Brevemondo Domenica 07 Giugno 2026 ore 06:30
Ucraina-Russia, Armenia e Libano

Zelensky scrive a Putin per fermare la guerra, le elezioni (sempre decisive) in Armenia e il conflitto che prosegue in Libano
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Una lettera per Putin
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a quasi quattro anni e mezzo dall’inizio della guerra, ha scritto una lettera aperta rivolta al suo omologo russo Vladimir Putin. In essa, Zelensky ha offerto un cessate-il-fuoco e ha anche suggerito di organizzare un incontro di persona per concludere il conflitto. Secondo alcuni, la lettera è stata resa nota in questioni giorni poiché Kiev sta registrando alcuni successi sul fronte di battaglia, compreso l’attacco mosso con i droni contro un deposito petrolifero alla periferia di San Pietroburgo. Con questo appello, Zelensky starebbe cercando di capitalizzare il momento favorevole e sfruttare le debolezze della Russia. Le incursioni militari ucraine, che accentuano le difficoltà di Mosca in un conflitto ormai cronicizzato, rendono ancor più insopportabile un altro aspetto che, da tempo, mette in fibrillazione il Cremlino: la stagnazione economica.
Nella lettera Zelensky fa riferimento anche agli Stati Uniti, pur senza nominare mai direttamente Donald Trump. Il presidente ucraino dice di sperare nel coinvolgimento di Washington al processo negoziale e fa riferimento alle forze armate statunitensi per presidiare il confine durante i negoziati. Nel frattempo, quel che è certo è che la maggioranza alla Camera - compresi 18 repubblicani - ha approvato un ulteriore stanziamento per il rifornimento di armi a Kiev e per l’applicazione di nuove sanzioni alla Russia. Il voto è arrivato dopo che lo stesso Zelensky, nei giorni scorsi, aveva richiesto a gran voce l’aiuto della Casa Bianca per il dispiegamento di missili Patriot per la difesa.
Intanto, approfittando anche della distrazione di Washington, ancora impegnata massicciamente in Iran, alcuni Paesi europei - Germania, Francia e Regno Unito - avrebbero ripreso in mano l’iniziativa per guidare i negoziati tra Ucraina e Russia, scalzando di fatto gli Stati Uniti. Di fronte ai recenti successi ucraini in battaglia, Berlino, Parigi e Londra vorrebbero costringere Mosca ad accettare il negoziato, per partire da una posizione di forza. Spetta a Putin la prossima mossa, anche se il presidente russo ha già definito un incontro bilaterale con Zelensky “inutile”.
Si vota in Armenia
Come accade spesso nei Paesi che gravitano nell’orbita ex sovietica, le elezioni di oggi in Armenia vengono considerate da molti come un punto di svolta per i prossimi anni nei dintorni di Yerevan. La vittoria di un esponente o dell’altro - si pensi alla Moldavia, all’Ungheria, alla Slovenia, ecc. - è sistematicamente spacciata per “un ritorno all’Europa” o “uno scivolamento verso Mosca”. Per Yerevan il candidato forte sembra essere Nikol Pashinyan, il premier uscente, il quale è sostenuto da Trump e avversato da Putin, in quanto troppo incline a fare aperture verso Occidente. Tant’è che, nelle ultime settimane, si sono registrati diversi attacchi hacker proprio contro Pashinyan, oggetto anche di una vera e propria campagna d’odio da parte del Cremlino.
Da quando è al governo, ossia dal 2018, Pashinyan si è distinto come un presidente molto filoccidentale e assai poco timoroso nei confronti dell’ingombrante vicino russo. In questi anni, infatti, ha fatto approvare una legge per avviare il processo di adesione all’Unione Europea e, con l’Azerbaijan, ha riacceso i negoziati mediati dagli Stati Uniti. La questione spinosa resta quella del Nagorno-Karabakh, tornato stabilmente sotto il controllo azero dal 2023. Al di là delle complesse questioni migratorie innescate in Armenia stessa dalle migliaia di profughi che hanno lasciato il Karabakh, negli ultimi tempi il clima nel Caucaso sembra essere volto al bello. Tant’è che la Turchia, principale sostenitrice dell’Azerbaijan, ha riaperto agli scambi commerciali con l’Armenia, che era stata precedentemente sanzionata.
Ciononostante, l’esito dell’intervento militare di Baku, che ha soverchiato completamente le forze armate armene, potrebbe giocare a sfavore dello stesso Pashinyan. Inoltre, a ciò occorre aggiungere l’appoggio di Mosca all’imprenditore miliardario Samvel Sargsi Karapetyan, che per sei mesi è stato detenuto a seguito di quello che le autorità giudiziarie hanno riconosciuto essere un tentati o di rovesciare il governo di Pashinyan. Anche nelle ultime ore, alcuni presunti esponenti di Armenia Forte - il partito di Karapetyan - sono stati arrestati con l’accusa di attività pro Russia. Al miliardario la Russia si è attaccata come una cozza, nella speranza di poter mantenere una forte presa su Yerevan.
Libano senza pace
A margine del conflitto in Iran, che spesso attrae la maggior parte delle attenzioni, in Libano continuano le operazioni militari tanto di Israele, quando di Hezbollah, la formazione paramilitare sciita foraggiata da Teheran che occupa buona parte del territorio meridionale del Paese. Serve a ben poco, infatti, il rinnovo del cessate-il-fuoco tra Israele e Libano, che proroga l’accordo dello scorso aprile facilitato dagli Stati Uniti. Semplicemente, Hezbollah non risponde al governo libanese e ha immediatamente rifiutato l’intesa. Così, anche nelle ultime ore, il conflitto in Libano sta proseguendo: soltanto ieri, Israele ha condotto un intervento militare che ha causato la morte di 12 persone, tra le quali anche alti ufficiali dell’esercito regolare libanese. Tant’è che il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam hanno condannato duramente l’attacco.
Alcuni suggeriscono come la volontà di Israele nel proseguire nel conflitto sia dovuta soprattutto alle istanze della popolazione che vive al nord del Paese e che è maggiormente sottoposta agli attacchi missilistici di Hezbollah. Secondo un sondaggio di questi giorni, gli elettori di questi territori chiedono un’azione più decisa del governo di Benjamin Netanyahu contro l’organizzazione sciita. Va tenuto conto, del resto, che a fine ottobre Israele andrà al voto per eleggere i 120 membri della Knesset: a quel punto, potrebbero cambiare molte cose. Addirittura, il Jerusalem Post ha ipotizzato dieci scenari diversi a seguito del voto.
Dunque, un approccio muscolare che potrebbe pagare in termini elettorali e che, secondo il New York Times, non avrebbe neppure escluso l’utilizzo del fosforo bianco. Nell’articolo di Sanjana Varghese, infatti, il giornale statunitense afferma come ci siano evidenze video dell’uso di quest’arma incendiaria e particolarmente pericolosa, soprattutto per la popolazione civile, da parte di Israele. L’impiego di armi al fosforo bianco è rigidamente regolamentato da Convenzione delle Nazioni Unite su certe armi convenzionali. In ogni caso, l’esercito israeliano ha affermato di non averne fatto uso e che, anzi, le proprie procedure sull’uso del fosforo bianco sono ancor più stringenti di quanto non sia il diritto internazionale.
Il pezzo della settimana
Le storie tese tra Stati Uniti e Israele, dopo la chiamata tra Trump e Netanyahu della scorsa settimana, stanno proseguendo. E, addirittura, il Pentagono ha deciso di aumentare le attività di counterintelligence al massimo livello. Perché? Perché c’è il timore che i servizi israeliani stiano spiando gli Stati Uniti stessi - non una novità, va detto - per capire come stiano andando i negoziati con l’Iran. Ne hanno scritto Julian Barnes ed Eric Schmitt. Si legge qui.
La canzone della settimana
Visto che Putin si è affrettato a stracciare la lettera di Zelensky, non c’è pezzo più adeguato di quello di Fats Waller per questa settimana.
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