.
Nel decennio 2015-2025 i capoluoghi toscani hanno visto ridursi sensibilmente il numero dei locali, con Pisa che registra il secondo peggior saldo nazionale dopo Trieste (-114 attività). In controtendenza Prato, che cresce dell'8,5% con 67 attività in più e si piazza tra le prime 20 città italiane dove i pubblici esercizi continuano a registrare numeri positivi.
In generale, ad arretrare sono soprattutto i bar, sia fuori sia dentro i centri storici. Di contro, aumenta la ristorazione con somministrazione: in Toscana i ristoranti crescono dell'11,5%, con punte significative a Prato (+29%), Arezzo (+18%) e Firenze (+13,3%).
Nel capoluogo regionale il fenomeno è particolarmente evidente: mentre i ristoranti aumentano di quasi 145 unità in 10 anni, i bar diminuiscono di circa 119 attività (-14,6%). Parallelamente crescono anche le attività di take away (+11,4%), mentre gelaterie e pasticcerie registrano una flessione superiore al 10%.
20mila pubblici esercizi con 74mila occupati
In Toscana, illustra il direttore generale regionale di Confcommercio Franco Marinoni, la rete dei pubblici esercizi rappresenta una rete commerciale composta da oltre 20mila realtà che occupano circa 74mila persone, concentrate per un terzo circa in area fiorentina.
“Non siamo di fronte a una semplice evoluzione dei consumi, ma a una profonda ridefinizione dell'economia urbana”, commenta Aldo Cursano, presidente di Confcommercio Toscana e vicepresidente vicario nazionale di Fipe.
“I pubblici esercizi tradizionali - prosegue - devono fare i conti con costi di gestione sempre più elevati, affitti spesso insostenibili, una fiscalità locale che pesa in modo significativo e margini sempre più ridotti".
E poi ci sono le attività che non fanno servizio al tavolo a preoccupare Confcommercio Toscana: "Operano con costi strutturali più bassi grazie a spazi ridotti e a un minore impiego di personale. Sono modelli imprenditoriali legittimi – avverte il presidente Cursano - ma, se concentrati senza un adeguato governo del territorio, in alcune aree urbane possono favorire un'offerta orientata al consumo rapido e alla vendita di bevande a basso costo, con ricadute su decoro urbano, abbandono dei rifiuti, rumore e più in generale sui fenomeni di malamovida che penalizzano residenti e imprese”.
Ordinanze e limitazioni secondo l'associazione non bastano: “Serve una visione di lungo periodo, che – come sta avvenendo per le locazioni turistiche - consenta alle amministrazioni di governare lo sviluppo commerciale delle città, evitando concentrazioni eccessive di attività a basso valore aggiunto e sostenendo invece le imprese che investono in occupazione, servizio, decoro e qualità urbana".
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