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Cronaca giovedì 13 ottobre 2016 ore 18:00

Schiavi dei caporali tra le vigne del Chianti

Centinaia di migranti erano sfruttati da una banda di italiani e pachistani. Lavoravano anche sui terreni di Sting, rimasto all'oscuro della vicenda



PRATO — Tredici perquisizioni e diversi sequestri preventivi di quote societarie per arrivare a scoprire il business messo su dalla banda sulle spalle dei migranti arrivati in Italia come profughi. 

A far luce sulla vicenda è stata l'inchiesta della procura di Prato che ha portato a undici misure cautelari. In cinque sono finiti ai domiciliari mentre altri sei sono soggetti all'obbligo di dimora. L'operazione, battezzata Namar Dar, ha dimostrato come il gruppo di pachistani, guidati da Tariq Sikander, in cinque anni ha reclutato centinaia di extracomunitari. 

In particolare è risultato che un'azienda di Tavarnelle Val di Pesa avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella vicenda. Tre dei suoi amministratori sono finiti agli arresti domiciliari. L'ipotesi di reato è "associazione a delinquere finalizzata all'acquisizione di manodopera clandestina". Le indagini sono state avviate nella primavera scorsa dopo la segnalazione di due lavoratori sfruttati. Gli amministratori dell'azienda erano "protagonisti e mandanti del sistema di reclutamento degli extracomunitari", come ha spiegato dal procuratore capo Giuseppe Nicolosi. 

Diverse le accuse a vario titolo nei confronti delle persone coinvolte nell'inchiesta: intermediazione illecita nel reclutamento di cittadini extracomunitari, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture false, ostacolo alle indagini e frode in esercizio del commercio. Tra le accuse nei confronti degli imprenditori c'è anche quella di aver messo in circolazione vino adulterato con uve siciliane e pugliesi, dunque non vero Chianti. Contestato anche l'interramento di rifiuti speciali, cioè i pali dei vigneti che erano coperti con la terra nei terreni davanti all'azienda.


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