Brevemondo Domenica 14 Giugno 2026 ore 06:30
Usa-Iran, Cina-Corea del Nord e Regno Unito

Stati Uniti e Iran fanno pace a distanza, Xi Jinping non vuol denuclearizzare Pyongyang, le violenze di Belfast e il governo di Starmer
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Una pace telematica
Secondo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump - per la Cnn, almeno fino a qualche giorno fa, sarebbe la trentanovesima volta che lo dice - l’accordo con l’Iran per porre fine alla guerra iniziata lo scorso 28 febbraio è imminente. Di più: su Truth, Trump ha scritto ieri che l’intesa verrà siglata oggi, domenica 14 giugno. Un’affermazione che non trova sponda a Teheran. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha infatti spiegato che l’accordo non verrà stipulato oggi, anche se ci sono buone probabilità che si arriverà alla pace nei prossimi giorni. Sulle tempistiche, dunque, sembra esserci disaccordo, anche se pure il Pakistan, mediatore principale dell’accordo, resta fiducioso: il primo ministro Shehbaz Sharif ha affermato come si sia ormai vicini alla pace “come mai prima”.
Quel che sembra certo è che il memorandum d’intesa con l’Iran sarà firmato in via elettronica, stando ad Axios. E nonostante alcuni esponenti del governo iraniano siano assai più cauti - secondo Fars, agenzia semiufficiale dei Guardiani della rivoluzione, ci sono state anche delle proteste contro l’intesa con Washington di fronte al Ministero degli Esteri - anche il plenipotenziario di fatto Abbas Araghchi ha confermato come l’accordo sia ormai alle battute finali. Ma che cosa prevederebbe il memorandum? Per il momento non è chiarissimo, e anzi lo stesso Araghchi ha invitato i giornalisti ad “astenersi da speculazioni”. Sia mai che naufraghi di nuovo: sarebbe colpa di chi fa informazione. In linea di massima, comunque, dovrebbe garantire la riapertura dello stretto di Hormuz e - più complicato - l’avvio di un dialogo sul nucleare iraniano.
Se oggi non dovesse essere però il giorno della firma - Teheran, in linea con la “pace telematica”, ha escluso di incontrare una delegazione statunitense in una location neutra, come per esempio Ginevra - altri sviluppi potrebbero arrivare a breve. Domani, infatti, comincia il G7 a Évian, in Francia. Per l’occasione non solo Trump tornerà in Europa - dovrebbe anche essere ricevuto all’Eliseo dal presidente francese Emmanuel Macron - ma parteciperanno anche come ospiti alcuni dei principali Paesi arabi alleati di Washington: Egitto, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Non ci sarà invece il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, così come il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Potrebbe essere un’occasione per approfondire il memorandum con chi è indirettamente interessato alla pace.
Xi Jinping torna in Corea del Nord
Il presidente cinese Xi Jinping si è recato in Corea del Nord per un vertice bilaterale con il suo omologo Kim Jong-un. Un incontro che, nella penisola coreana, non avveniva da sette anni: l’ultima volta che Xi Jinping è volato a Pyongyang, infatti, fu nel 2019. Il faccia a faccia tra i due non è stato pensato per siglare intese o accordi specifici, quanto invece per rimarcare la vicinanza tra i due Paesi. A volerlo, in particolare, è stato il presidente cinese, che aveva l’obiettivo di recuperare terreno in Corea del Nord, che negli ultimi anni si è gettata tra le braccia della Russia, che ha garantito petrolio a basso costo e tecnologie militari più avanzate di quelle di Pyongyang, con riferimento soprattutto a missili e sottomarini. In cambio, Kim Jong-un ha disposto l’impiego di soldati nordcoreani in Ucraina, al fianco dell’esercito russo. Un legame ribadito anche nei giorni scorsi, con un messaggio inviato dal leader nordcoreano a Vladimir Putin per la Giornata nazionale della Russia del 12 giugno.
Per Pechino garantire la stabilità del regime di Kim Jong-un nella parte settentrionale della penisola coreana è fondamentale. Per quanto il rapporto tra i due Paesi non sia mai stato lineare, con momenti anche di attrito e di indifferenza reciproca, Xi Jinping sa bene che la penisola coreana può essere un punto debole per la propria architettura difensiva. Per questo, durante l’incontro, il presidente cinese non ha fatto alcun riferimento alla denuclearizzazione. La bomba è probabilmente l’unico elemento che tiene in piedi il governo della dinastia di Kim Jong-un e che garantisce al Paese una deterrenza imprescindibile per la propria sovranità.
E anche se la Casa Bianca, dopo l’incontro tra Trump e Xi Jinping, ha fatto esplicitamente riferimento all’impegno condiviso per la denuclearizzazione della Corea del Nord, in Cina l’opposizione al programma nucleare di Pyongyang oggi appare assai più blanda. Anzi: Xi Jinping pare essersi orientato su un versante diametralmente opposto, ribadendo come privare la Corea del Nord della bomba indebolirebbe soltanto il Paese e darebbe più ampi margini di manovra a Washington e alla Corea del Sud. Del resto, Pechino si è ritrovata di fronte a un bivio: spingere per la denuclearizzazione e rischiare lo sgretolamento del regime, con l’inevitabile avanzata di Seul sino al confine; oppure, accodarsi alla Russia, che avendo siglato un patto di mutua difesa con Pyongyang, ne ha di fatto accettato lo status nucleare. Per recuperare influenza, era inevitabile scegliere la seconda opzione.
Belfast a ferro e fuoco
Il fatto di cronaca, solitamente, non compare in Brevemondo. Ma quando le conseguenze innescate hanno una portata internazionale, può capitare: l’accoltellamento di un uomo a Belfast, la capitale dell’Irlanda del Nord, da parte di un cittadino sudanese ha fatto esplodere una serie di proteste anti immigrazione la cui eco è arrivata sino agli Stati Uniti. Su X, per esempio, il primo triliardario della storia, Elon Musk, ha ripetutamente postato sulle violenze di Belfast, criticando il governo britannico di Keir Starmer e ribadendo alcuni degli slogan di coloro che prendono parte alle manifestazioni.
Del resto, non è la prima volta che Musk si espone su temi anche di politica interna di altri Paesi. E non è la prima volta che le sue posizioni si sposano con quelle di Nigel Farage, il leader del Reform UK, il partito euroscettico e nativista fondato nel 2019. Farage, in un’intervista a La Repubblica, ha spiegato come le violenze di Belfast siano soltanto l’inizio di una grande rivolta, perché nel Regno Unito i bianchi vengono sistematicamente discriminati. Una posizione che, evidentemente, è condivisa anche da molti suoi concittadini: attualmente, nei sondaggi di Politico, Reform UK si trova al 26% delle preferenze degli elettori, con un ampio margine sulle altre forze politiche, in particolare i laburisti e i conservatori, entrambi fermi al 18%.
Ciò si lega inevitabilmente al momento di crisi, ormai prolungato, del governo di Starmer. In enorme difficoltà dallo scoppio del caso legato a Peter Mandelson, nominato dal premier come ambasciatore britannico negli Stati Uniti nonostante il suo nome sia piuttosto ricorrente all’interno degli Epstein files, il gabinetto laburista perde continuamente pezzi da settimane. Gli ultimi a fare le tende sono stati John Healey, ministro della Difesa, e Al Carns, ministro delle Forze Armate, in polemica con Starmer per il budget destinato ai militari. Un ulteriore colpo alla stabilità del premier, che sta facendo anche i conti con il proprio partito, che pare sempre meno intenzionato a sostenerlo. Uno scenario che potrebbe aprire alle dimissioni e alla sostituzione di Starmer, che dovrebbe avvenire in seno allo stesso Partito Laburista. Altrimenti, potrebbero essere indette nuove e elezioni e, a quel punto, Farage sarebbe senz’altro in prima linea.
Il pezzo della settimana
La guerra in Iran e quel che è accaduto soprattutto sul fronte dell’alleanza euroatlantica saranno, inevitabilmente, al centro delle discussioni del G7 francese. Trump, nelle settimane scorse, non ha mancato di ricordare quanto gli europei non abbiano fatto alcunché per aiutare Washington e che, in tutta risposta, gli Stati Uniti prenderanno provvedimenti. Che cosa può accadere? Ne hanno scritto Myah Ward e Daniel Desrochers. Si legge qui.
La canzone della settimana
Le violenze di Belfast hanno riportato alla mente il conflitto nordirlandese, conosciuto come The Troubles, che per trent’anni ha segnato la storia dell’isola. Le scene di questi giorni somigliano a quelle del passato, pur con una storia molto diversa.
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