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Coltivare cannabis: l’agricoltura no-till

Si tratta di una preoccupazione diffusa presso tutti gli agricoltori del mondo e gli studiosi del settore agricolo: i danni imposti dalla coltura intensiva di alcune tipologie di piante, infatti, hanno iniziato a farsi sentire.



TOSCANA — Con l’accelerazione dei processi di de-fertilizzazione della terra, vi sono non poche stime che affermano che entro 150 anni il terreno fertile sulla Terra potrebbe scomparire del tutto. Si tratta di una situazione le cui cause sono da rintracciare nel massiccio ricorso a fertilizzanti chimici aggressivi e a colture intensive di piante altamente esigenti.

Nel mentre gli studi continuano, tuttavia, una soluzione sembra essere già stata abbozzata: è possibile che coltivare semi di cannabis femminizzati attraverso particolari tecniche agricole, le cosiddette no-till possano rallentare o arrestare questo processo?

Agricoltura no-till: una tecnica eco-sostenibile

Il problema fondamentale delle tecniche agricole intensive sta nel fatto che, non andando a realizzare una apposita rotazione delle colture, si va ad impoverire sistematicamente il terreno di alcuni nutrienti fondamentali.

Il problema viene ancora più aggravato dal fatto che si è pensato e si continua a pensare di ovviare al problema attraverso il ricorso massiccio a fertilizzanti chimici. Questi rappresentano, infatti, una soluzione solo temporanea al problema e, sul lungo termine, portano a risvolti negativi.

I composti chimici alla base dei fertilizzanti industriali, infatti, alterano alcuni valori fondamentali del terreno, come il Ph. Inoltre solo una percentuale minore di queste sostanze (circa il 20%) vengono effettivamente assorbite dalle piante. Il resto permea il terreno, giungendo fino alle falde acquifere.

Inquinamento delle falde e alterazione dei valori chimici del terreno di fatto vanno a colpire i veri e propri agenti che mantengono fertile il terreno: un complesso ecosistema di funghi, muffe, batteri e insetti che aiutano la materia organica superficiale a decomporsi, costituendo il cosiddetto humus.

Non per ultimo, il lavorio costante della terra tramite attrezzi meccanici porta ad una continua interferenza con i principali agenti responsabili dell’humus, rallentando i processi di fertilizzazione naturale del suolo.

Cos’è il no-till?

Il no-till è una tecnica agricola che si propone di permettere alla natura di svolgere il proprio ruolo inalterata e di produrre naturalmente lo strato di humus necessario a fornire l’adeguato nutrimento alle colture.

Come il nome stesso permette di intuire, il no-till consiste nel non andare a lavorare invasivamente il terreno, o di non lavorarlo affatto. Questo permette all’ecosistema micro-biotico responsabile della produzione dell’humus di essere protetto dal calore e dalla luce solare e di continuare indisturbato la propria attività.

La concimazione chimica viene sostituita da quella completamente naturale: tecniche come il compostaggio, infatti, permettono di trasformare i rifiuti umidi in materiale organico in un ammendante naturale. Il compost permette di aumentare la biodiversità della micro-flora del suolo oltre a reintegrare il suolo con le principali sostanze nutritive utili alla coltivazione (composti del fosforo e dell’azoto).

All’interno delle tecniche agricole, dunque, il no-till è indubbiamente quella più eco-sostenibile.

Coltivare la cannabis: perché fa bene al suolo?

La principale motivazione per cui si stanno diffondendo studi sulla coltura della cannabis a scopo ecologico riguarda alcune proprietà della pianta.

Attualmente mancano prove concrete e indubitabili ma è questa la direzione che stanno prendendo i principali istituti di ricerca agricoli: la pianta di cannabis, infatti, ha mostrato di possedere proprietà eccezionali per quanto riguarda la sua interazione con il suolo e con l’equilibrio ecologico del pianeta.

In particolar modo:

  • La fase vegetativa della cannabis si è dimostrata essere capace di assorbire 4 volte il volume di CO2 rispetto alla capacità di assorbimento media degli alberi. Questo la rende una produzione assolutamente carbon negative, ovvero capace di assorbire più anidride carbonica di quanta non ne si produca in tutti gli step produttivi;
  • Una capacità fitodepurativa del suolo, particolarmente efficace nel recupero di metalli pesanti dal suolo e dalle acque. Questi vengono poi o metabolizzati e trasformati in altri composti oppure immagazzinati. A questo punto possono essere recuperati facilmente per completare la bonifica del terreno;
  • Trattandosi di una pianta particolarmente resistente, inoltre, la canapa non richiede l’immensa quantità di pesticidi richiesta da altre colture, come quella del cotone. La sua azione sul terreno, trattandosi di una pianta a emergenza veloce, aiuta a soffocare le infestanti, rendendo inutile l’azione di diserbanti chimici;
  • Si tratta di una pianta ad azione rinnovatrice: dopo la coltura della canapa, infatti, e un anno di coltivazione di leguminose, il terreno sarà ricco dei nutrienti necessari a supportare la corretta crescita di coltivazioni di frumento. L’azione di canapa e leguminose, infatti, facilita la fissazione si potassio, azoto e fosforo;

L’azione benefica della canapa, dunque, non si riduce alla semplice riduzione delle emissioni di CO2, ma riguarda in generale l’intero processo di rigenerazione del suolo, andando a costituire un buon rimedio completo alla progressiva perdita di fertilità di ampie zone agricole.

Un’azione che si esercita non solo grazie al fatto che la pianta non necessita di fertilizzanti chimici e reagisce bene a quelli organici (compost in primis), ma anche grazie al ruolo fitodepurativo.

Acquistando semi di cannabis femminizzati sui numerosi store online, come quello di SensorySeeds, questo permetterà allo stesso tempo di garantire una produzione di semi, fibre e resine richieste da numerosi settori industriali. Un progresso eco-sostenibile che supporta le industrie.

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