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L’INTERVISTA DELLA DOMENICA Domenica 06 Settembre 2026 ore 09:00
Senatore Alfieri, "Europa unita unica soluzione"

Il capogruppo del Pd in Commissione Esteri tra Pontedera e Pisa: "Investire in difesa e politica comune per fare anche gli interessi degli italiani"
TOSCANA — Classe 1972, formazione cattolica e origini varesotte. Ma per 24 ore, pienamente toscano. Si tratta del senatore Alessandro Alfieri del Partito Democratico, che nei giorni scorsi ha partecipato alla Festa de L'Unità di Pontedera prima e di Pisa poi, nel segno della politica estera. Del resto, Alfieri è capogruppo dei dem in Commissione Esteri e Difesa ed è membro della delegazione parlamentare italiana all'Assemblea parlamentare dell'Osce. E in un periodo come questo, in cui le crisi internazionali si sommano una dietro l'altra, di lavoro ce n'è.
Senatore, negli ultimi giorni è tornata alla ribalta la guerra in Ucraina. Come si colloca l'Italia nel gruppo dei cosiddetti "volenterosi"?
Penso che non ci sia alternativa. Ci troviamo di fronte a una scelta: possiamo essere una piccola provincia dell'impero occidentale a guida Trump o possiamo diventare una piccola provincia dell'impero orientale a guida Xi Jinping. L'Italia non può pensare di farcela da sola nel mezzo a questi cambiamenti enormi, mentre le superpotenze si accaparrano le terre rare e le materie prime energetiche.
Dal punto di vista politico e militare, i singoli Paesi europei non vanno da nessuna parte: devono stare stare insieme. Ce lo ha ricordato un non europeo: Mark Carney, il premier canadese, uno che dovrebbe avere la foto di Trump stampata dentro il suo ufficio. Perché il suo partito era indietro 25 punti percentuali a sei mesi dalle elezioni, poi Trump lo insultava un giorno sì e l'altro pure perché voleva annettere il Canada come cinquantunesima stella della bandiera americana. Improvvisamente, Carney ha recuperato e ha vinto le elezioni: quindi, dovrebbe ringraziarlo.
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Dunque, l'Europa come alternativa a due blocchi?
Il tentativo di Trump è di far passare l'idea del West against the rest, cioè l'Occidente contro il resto del mondo, cui va dietro anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ma noi non abbiamo bisogno di guerra e di civiltà. La Cina gode di questo, perché costruisce migliori rapporti con l'Africa e con i paesi del Sud del mondo.
Chi può incunearsi tra i due contendenti? L'Europa. Noi ce la facciamo se investiamo nella politica estera di difesa comune, che deve diventare l'obiettivo fondamentale sul versante della politica estera del Partito Democratico, come fu fatto per l'euro e come fu fatto per Schengen. Si parte con chi ci sta, perché se dobbiamo mettere d'accordo tutti i 27 Stati membri non ce la facciamo, perché ormai c'è un'agenda diversa e ci sono sensibilità diverse. Basti pensare ai Paesi baltici, oppure ai polacchi: sono ossessionati dalla Russia. E, d'altronde, come potergli dare torto?
L'unica strada invece è riprendere l'idea dei padri fondatori Colorni, Rossi e Spinelli, che in quell'isolotto del Tirreno, a Ventotene, avevano intuito che gli Stati Uniti d'Europa, nel momento più buio della storia, la Seconda guerra mondiale, erano l'unico antidoto alla guerra. Quell'intuizione è stata ripresa da grandi statisti del secondo dopoguerra, a partire da Alcide De Gasperi: ripartiamo da lì.
L'Europa unita è più forte anche contro i dazi di Trump?
Sul tema dei dazi bisogna essere sempre prudenti, perché bisogna vedere poi quando si deposita la polvere che cosa accade. Perché, addirittura, in questo momento noi su alcuni tipi di beni di produzioni sul versante automotive addirittura esportiamo di più negli Stati Uniti, perché il combinato disposto dei dazi che ha messo in giro per il mondo ci avvantaggia rispetto ad altri come Canada e Messico.
Il problema è un altro: è l'incertezza che crei nei confronti degli imprenditori, che anche in Toscana sono moltissimi. È il principale bene, prima ancora della questione del costo basso dell'energia, degli stipendi, del costo del lavoro e via dicendo. Hanno bisogno della certezza per fare investimenti. E, in questo senso, Trump li ha terremotati, perché cambia continuamente. Parla come se fosse al bar, ma lo fa dalla dallo Studio Ovale, dall'ufficio dell'uomo più potente del pianeta e quindi capace di creare incertezza nel mondo. E lo ha fatto sul versante economico, con i dazi, ma anche geopolitico, inseguendo Netanyahu nell'avventura in Iran.
Anche in questo caso occorrerebbe un'Europa che parli con una voce sola? In Medio Oriente, per esempio.
Con una voce sola sulla politica commerciale l'Unione c'è. Non c'è sulla sulla politica estera e sulla difesa comune. Netanyahu sta andando avanti con questi pazzi di Smotrich e Ben-Gvir, ma anche con gli insediamenti illegali in Cisgiordania. L''Europa non è in grado di mettere neanche le sanzioni perché bisogna essere tutti d'accordo e noi chiudiamo sempre i Consigli europei con la solita frasetta: Europe is deeply concerned, "l'Europa è profondamente preoccupata". Ma della preoccupazione degli europei, i bambini e le donne di Gaza non se ne fanno assolutamente niente. Non se ne fanno assolutamente niente neppure le donne afgane, che ci hanno visto scappare via quando se ne sono andati gli Stati Uniti, perché non eravamo in grado di rimanere, non avendo satelliti europei e una intelligence europea.
Quindi, se noi vogliamo che l'Europa conti negli scenari internazionali, che si possa fermare gente dissennata come Netanyahu, che si possano fermare i talebani, che si possa fermare la guerra in Ucraina, dobbiamo investire un po' nella politica estera e di difesa. Mettiamoci il cuore in pace: non con i riarmi nazionali, ma con degli investimenti a livello europeo sui satelliti, nella messa in sicurezza delle nostre reti energetiche e in sicurezza cyber.
Nel frattempo, Meloni continua a investire invece sulla via nazionale, ma non sta facendo gli interessi degli italiani. Quella è retorica: oggi difendere gli interessi degli italiani vuol dire rafforzare l'autorevolezza e gli strumenti a disposizione dell'Europa.
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Strumenti che, allora, dovrebbero essere usati innanzitutto in Ucraina, dove si combatte alle porte dell'Europa. Che margini ci sono per una trattativa?
La situazione è non è facile, perché il percorso del negoziato non è partito nella maniera migliore possibile, nel senso che Trump, per provare a chiuderla, è partito dallo sdoganare completamente Putin. Ovvero, un ricercato dalla Corte Penale Internazionale sotto sanzione da parte degli Stati Uniti e di un certo numero di Stati. Ha messo sullo stesso piano Zelensky e Putin, aggredito e aggressore. Chiaramente, Putin si è sentito rinfrancato e ha alzato l'asticella rispetto ai risultati che poteva portare a casa.
L'unica via per arrivare alla pace è riconoscere all'Ucraina condizioni di sicurezza per cui quei tipi di aggressione non succederanno più. Magari non la Nato, ma una clausola simile all'articolo 5 che presuppone un intervento degli alleati. In cambio di quelle condizioni di sicurezza e all'adesione all'Unione Europea, delle cessioni territoriali, che adesso vengono negate. Potrebbero accettarle nei luoghi già occupate dai russi o dalle forze filorusse. Quindi, Crimea, parte del Donetsk e Lugansk.
Putin, però, non può tornare in patria dopo una guerra che è costata milioni di morti, una conversione a un'economia di guerra e che carenze di materie prima senza un risultato. A quel punto, gli presenterebbero il conto gli oligarchi e i nemici interni.
Si è in una situazione di stallo. Io sono sempre stato un grande sostenitore dell'Ucraina, ma in una delle ultime audizioni mi sono permesso di chiedere all'ambasciatore ucraino per capire quali condizioni potrebbero far avanzare il negoziato. Sono stato attaccato dagli esaltati che hanno trasformato in ideologia il sostegno all'Ucraina e per i quali non si può aprire una riflessione sulle iniziative diplomatiche. Io sono per continuare a sostenere l'Ucraina con tutti i mezzi fondamentali contro Putin, che colpisce indistintamente anche i civili. Ma voglio capire fino in fondo se c'è uno spazio per la diplomazia. Non possiamo andare avanti all'infinito senza un'iniziativa diplomatica: a me impressiona come si sia sdoganata nel linguaggio l'idea che occorra armarci in maniera indiscriminata. E io sono un sostenitore degli investimenti sulla difesa europea. In passato, mondo occidentale e blocco europeo, a Helsinki, trovarono il modo per dialogare secondo un muto riconoscimento. Io continuo a sostenere in tutti i modi l'Ucraina, ma dobbiamo fare sforzi di fantasia per cercare una soluzione.
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