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Attualità lunedì 17 giugno 2024 ore 11:30

La cura per proteggere i reni nella cardiochirurgia

sala operatoria

Fino al 50% dei pazienti con bypass cardiopolmonare è colpito da insufficienza renale acuta: la Toscana in uno studio rivoluzionario per prevenirla



PISA — Dopo l'intervento cardiochirurgico con bypass cardiopolmonare, la possibilità di una terapia che prevenga l'insorgere dell'insufficienza renale acuta (Ira) che è proprio una delle complicanze in questo tipo di pazienti: lo studio rivoluzionario che si concentra proprio su questa materia coinvolge anche la Toscana, e in particolare l'azienda ospedaliero-universitaria pisana di Cisanello col direttore dell'unità operativa di anestesia e rianimazione cardiotoracovascolare Fabio Guarracino nella veste di principal investigator locale e i suoi collaboratori.

Lo studio appena pubblicato sul New England Journal of Medicine (NEJM) - coordinato dall’Irccs San Raffaele di Milano in collaborazione con diversi centri in Italia e all’estero – per la prima volta conferma l’efficacia di una terapia nel prevenire l’insufficienza renale acuta nei pazienti sottoposti a intervento cardiochirurgico con bypass cardiopolmonare.

Una delle possibili complicanze del bypass cardiopolmonare è infatti l’Ira. Il bypass-cardiopolmonare è una metodica che consente di sostituire in maniera totale o parziale la funzione del cuore e dei polmoni durante un intervento cardiochirurgico attraverso un’adeguata perfusione e ossigenazione. 

Fabio Guarracino

Fabio Guarracino

Ebbene: il ricorso alla circolazione extracorporea attraverso la macchina cuore-polmoni tuttavia attiva una risposta infiammatoria sistemica che può causare una disfunzione d'organo in qualsiasi sede, fra cui i reni. E l’insufficienza renale acuta – che può colpire fino al 50% dei pazienti ricoverati in terapia intensiva - è una condizione molto critica che peggiora il decorso post-operatorio e prolunga la permanenza in terapia intensiva e in ospedale.

Finora non era stata individuata alcuna soluzione preventiva specifica contro questa complicanza, se non il ricorso ad alcune misure di supporto. Lo studio si è quindi concentrato sul possibile effetto degli aminoacidi, comunemente utilizzati per la terapia nutrizionale di cui precedenti dati sperimentali avevano ipotizzato la capacità di proteggere il rene.

La ricerca su 3.511 pazienti

Allo studio appena pubblicato - finanziato da un grant del Ministero della Salute italiano, i cui risultati sono stati presentati nei giorni scorsi a Belfast in occasione del Critical Care Reviews Meeting 2024 - hanno partecipato 3.511 pazienti provenienti da 22 centri operanti in Italia, Croazia e Singapore

I ricercatori hanno randomizzato i pazienti in due gruppi: al gruppo di studio di 1.759 pazienti adulti è stata somministrata una soluzione di aminoacidi per via endovenosa immediatamente prima dell’intervento e nelle ore successive in terapia intensiva; al gruppo di controllo, composto da 1.752 pazienti, è stata somministrata una soluzione elettrolitica. 

L’Ira si è verificata in 474 pazienti del gruppo che aveva ricevuto il farmaco (26,9%) rispetto a 555 pazienti trattati con placebo (31,7%), con una riduzione del rischio assoluto di comparsa di Ira del 5%.

La nuova frontiera della ricerca

Questo studio innovativo apre la strada ad altre linee di ricerca sui potenziali benefici della somministrazione di aminoacidi nei pazienti affetti da malattia renale cronica, da insufficienza cardiaca, nei pazienti candidati a trapianto renale, nei pazienti candidati a procedure con mezzo di contrasto, in quelli con sepsi e, in generale, nei pazienti critici a rischio di insufficienza renale acuta.

“E’ grande la soddisfazione di aver dato il nostro contributo ad uno studio terminato con esito positivo, dopo numerosi studi con risultati neutri o negativi nel campo della prevenzione dell’Ira nel paziente cardiochirurgico", commenta Guarracino.


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